maggio 25, 2014 | by Emilia Filocamo
“Dustin Hoffman? Un uomo terribilmente appassionato”. L’attore Michael Vaccaro racconta gli alti e i bassi della sua carriera

L’intervista con Michael Vaccaro, comincia in un modo divertente. Quando gli propongo di rispondere ad una serie di domande per un’intervista relativa ai suoi esordi e ai suoi progetti, molto amichevolmente, mi chiede di incontrarci per un caffè e quattro chiacchiere in un bar di Los Angeles. La cosa mi fa sorridere e, dopo essere ritornata sulla terra, la mia, e avergli spiegato che sarebbe un onore, oltre che terribilmente cool, essere con lui in un famoso bar di Los Angeles a parlare di cinema, ci accordiamo per una soluzione più “plebea”, fatta di un botta e risposta via mail. Il cognome di Michael è già un indizio, e non in sordina. Alza la voce e si propone esplicativo a sufficienza per rendere l’attore americano un po’ più familiare, vicino. Così, la mia prima domanda a questo enfant prodige che ha cominciato a lavorare prestissimo, manifestando doti indubbie non solo nella recitazione, ma anche nel canto, è cercare di capire in che modo, la radice italiana, abbia influenzato il suo carattere o sia presente in alcune sue peculiarità. Michael è assolutamente felice di parlarne, anzi sembra quasi non aspettasse altro. “Mio padre, Alberto, è originario del nord Italia, ma nelle mie vene scorre anche sangue siciliano perché mia madre, Anna, è originaria di un paesino non lontano da Palermo, Borgetto. Io sono stato cresciuto a New York. Cosa c’è di italiano in me? Ah, assolutamente l’amore per la buona tavola, mi piace parlare ad alta voce, sono testardo e ogni tanto un po’ troppo irascibile. Ma sono anche appassionato, bacio benissimo e mi piace innamorarmi. Sono un romantico nato, amo la bellezza, l’arte e la cultura, tutte eredità italiane di cui non potrei essere più fiero”.

Michael, come è iniziata la tua carriera? Quando, esattamente, hai capito che volevi diventare un attore? Credo che sia stata sempre una passione innata, il mio ricordo più nitido di bambino è sempre stato quello di voler diventare un attore. Non so come sia cominciato tutto, anche perché nessuno della mia famiglia fa parte del mondo dello spettacolo. Ma mi è sempre piaciuto anche recitare e ballare, e mia madre ha sempre incoraggiato queste mie inclinazioni, iscrivendomi a scuole di ballo e canto: ho imparato a suonare la chitarra, il pianoforte, la batteria e anche la tromba. Mia madre mi mandava a Broadway quasi ogni sabato e ogni volta che guardavo quel palco, il mio unico desiderio era essere là ed esibirmi. Uno dei miei primi lavori, avrò avuto all’incirca dieci anni, fu con la Columbia Records con il quale diventai componente di una band di cantanti insieme a due mie carissime amiche, Natalie Toro, che è diventata una grande star di Broadway e Trini Alvarado, divenuta un’attrice molto famosa.

Quindi tua madre è stata la tua prima fan, giusto? La prima, ma non l’unica. Ricordo che il mio primo Cd, intitolato “Archangel” è diventato una hit di successo in Giappone ed è stato proprio un ragazzo giapponese ad inviarmi la prima lettera da fan. Fu così dolce, ancora adesso mi chiedo perché allora  non ho preso il primo volo e sono andato in Giappone a ringraziarlo personalmente.

Quali sono le difficoltà che un attore incontra nel tentativo di emergere sugli altri? E, invece, quale è stata la parte più bella e soddisfacente del tuo lavoro? Sgombriamo subito il campo dai falsi miti e dalle immagini patinate: è una vita durissima, questo è certo. E non la consiglierei a nessuno, a meno che il desiderio di fare questo mestiere non sia così bruciante da impedire di dedicarsi ad altro o di dimenticare questa passione. Bisogna studiare tanto, tantissimo per essere sempre al massimo delle proprie possibilità e poi c’è tanta competizione, solo pochi riescono a farcela, i lavori sono spesso pochi e ci sono lunghi intervalli fra uno e l’altro. Io stesso ho avuto dei periodi tremendi, in cui, non mi vergogno a dirlo, non ero nemmeno in grado di pagare le bollette. Quello che mi ha aiutato è stata la mia ostinazione che mi ha permesso di farcela e di andare avanti. Ma la parte più soddisfacente di questo lavoro è sicuramente la possibilità che si ha di crescere costantemente a contatto con gli attori e i registi, di imparare tanto dai ruoli che si interpretano di volta in volta. E poi la cosa più bella è vedere la reazione della gente, sentirli ridere. Ecco, questa è la soddisfazione più grande del mio lavoro: vedere che la gente si diverte.

