ottobre 23, 2015 | by Emilia Filocamo
Elena Bonelli, romana doc racconta il suo amore per la città e il suo ultimo impegno: “Dallo Stornello al rap” celebrazione della canzone e della tradizione capitolina

Nel tourbillon afoso, anzi rovente, dell’estate 2015 appena conclusasi, il 16 agosto è stata una parentesi uggiosa e di nubi, di quelle che si addensano all’improvviso, portando vento e qualche scomoda saetta. Il 16 agosto, per il Ravello Festival, coincideva con il concerto di Sir Antonio Pappano e Luigi Piovano ed Elena Bonelli, che raggiungo al telefono in un pomeriggio di ottobre, ricorda bene quella splendida serata nonostante le condizioni meteorologiche abbiano obbligato un cambio di location ed abbiano sacrificato il Belvedere di Villa Rufolo ad una altrettanto suggestiva visuale “interna” all’Auditorium Niemeyer. Ma il tema conduttore del Ravello Festival 2015, InCanto, sembra essere un po’ nume tutelare nella nostra chiacchierata, perché per l’attrice il canto è tutto, il canto dei venditori nelle amate piazze romane, il canto della gente di Roma, dei popolani, dei cantautori. E così, guidata dal suo entusiasmo, mi lascio trasportare nel suo mondo di tradizioni che vanno riscoperte e che il 20 novembre porteranno alla finale del concorso da lei ideato “Dallo Stornello al Rap”.

Signora Bonelli, la prima domanda mi sembra d’obbligo e più che una domanda è la storia di un amore: Elena Bonelli e Roma. Beh, che dire. Sono nata a Roma, clinica Regina Elena, a pochi metri da San Pietro. Il mio rapporto con Roma è viscerale, pur viaggiando moltissimo, mi accorgo che  quando sono all’Estero, sento la mancanza della mia città e dopo un po’ ho un disperato bisogno di tornare. Certo, soffro il degrado che la città sta subendo, scrivo lettere, mi batto per far sgomberare i rifiuti, me la prendo con chi butta i cartoni in giro. Roma è Roma e va rispettata, così come va rispettata la sua tradizione. Ecco perché da 13 anni giro il mondo e alimento questo mio amore con una iniziativa che rivaluta e sostiene la canzone romana molto più amata nel mondo di quanto si pensi e che ormai sta anche godendo di una meritata rivincita nei confronti della famosa canzone napoletana.

Ecco, sta anticipando la mia prossima domanda. Perché nasce il concorso “Dallo Stornello al rap?” È un concorso rivolto ai giovani cantautori e filmakers che parlino di Roma. La giuria di qualità è composta da grandi nomi del mondo dello spettacolo, la serata finale si terrà il 20 novembre prossimo all’Auditorium Parco della Musica di Roma e sarà propedeutica ad una nuova era della canzone romana grazie alle opere premiate. Tra gli ospiti di questo evento che è fra i più attesi della capitale, ci saranno il gruppo rap Flaminio Maphia e il cantautore Amedeo Minghi. Lo scopo di questo concorso è quello di dare fiducia ai giovani che vivono un momento difficile, soprattutto artisticamente. Questa è stata la prima motivazione. L’altra è sicuramente il mio grande amore per la canzone romana, troppo spesso considerata di nicchia e dalla volontà di avvicinare i giovani a questo tema nasce il concorso. Tutto è partito ad ottobre dello scorso anno con 5 fasi, fra le quali anche una lectio magistralis all’Università; l’ultima fase sarà la pubblicazione di un libro con una nota casa editrice. La richiesta è di sprigionare creatività musicale e visiva raccontando la Roma di oggi e chi può farlo meglio della musica rap? La musica rap racconta la quotidianità ed è quanto accadeva un tempo con gli stornelli romani che raccontavano appunto la  politica, i casi di cronaca, la vita cittadina, gli amori, gli scandali. Erano i giornali di allora: penso ad esempio al canto delle verdumaie di Piazza Navona quando furono costrette a spostarsi a Campo dei Fiori. Spesso dagli stornelli, che erano strumenti di denuncia affilatissimi, nascevano vere e proprie rivoluzioni. Il nome del concorso, dallo stornello al rap, ha una duplice accezione: indica la consonanza e la somiglianza di queste due forme espressive e rappresenta poi due punti fermi nel mezzo dei quali, come se si trattasse di una pancia, sono successe tante cose e si sono successi tanti artisti, penso a Villa, a Ferri, a Califano, artisti grazie ai quali la canzone Romana ha parlato di cose e temi diversi. Spesso ci si chiede perché la canzone napoletana abbia avuto più fama di quella romana dimenticando, storicamente, le differenze fondamentali fra le due città, ad esempio il mecenatismo di Napoli, i Conservatori e tante altre cose da spiegare che renderebbero il discorso troppo lungo e complesso.

