giugno 14, 2014 | by Emilia Filocamo
David Zimmerman “Nel 2015 sarò al Festival di Venezia con il mio nuovo film”

Quando ho timidamente inoltrato il mio primo messaggio a David S. Zimmerman, attore notissimo, produttore americano di successo e soprattutto padre di un metodo e di workshop di  recitazione famosissimi che vanno sotto il nome di Meet The Biz, ho sinceramente pensato che non avrei mai ricevuto risposta. Insomma, mi è bastato guardare le sue foto, foto con gli attori più noti, piccoli souvenir per immagini da party esclusivi, una carrellata di eventi, inviti, premiazioni, rassegne da cardiopalma, per capire che forse mi ero spinta troppo in la. Ma poi, come spesso accade, le persone che sembrano più distanti sono quelle più semplici e concrete. Approfondendo la conoscenza di David S. Zimmerman ho capito che a parte la disponibilità, c’è in quest’uomo una scintilla benedetta che coniugava al talento, una generosità ed una voglia di vivere incredibili, quasi contagiose. Zimmerman mi ha risposto con una cortesia unica a poche ore dall’inoltro del  primo messaggio: gli ho parlato di questa iniziativa editoriale e lui ha accettato subito, felicissimo di poter parlare di se e del suo metodo di insegnamento. Ed ecco la storia di un mito e di una carriera fatta di tanto lavoro e tanti meritati riconoscimenti.

David, il tuo metodo di insegnamento e il tuo progetto “Meet The Biz” che coinvolge persone disabili hanno riscosso apprezzamenti unanimi. Puoi spiegare ai lettori italiani il significato di questo progetto e soprattutto cosa significa per te lavorare con queste persone. Ci sono alcune persone che guardano ai problemi, ed altre che riescono a guardare al lato positivo di ogni cosa. Io ho avuto la fortuna di entrare a far parte di una “famiglia” che vive la vita in pieno, in ogni istante, che insegue i propri sogni e che prende ogni singolo respiro come invito a realizzare ciò che desidera di più. “Meet The Biz” è costituito da una serie di workshop di recitazione ed intrattenimento indirizzati a tutti gli attori, inclusi quelli disabili, neri, bianchi, gay, eterosessuali, etc. etc. Si basa sul rapportarsi l’uno all’altro e sul prendere ed imparare da ciò che ci accomuna e da ciò che ci differenzia. I nostri workshop insegnano a superare il gap esistente fra abilità e disabilità: ho scoperto che la maggior parte delle persone con evidenti disabilità hanno molte abilità. Io non vedo problemi ma solo possibilità. Queste difficoltà vanno incanalate nella creatività. Questi workshop mi hanno cambiato ed arricchito e mi hanno portato a cercare uno scopo superiore nella vita.

Come è iniziata la tua carriera e, soprattutto, come sei riuscito ad armonizzare i tanti aspetti della tua carriera, quello di attore, produttore e di insegnante? Nel 1990 a San Francisco ho ottenuto ufficialmente la mia SAG CARD (la carta della Screen Actor’s Guild) avendo girato una pubblicità alla quale sarebbero seguite altre tre nel giro del primo anno. Quello è stato l’inizio professionale della mia carriera. In realtà ho sempre recitato fin dalle scuole elementari. Dopo il college mi sono trasferito a Los Angeles e ho continuato a recitare in film indipendenti fino al giorno in cui mio padre è morto. In quel periodo mi sentivo prosciugato: ero un attore, ma non ero in grado di arrivare nei posti in cui avrei dovuto essere. Fu allora che un mio amico mi disse “sto producendo un film, perché non mi aiuti nel casting?” Così entrai nel casting e da lì sono arrivati tutti gli altri lavori: dalla serie “Penn & Teller’s Bullshit” fino ad alcuni film indipendenti. In quel periodo studiavo recitazione con Corey Allen e ho avuto la fortuna di essere suo assistente per cinque anni, questo mi ha permesso di avere il mio workshop di insegnamento al MAO, il Media Access Office. Il MAO era sostenuto dallo Stato della California ed era una sorta di agenzia di servizio per attori, artisti o altri intrattenitori con disabilità. Li ho scoperti grazie ad una cara amica, Mary Rings che è il capo di Born to Act Players ed ho lavorato con loro per dieci anni. Corey ed io abbiamo continuato a lavorare insieme ad alcuni show come “The Beautiful People” di William Saroyan. È stato allora che l’ho presentato al Media Access Office e gli ho mostrato i workshop di insegnamento che facevo. Lui è stato il primo insegnante che ho portato nel 2008 ed è proprio così che è nato “Meet The Biz”. Nel concreto si tratta di uno scambio fra insegnanti e studenti: Biz sono gli allievi e Biz sono gli insegnanti, anzi a pensarci bene, siamo tutte e due le cose.

