settembre 7, 2014 | by Emilia Filocamo
Danny Quinn a Ravello Magazine: «Nel cinema italiano serve più meritocrazia»

L’intervista a Danny Quinn sboccia all’improvviso e lo fa con la delicatezza dei toni pacati, appena appena accennati. E’ un’intervista agrodolce, se posso definirla così, in cui la bellezza ed il talento di un giovane attore che non è solo figlio di, una gabbia troppo precoce e stigmatizzata, troppo banale ed ovvia per poterlo imprigionare, si scontrano con una realtà in cui una personalità sensibile e, appunto dotata di quella marcia in più necessaria, risente di ogni minimo contraccolpo senza tuttavia perdere l’ostinazione per il mestiere che ama e per quella vocazione cucita nel Dna prima ancora che nel cognome. Quando vengo “raggiunta” dalle risposte di Danny Quinn, mi si apre davanti un mondo fatto di scelte, di insegnamenti, di ricordi, di amarezze e speranze ma anche di incontri che gli hanno attraversato la strada ed il destino in maniera emblematica. Cominciamo dal Sud per poi trascinarci altrove e Danny Quinn mi porta con le sue parole ancora più a Sud, grazie sempre alla puntuale, struggente mappa dei ricordi.

Il tema del Ravello Festival 2014 è il Sud, sud inteso non solo come riferimento geografico, ma anche come modo di vivere e di essere. Se le dico Sud lei a cosa pensa? «Quando penso al Sud penso al caldo. Penso al mare e al cibo. Ho passato molto tempo nel Salento, prima che diventasse di moda, il Salento con la sua terra rossa, con   la sua luce tipica e la gente accogliente e con ritmi decisamente diversi. Sono stato anche il Calabria e Sicilia, terre bellissime ma sfruttate male o semplicemente sfruttate. Comunque il Sud è affascinante, con posti da invidiare».

Lei è figlio d’arte, ma non credo che questo basti a far nascere una passione. Quando ha capito che avrebbe seguito la strada del cinema e come? Può raccontarci i suoi esordi? «Non so ancora se ho una vera e propria passione per il cinema. E’ vero che ci sono cresciuto e avevo tanti sogni da giovanissimo ma i sogni cambiano e la realtà del “business” del cinema ne prende il posto. Ci sono dei momenti in cui ci ho creduto tanto, in altri meno. Sono convinto che il grande cinema apra le menti, che faccia provare grandi emozioni, così   come, purtroppo, il cinema di massa, quello che si fa solo per fare “cassa”, impoverisce l’anima».

Da un punto di vista artistico, la migliore qualità che ha invidiato, in senso ovviamente positivo, a suo padre? «La costanza».

L’incontro che le ha cambiato la vita? «Quello con John Wayne».

Quale pensa che siano il maggior pregio e il maggior difetto del nostro cinema, del cinema italiano? «Ci sono film di gran pregio come I cento Passi, Io Non Ho Paura, Cinema Paradiso, A.C.A.B. e molti altri. Purtroppo, però, vengono realizzati anche troppi film scadenti per paura e perché in Italia non esiste la meritocrazia. Esistono i favori, le conoscenze e questo comporta che i criteri utilizzati per produrre film non siano assolutamente   basati su meriti artistici ma su altri valori».

Giovani e cinema: crede che in Italia si faccia abbastanza per sostenere il talento dei giovani, per dare loro chances nel mondo del cinema? «Assolutamente no. Torniamo al discorso di prima. Non c’è meritocrazia, tutto scaturisce da lì».

Il giorno più bello sul set? «Credo di non averlo ancora vissuto».

La fiction, specie negli ultimi anni, è diventata la regina dei palinsesti televisivi. Come spiega questo fenomeno: è solo una tendenza del gusto oppure è una valida alternativa per lo spettatore ad un cinema che non offre grandi emozioni? «La fiction, in gran parte, non è di livello alto, quindi non credo si possa fare un paragone con il cinema. Ci sono sicuramente poche produzioni che raggiungono ottimi livelli come Romanzo Criminale e comunque in genere, quelle prodotte da Sky».

Che genere di film vorrebbe vedere nei prossimi anni? Intendo in Italia. «Più film di sostanza e meno film demenziali».

I suoi prossimi progetti? «Guardi, quest’anno mi hanno offerto quattro film. Due li ho rifiutati e due non si sono poi materializzati e dunque sono in attesa di un progetto valido, oppure cercherò di realizzare i miei copioni visto che ne ho scritti almeno otto».

Ha mai dei rimpianti? «Si, di non avere ancora fatto un film di cui sono fiero».

A chi vuole dire grazie oggi? «A mio padre e mia madre per avermi messo al mondo e a tutta la mia famiglia. Soprattutto ai miei fratelli, con i quali ho condiviso gioie e dolori e un pensiero particolare va   a mio fratello Francesco, scomparso troppo prematuramente, a nemmeno cinquant’anni. Francesco   amava la vita in modo particolare ed era sempre pieno di gioia ed entusiasmo come un bambino».

Se non fosse diventato un attore, sarebbe stato? «Credo di avere ancora tempo per fare molto altro se non dovessi riuscire a fare film che mi danno gioia e soddisfazione».

L’ultimo pensiero prima di andare a dormire? «Prego per vivere la vita in maniera gioiosa e con pace interiore».

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