gennaio 5, 2015 | by redazione
E dimme quacche cosa, nun me lassà accussí…

Di Stefano Valanzuolo*

“E dimme quacche cosa, nun me lassà accussí”… E invece ci ha lasciati, Pino, senza dire nulla. Era fatto cosí, del resto: parlava poco, preferiva cantare. E, cantando, raccontava; e, raccontando, emozionava. Ravello l’aveva inseguito per qualche anno, infine l’aveva accolto solo pochi mesi fa, abbracciandolo sul palco ma proteggendone, fuori, la privacy e quella voglia di discrezione dietro la quale vivevano timidezza e cortesia.

Se ne va un pezzo di storia recente della musica. E non solo napoletana. Se ne va un fuoriclasse della chitarra, un artista capace di assorbire, come una spugna, le suggestioni del mondo intero, per rifiltrarle e farle vivere in una chiave diversa, originale, unica eppure condivisibile. Non è un caso che ognuno, oggi, abbia almeno un ricordo associato alle sue canzoni, una frase o un motivo in cui riconoscersi e riconoscere le proprie radici.

Se ne va un punto di riferimento sano della cultura napoletana, e sarà inevitabile sentirne la mancanza, più che mai oggi, nel pullulare di falsi miti di “napoletanità” svenduti al cinebotteghino o in piazza.

Che oggi a piangere, come per un amico partito troppo presto, ci siano generazioni intere, ragazzi che neppure erano nati all’epoca di “Nero a metà” insieme ai loro genitori, significa che la traccia lasciata da Pino Daniele, per fortuna, è forte davvero. Succede solo con i grandi.

Direttore Ravello Festival e Ravello Magazine 

 

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