Cosa fa di un attore un buon attore e, allo stesso modo, cosa fa di un insegnante di recitazione un buon insegnante? Innanzitutto essere se stessi ed essere connessi agli altri. Questo è fondamentale. Devi essere in grado di trovare te stesso in te e poi negli altri, andare alla ricerca della tua verità. Se ad un certo punto avverti questa sensazione e usi tutti i tuoi sensi per ottenerla, allora hai fatto il primo passo per essere un buon attore. Lo stesso avviene quando si insegna. Quando insegno cerco di puntare sul lato positivo, poi cerco di lavorare su ciò che deve essere affinato o messo da parte. Andando a scuola da altri insegnanti, ho capito che non è necessario prendere a calci una sedia per esibire il proprio punto di vista, basta arrivare all’obiettivo.

Tu hai vinto un premio prestigiosissimo, il Media Access Award: ci puoi raccontare le tue emozioni? Ricevere quel premio è stato uno dei momenti più belli ed emozionanti della mia vita perchè venivo premiato per qualcosa che amo fare: lavorare ed aiutare creativamente gli altri. Per tanti anni mi dicevo che avrei voluto vincere quel premio e magari ritirarlo sullo stesso palco su cui avrebbe cantato Stevie Wonder. Bene la sera in cui ho ricevuto il premio, Stevie Wonder cantava e ha ritirato anche lui il suo premio. Quando si parla di sogni che si realizzano… Aiutare gli altri è il premio più grande: ti aiuta molto di più di quanto tu possa immaginare.

Qual è la prima cosa che insegni durante i tuoi workshop? Qual è la cosa più importante da dire ad un attore perché possa iniziare nella maniera giusta? Di iniziare da se stesso e da questo momento, da questo respiro. Per la carriera, mi sono sempre detto che avrei dovuto essere sempre sincero con me stesso e con quello che desideravo in quel momento, tutte le volte in cui non ho rispettato queste due cose, mi sono trovato nei guai. Allo stesso modo, se si desidera prendere un po’ di respiro ed allontanarsi da questo mondo, bisogna ascoltarsi perché questo mestiere a volte può essere un drago, e bisogna sempre prendersi cura di se stessi sia fisicamente che spiritualmente.  

Quali sono stati i tuoi modelli sia nella recitazione che nella regia? Anche del passato? Per la recitazione sicuramente Corey Allen, mi ha insegnato così tante cose che mi ha letteralmente illuminato la vita. E poi i miei genitori e mio fratello, che mi hanno sempre sostenuto. Ho imparato  tanto da diverse persone, la lista è lunga.

Avrai incontrato tantissime persone: chi ha lasciato su di te un’impronta? Gli attori che ho sempre ammirato e che poi ho avuto la fortuna di incontrare sono Dustin Hoffman e Lily Tomlin, entrambi amorevoli, generosissimi. Ero sul set di “Meet The Fockers” (Mi presenti i tuoi?), stavo guardando il playback di una scena in cui recitavo e non appena ebbi terminato, sentii qualcuno che mi afferrava la mano e agitandola mi diceva “Grandioso ragazzo, grandioso!” Era Dustin Hoffman ed in quel momento ho capito che ero nel posto giusto e al momento giusto, Dustin è stato un mentore. Lo stesso posso dire per Lily Tomlin, lei è una persona che da sempre il meglio di se, estremamente generosa. Quando diventi adulto speri sempre che quelli che ammiri siano meravigliosi come te li aspetti. Bene Dustin e Lily sono andati ben oltre le mie aspettative.

Il tuo primo fan? Beh, il mio primo fan l’ho acquistato  in un centro commerciale di articoli per la casa: mi rinfresca la casa quando fuori è troppo caldo! No, scherzi a parte, mi ripeterò ma è così: i miei genitori, che mi hanno sempre incoraggiato e sostenuto.

