gennaio 21, 2015 | by Emilia Filocamo
Empatia, energia e passione: queste le tre Muse del regista Pierr Nosari che si racconta fra teatro, videoclip ed il sogno di un lungometraggio da presentare a Venezia

Come spesso succede, spesso ma non sempre, Ravello, Ravello con le sue suggestioni, le leggende, le terrazze, Ravello con i suoi turisti e le apparizioni di vip, diventa, ad un tratto, un terreno comune di discussione con alcuni degli artisti che intervisto. Con Pierr Nosari, attore ma soprattutto regista come lui stesso racconterà, parlando anche di una evoluzione, di una sorta di “maieutica” che lo ha portato a mettere fuori la sua vera vocazione, dopo un periodo di “schizofrenia” artistica, in cui combaciavano in lui tutte e due le passioni, parleremo di Ravello in più di un’occasione durante l’intervista. Ma quello che più mi ha colpita nel corso di questa chiacchierata, è stata una sua frase dedicata al dolore, dopo la perdita di un suo collega, una frase in cui Pierr definisce il dolore come qualcosa in cui bisogna inciampare obbligatoriamente e, nonostante ciò, il regista, ammette che quel momento, un misto di creatività e appunto sofferenza, sia stato uno dei più importanti e addirittura meritevole di essere rivissuto per la grande emozione che gli ha procurato. Questa riflessione emerge proprio dal racconto in cui mi spiega come sia passato da una fase all’altra, da quella di attore insomma a quella di regista, e come in lui le due cose si siano avvicendate o semplicemente amalgamate lasciando emergere il “sapore” più ostinato e, dunque, più autentico. La mia telefonata lo raggiunge, fortunatamente, nel momento giusto, poco prima cioè che sia totalmente immerso nella lavorazione di un videoclip di cui mi parlerà.

Pierr, tu sei attore e regista, puoi raccontarci come è avvenuto questo passaggio? Nasco come attore, sono salito sul palco a 17 anni, ho frequentato la Scuola di Teatro a Bologna ed ero in classe con Stefano Accorsi. Poi durante la tournee di Sei Personaggi in cerca d’autore all’Arena del Sole, ho scoperto di avere un occhio più registico, e dunque, se vogliamo, più intellettuale che attoriale, in cui prevale l’animalità. Diciamo che per un certo periodo ho vissuto una fase un po’ schizofrenica, nel senso che lavoravo a tutte e due le cose, poi nel 2001 c’è stata la scelta, e anche se proprio in quel momento fui chiamato per recitare in un cortometraggio, avevo ormai deciso. Credo sia stata un’evoluzione necessaria anche se, lo ammetto, in me continuano a convivere tranquillamente entrambe le componenti.

Quando conta il teatro  nella formazione di un attore? Sicuramente il teatro ha di insostituibile la compresenza fra performer e spettatore, la contemporaneità, questo garantisce all’attore una formazione seria, perché esige una grande concentrazione che deve essere costante dall’inizio alla fine dello spettacolo. Nel cinema la concentrazione si tiene con maggiore difficoltà, nel senso che il ripetere più volte una scena, spezza questa costanza e spesso può diventare frustrante. Poi bisogna anche tener conto delle dimensioni. Nella mia carriera di attore ho imparato come adattare i gesti, i movimenti del corpo, ai luoghi dove ci si esibisce, durante Sei Personaggi in cerca d’autore, siamo passati, ad esempio, da spazi piccolissimi a teatri enormi. È stato Virginilo Gazzolo ad insegnarmi come ingigantire un gesto, una movenza, adattandola ad uno spazio imponente e quindi portandoli a raggiungere gli spettatori della galleria. Nel cinema invece, devi essere sempre contenuto, piccolo se vogliamo, ecco perché quando insegno cinema, ai miei allievi consiglio sempre di non essere eccessivi, anche nelle espressioni, perché già il volto reagisce da solo davanti alla macchina da presa e non è necessario ampliare. La differenza fra teatro e cinema si basa anche su questa necessità di ridurre tanto.

Da cosa trai ispirazione più spesso per i tuoi lavori? Qual è il fil rouge che ti guida? Ultimamente do molto peso all’empatia con l’argomento in questione, con l’argomento trattato, mi rendo conto che deve appassionarmi anche se, in genere, non sono un tipo con un approccio più british. Ma devo sentire cose che mi piacciono, all’inizio mi lanciavo molto di più in progetti esperienziali e borderline, questo succede anche adesso, ma devo provare empatia ed energia, oltre che passione.

I tuoi prossimi progetti? Proprio adesso, dopo questa intervista, sarò in studio per un videoclip di una band indipendente, The Bizarre Collection, una band post rock, e poi sto facendo da script editor alla sceneggiatura per un lungometraggio di un giovane regista italiano di 27 anni che vive a Londra, Enrico Poli, un ragazzo di cui si sentirà parlare molto secondo me. E poi sto lavorando ad una mia sceneggiatura per un lungometraggio da cui spero nel 2015 di realizzare un film tipo Shame, dunque dedicato ad un personaggio particolare. Nel frattempo curo un po’ di cose varie, dai video per brand a quelli per le aziende.