A chi ti ispiri quando lavori? Hai dei modelli di riferimento, anche del passato? Ce ne sono così tanti, che mi risulta davvero complicato sceglierne uno fra tutti. Sicuramente Al Pacino, quando ho visto “Quel pomeriggio di un giorno da cani”, sono rimasto scioccato dalla sua interpretazione, non ho mai visto un attore con una simile elettricità addosso. Incredibile. E poi, Robert De Niro, Dustin Hoffman,  Ryan O Neal e tanti altri. Ma ci sono anche tante attrici che adoro da Barbra Streisand a Vanessa Redgrave e poi al momento sono letteralmente innamorato di Susan Sarandon e Sean Penn.

Puoi raccontare ai nostri lettori della tua serie tv web “Child Of the ‘70s” e dei tuoi ultimi lavori? “Child of the ‘70s” è una serie web che sta ottenendo un notevole successo, e di cui sono creatore, co produttore e star principale. Al momento sono in onda online le prime due serie e la terza è già in pre produzione. È una commedia in cui interpreto, guarda caso, un ragazzo che si chiama Carlo Perdente (a voi italiani piacerà questo nome buffo) che ottiene il lavoro dei suoi sogni, diventare assistente personale del suo mito, una star degli anni ‘70. Ben presto però, questo lavoro si rivelerà un vero e proprio incubo. Fanno parte del cast alcuni attori simbolo della tv americana degli anni ‘70, da Susan Olsen che era Cindy Brady, in Brady Brunch a Carole Ita White che era parte del cast in “Laverne & Shirley”, ancora Geri Jewell, parte del cast di “L’albero delle mele” e ancora Lynne Stewart che era parte di “Miss Yvonne e Pee Wee’s Playhouse” e ancora Ann Walker da “Sordid Lives” e poi un uomo straordinario, Bruce Vilanch, che per anni ha scritto la maggior parte dei testi per Bette Midler. Si può seguire “Child of the ‘70s” su qualsiasi piattaforma online. Altri lavori di cui sono particolarmente orgoglioso, sono il film “Deleted Scenes”, che parla di una relazione conflittuale e poi “The Endless Possibilities of Sky”, in cui interpreto un tossicodipendente. Ma ho anche lavorato in una soap opera “Another World”, un’esperienza formativa incredibile.

La prima puntata di “Child Of the ‘70s”

Avrai incontrato tantissimi attori nell’arco della tua carriera: chi ti ha lasciato di più in termini umani e professionali? Lavorando a Los Angeles e nel mondo del cinema, incontro attori famosi praticamente tutti i giorni. Ma in verità solo due persone mi hanno lasciato di più. Un po’ di tempo fa ho avuto una parte nel film “Ishtar” in cui recitavo accanto a Dustin Hoffman, abbiamo trascorso alcuni giorni insieme ed è stata una lezione di vita, oltre che professionale, incredibile: è un uomo terribilmente appassionato, attento ad ogni minima cosa, scrupoloso. E poi a Las Vegas, qualche anno fa, ho avuto l’onore di incontrare Bette Midler che, pur non conoscendomi, mi ha offerto il suo aiuto in uno dei momenti più difficili e drammatici della mia vita. Non lo dimenticherò mai.

Cosa fa di un attore un grande attore e quali sono gli errori da evitare? Studiare, studiare, studiare!!! Sempre. Credere nel ruolo che si interpreta, migliorarlo, fare delle ricerche, renderlo credibile, vivo. E non lasciarsi prendere dalla pigrizia. Mi dispiace dirlo, ma molti attori ad Hollywood vogliono diventare famosi solo per essere appunto famosi, sembrano privi di qualsiasi forma di interesse per ciò che fanno e questo, mi dispiace, è vergognoso per un attore.

Quale genere di film preferisci interpretare? Beh, è una domanda complessa: interpretare un film drammatico è sempre una grande sfida, ma adoro anche i musical. Ma il mio genere preferito è sicuramente la commedia, come ho detto anche prima, far ridere la gente da una soddisfazione incredibile. Le mie commedie preferite sono “What’s up Doc”, “Young Frankenstein”, ed “Annie Hall”. Se riuscissi a realizzare un giorno un lavoro simile a questi, sarebbe il massimo. Ma il mio sogno più grande è lavorare con Woody Allen.

Con la tua serie tv “Child of the ‘70s”, sei diventato anche produttore. Credi sia una sorta di evoluzione naturale per un attore passare alla produzione, oppure è semplicemente un dono che alcuni hanno ed altri no? Per me è stato del tutto naturale: avevo scritto la sceneggiatura di “Child of The ‘70s” con la mia cara amica Terence Moss e una volta terminata, non potevo lasciarla così, doveva diventare altro. Non avevo mai prodotto nulla ma ero certo che volevo provarci e la cosa stupefacente è stata imparare strada facendo cose che non avevo mai fatto prima, un’esperienza formativa incredibile. All’improvviso, invece di preoccuparmi di come interpretare emozionalmente questo o quel personaggio, ero passato dall’altra parte, dovevo tenere un planning della giornata, pagare le persone, stabilire se le location erano adatte. Cose di questo genere, insomma. Ma ormai credo di non poter più tornare indietro o forse è solo una scusa, perché mi piace avere il controllo di tutto e mettermi in gioco. È una cosa che adoro!