Puoi parlarci dei film in cui hai recitato o di quelli che hai prodotto? Hai fra tutti una sorta di figlio preferito? Ce ne sono tantissimi: ogni film è davvero come un figlio e le persone e gli amici che ho incontrato in ciascuno di essi mi hanno dato gioia. Se proprio devo scegliere, allora scelgo quello a cui sto lavorando adesso “My next breath”. È un film che nasce dagli insegnamenti di Corey Allen, dalla mia famiglia e da quella che è diventata la mia famiglia allargata. Il soggetto parte da una domanda centrale “Cosa desideri più di tutto in questo momento?” Tutte le persone coinvolte in questo lavoro sono diventate come una seconda famiglia: dalla talentuosa Geri Jewell, alla divertente Kathy Buckley, da Mark Povinelli a due del Sundance Channel’s Push Girls e cioè Angela Rockwood ed Auti Angel, dall’incredibile Lexi Marman di “The Hammer” a David Connel, da Tobias Forrest di Cityzen ad Eduardo Bar, da Andy Arias a Danny Murphy, da Jeanne Elfant Festa a David Sheinmann a Betsy Chasse e la lista è ancora lunga. Questo film è il mio bambino.

Hai recitato accanto a Ben Stiller e a Dustin Hoffman, cosa ti ha dato questa esperienza? Essere sul set di “Mi presenti i tuoi” è stato grandioso, con tutte quelle leggende, da Hoffman a Stiller, dalla Streisand a De Niro, a Danner. Ed il regista, Jay Roach, è un uomo di un talento incredibile. Con molti di loro sono rimasto in contatto, soprattutto con Karen Eileen Gordon che nel film è Anita Focker. Cosa mi porto da questa esperienza? Che niente è impossibile. E chiamo quell’avventura i miei dieci secondi di Focker – notorietà!

Sei mai stato in Italia e cosa pensi dei nostri attori e registi? Sfortunatamente non ancora, ma sarò lì fra il 2015 ed il 2016. Ho intenzione di presentare il mio film “My next breath” al Festival di Venezia e ad altri festival italiani di cinema. Adoro i vostri registi: Fellini, Pasolini, Bertolucci sono bravi da togliere il fiato. Ma amo molto anche quelli di origini italiane come Scorsese, Tarantino e De Palma, il mio prossimo obiettivo è recitare con De Palma, in una commedia.

La parte più difficile e quella più soddisfacente della tua carriera? La parte più difficile è stata capire che essere soltanto un attore non mi bastava e la parte più bella… capire che essere soltanto un attore non mi bastava.

Cosa pensi della crisi che ha toccato anche il mondo del cinema, c’è un modo per salvare il cinema? I film che mi attirano sono quelli in cui c’è cuore. Spero che se ne facciano di più, sono quelli che in qualche modo, aiutano a guarire il mondo. Parlo di film come “The Intouchables” con Omar Sy e Francois Cluzet o come “La vita è bella”. Per quanto riguarda le difficoltà del cinema, è difficile rispondere: in un’era come questa, con internet e tutte le possibilità che abbiamo, è più facile per un’artista farsi conoscere e, paradossalmente, anche più difficile emergere.

Heavenly Peace - David ZimmermanI tuoi prossimi progetti? Sto lavorando a “My Next Breath” e stiamo raccogliendo altri fondi per finanziarlo. Ho lavorato ad un breve film d’animazione intitolato “Heavenly Peace” che uscirà l’anno prossimo e in cui recito accanto ad un grande animatore, regista ed amico, Andreas Wessel Therhorn. “Meet The Biz” quest’anno ha ricevuto sostegno e fondi dalla Fondazione Christopher e Dana Reeve, da Friends of Californian with Disabilities e da Michele Spitz Woman of her Word, così i workshop possono proseguire. Sto anche facendo casting per una serie web per il regista Robert Shelby e per il produttore Dameen Krall intitolata “The Listener” e farò la parte di Argo nel film di Alexandria Altman “Snow Moon: Cinderella Chronicles Saga” che avrà fra gli altri protagonisti Booboo Stewart, Jamie Brewer e Dee Wallace.

A chi vuoi dire grazie oggi? A me, per essere stato sempre fedele a me stesso, per aver saputo ascoltare costantemente il mio istinto e per aver proseguito in ciò che mi ha permesso di aiutare gli altri. Perché mi ha portato in contatto con persone straordinarie che sono diventate la mia famiglia ed i miei amici.

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