Conosci il Ravello Festival e qual è il tuo approccio con la musica, visto che lavori spesso in questo campo? Conosco bene il Festival, anche se manco da Ravello e dalla Costiera Amalfitana da tanti anni, l’ultima volta ci sono stato negli anni ’80, quindi dovrei tornare assolutamente. La musica per me è fondamentale, perché è ritmo, e il ritmo è ovunque, nel montaggio, nella recitazione, anzi è una delle prime cose che insegno. Il ritmo è alla base di tutti i miei lavori, poi per quanto riguarda il genere di musica che ascolto, posso dire che non ho preferenze, anche se la mia formazione è punk. In genere mi piacciono gli artisti che hanno sfumature personali, non ho pregiudizi, ma voglio sentire musica che mi dica qualcosa e che non si fermi ai soliti messaggi di amore o di politica.

Cosa guardi in tv o al cinema e cosa ti piace o non sopporti proprio? Ti dirò che seguo molto le serie tv americane ed inglesi: trovo che abbiano una capacità professionale e culturale unica grazie alle quali riescono a dire cose importanti ma senza gridarle, accennandole con un glissato di gran classe. Qualcosa che, purtroppo, manca spesso alla tv italiana e specie alla fiction che si rivela quasi sempre edulcorata e buonista, ecco è come se ci dicessero “Non vi disturbiamo e vi diciamo cose che sapete già”. Mi piacciono invece le serie che incuriosiscono, che sono spiazzanti, come True Detective e Breaking Bad. Per quanto riguarda il cinema, non sono un grande frequentatore,   nel senso che preferisco guardare un buon film a casa, in originale ovviamente, così nessuno può  disturbarmi intorno e, soprattutto, posso fumare!

Se avessi la possibilità di tornare indietro c’è qualcosa che rifaresti e qualcosa che, invece, eviteresti? Tornando indietro, ai tempi della scuola di teatro, mi chiarirei prima le idee sui sogni, la mia carriera è svoltata completamente quando mi sono chiesto quale fosse il sogno da realizzare. Quindi non vorrei avere la stessa indecisione, e vorrei focalizzare prima il mio obiettivo. Rifarei l’ultimo documentario fatto e dedicato al Subbuteo, intitolato Subbuteopia, realizzato con il coautore, Enrico Fontanelli, purtroppo scomparso a soli 36 anni ad aprile per un tumore. Lo rifarei perché, anche se non ha avuto l’eco che speravamo, è stata un’esperienza importante, con momenti che mi hanno dato tanto e pur sapendo quali sono stati il risultato e la perdita, ripeterei l’esperienza. D’altronde il dolore, prima o poi, da qualche parte lo becchi comunque.

Qual è il sogno di Pierr Nosari? Il mio sogno è di portare un film a Venezia, magari la prossima sceneggiatura, avrei voluto riuscirci prima ma non è semplice. Che poi dico Venezia, ma andrebbero benissimo anche Cannes o Berlino!

Mi hai detto che insegni recitazione: qual è il consiglio che dai più spesso ai tuoi allievi e cosa invece consigli loro di evitare? Sì, insegno spesso a Milano, soprattutto la costruzione del personaggio, ma anche a Roma e a Modena. Ai giovani dico sempre di ricordarsi quanti anni hanno, nel senso che se hanno sotto i 25 anni, hanno la possibilità di emergere in questo mestiere, dopo è sicuramente più difficile, non impossibile, ma complesso. La seconda cosa che consiglio è di ricordare che gli attori devono essere animali e lo dico riflettendo anche su me stesso, perché io molto spesso, da attore, mi sono limitato e, se ci si controlla troppo, se si è frenati, al pubblico non arriva nulla. Carmelo Bene diceva che l’attore deve trascendere se stesso, ecco l’attore bravo devi vederlo nudo, devi vederne la carne. La terza cosa che consiglio è di vivere e fare tante esperienze, di prendere l’autobus come consigliava a sceneggiatori ed attori il grande Monicelli. Troppi attori che ho incontrato tendono ad isolarsi e a studiare, a leggere che, per carità, va benissimo, è utile ma non ti rende unico, eccezionale, queste cose possono arrivarti solo dall’osservare, dall’esperienza.

È l’ultima risposta di Pierr Nosari che, a fine intervista, mi chiede anche se non si sia dilungato troppo. Ci tratteniamo ancora qualche minuto a parlare di serie tv americane e, tornando col pensiero a True Detective, gli dico che uno degli interpreti, Woody Harrelson, è un frequentatore piuttosto assiduo di Ravello e che non è difficile in estate trovarlo seduto nella piazza principale. C’è un attimo di silenzio che Pierr Nosari spezza con queste parole: “Mi sa che devo proprio tornare a Ravello”.

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