Cosa ne pensi del cinema italiano? Hai qualche regista italiano nel cuore? E parlaci del tuo contatto con il ballerino di “Amici” Valerio Pino: che ruolo dovrebbe avere nel tuo “Child of The ‘70s”? Adoro il cinema italiano. Federico Fellini è un maestro, la “Dolce Vita” è di una bellezza sconvolgente, il suo “Otto e mezzo” poi, è stata probabilmente una vera e propria rivoluzione. Ho anche amato “Roma Città aperta” di Roberto Rossellini: Anna Magnani era una forza della natura. Credo che non ci sarà mai più un’attrice del suo calibro. Per quanto riguarda Valerio Pino, gli sto dietro da quando ho iniziato la mia serie web. La parte che avevo scelto per lui è quella di un ex fidanzato geloso di uno dei protagonisti della serie. Siamo ancora in contatto e spero mi dica sì al più presto perché oltre ad essere un bellissimo ragazzo, ha un talento straordinario.

Ci racconti la vera Los Angeles? Cosa c’è dietro la facciata dorata di questo mondo? Bella domanda! C’è, come ho detto prima, una lotta continua e, soprattutto, tanta competitività. I lavori sono pochi e spesso si cade in situazioni economiche difficili. Ma non cambierei mai niente di tutto questo: avrei potuto fare lavori più sicuri, ma non mi sarei mai divertito così tanto. Insomma, lavoro con partner bellissimi, con donne stupende, posso imparare ogni giorno da registi di talento, vado al cinema e al teatro spessissimo e sono circondato da gente intelligente che ama e che crede in ciò che fa.

Se potessi andare indietro nel tempo e scegliere un film del passato in cui recitare, quale sceglieresti e perché? Ce ne sono tanti, ma mi sarebbe piaciuto essere Plato nel film “Gioventù Bruciata” ed innamorarmi di James Dean! Ma poi il mondo non avrebbe scoperto il talento e la straordinaria interpretazione di Sal Mineo, e allora, ecco meglio sia andata cosi! Ride. E poi ricordo di aver partecipato all’audizione per interpretare il figlio di Bette Midler in “Su e giù per Beverly Hills”. Se avessi ottenuto quella parte, probabilmente tutta la mia vita e la mia carriera sarebbero andate diversamente.

Hai rimpianti? Rimpianti? No, assolutamente. Ho una vita straordinaria e per arrivare dove sono, ho dovuto attraversare tanti momenti difficili, ma ne sono fiero. Perché, adesso, sono certo di aver fatto le scelte giuste.

Cosa pensi del cinema indipendente? È straordinario! Ha cambiato tutto il mondo del cinema. Una volta, per poter portare avanti il tuo progetto, dovevi passare obbligatoriamente attraverso il sistema degli studi di produzione, oggi puoi comprare una macchina da presa, trovare dei fondi, mettere su il tuo cast e scegliere la location e realizzare cose che prima erano inimmaginabili. Soprattutto per le persone che erano totalmente tagliate fuori da questo business. Youtube ha cambiato tutto, se penso anche alla mia serie web. E poi il cinema indipendente ha realizzato cose fantastiche e di grande qualità.

La crisi economica ha toccato anche il mondo del cinema: esiste, secondo te, una formula per poter sostenere e salvare il cinema dalle difficoltà? Sinceramente non sono particolarmente allarmista da questo punto di vista. Il cinema è immortale, ci sarà sempre, così come ci saranno sempre le persone che andranno al cinema o al teatro. È inevitabile. Certo, oggi puoi anche guardare un film dal cellulare, online, ci sono tante novità. Ma questo non è un handicap, anzi, non fa altro che accrescere la creatività.

I tuoi prossimi progetti? Fortunatamente ho un bel po’ di cose in cantiere: sto per lanciare una puntata pilota di una commedia musicale per la Tv Land, a luglio girerò un film per la Paramount Picture “The Do OVER” sto dirigendo una serie tv sul web “Knock, Knock” ho doppiato uno show di animazione per la tv intitolato “Hollyweird” e poi c’è la terza serie di “Child of The ‘70s”.

A chi dice oggi grazie Michael Vaccaro? Ce ne sono tante di persone straordinarie che dovrei ringraziare, ma per alcune è obbligatorio fare i nomi. Il mio grande amico Michael Anthony, che è incredibilmente incoraggiante, Antonio Mojica, che mi ha insegnato tanto e mi ha dato tanto, e continua ad essere una figura di riferimento nella mia vita e poi, ovvio, il mio partner Renè Marcellus che riempie la mia vita di gioia in ogni istante. E poi mia madre Anna: lei mi ha dato tutto.

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