Ma Elena Bonelli si sente più attrice o più cantante? Nasco sicuramente come attrice e cantante con Roberto De Simone, che ha segnato il mio debutto e anche dopo ho scelto a mio modo di stare sul palco del teatro musicale. Adesso, ad esempio, ho realizzato una mia lettura particolarissima di Bertold Brecht. Recitare per me è spontaneo, mi viene sicuramente meglio del cantare che necessita di uno  studio ed un esercizio costanti. Ma ormai il mio viaggio nella canzone romana mi ha portato ad avvicinarmi alla musica e a far prevalere di più la veste di cantante, in fondo era quello che volevo fare sin da bambina.

Lei che è a contatto con tanti giovani, quali consigli sente loro di dare? O meglio, qual è l’errore da evitare assolutamente? Durante la lectio magistralis, il consiglio che ho dato più spesso, è stato quello di non risparmiarsi mai e di non mollare. So che sembra retorica dire che bisogna lottare, perché prima o poi il sogno si avvera, soprattutto poi quando molti, giustamente, dicono di dover fare i conti con una realtà in cui ci sono affitti e bollette da pagare ed in cui c’è bisogno di una sicurezza e di una stabilità economiche. Ma nella vita bisogna scegliere, altrimenti ci si accontenterà di essere magari un impiegato insoddisfatto che sognerà altro per tutta la vita.

Come trascorrerà Elena Bonelli la sera del 19 novembre, ossia quella precedente la finale del concorso? Con le spine addosso, che ho già adesso, a più di un mese di distanza dall’evento. In fondo la mia non è un’attesa, ci sono già dentro completamente ed il momento più bello sarà  quando entrerò in scena, la cosiddetta fase ludica, il momento in cui tutto avviene, si compie.

E cosa la aspetta dopo “Dallo Stornello al rap”? Una cosa alla volta! Per adesso sono troppo focalizzata sul concorso per pensare ad altro. Poi, certo, vorrei sicuramente riprendere Brecht, come le anticipavo ha una lettura particolare  in cui abbino le canzoni alla lettura di fatti di cronaca odierni per dimostrare il parallelismo, il ripetersi fra passato e presente di alcune vicende negative e la pericolosità del momento storico che stiamo vivendo.

Lei è stata al Ravello Festival. Le andrebbe di indovinare o proporre il prossimo tema del Ravello Festival? Domanda difficile… vediamo, il viaggio potrebbe essere un tema interessante, inteso come viaggio dei rifugiati ad esempio, della mente, o perché no, della canzone. Oppure… ecco: Brecht! O la Germania. Così porterò magari il mio spettacolo al Ravello Festival!

L’intervista ad Elena Bonelli si chiude qui: non le rivelo che il tema del viaggio è già stato utilizzato per il Ravello Festival di qualche anno fa. Anche perché so perfettamente che in lei, questa idea, coincide con la passione che la scuote, quella per il canto. Il suo viaggio, insomma, sarebbe comunque di note che profumano di sanpietrini, di Campo dei Fiori o di un tramonto color ruggine sui pini di Roma.

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