maggio 3, 2015 | by Emilia Filocamo
“Essere parte di Gomorra, la serie è stato realizzare un sogno”. Storia dell’attore Walter Lippa e degli incredibili incroci del destino

Il destino è un circense esperto, padrone di numeri rocamboleschi, prese da capogiro, capace di  sfiorare il vuoto e tenere con il fiato sospeso, abile nel lasciare il respiro fermo a metà strada, un attimo prima di decidere cosa accadrà. Il destino è funambolo, equilibrista, fachiro, prestigiatore, giocoliere, molto spesso un pagliaccio, con quel suo modo beffardo di prenderci in giro e scomodarci le carte e le vite, incrociandole, facendole cozzare o rintuzzare con altre, cambiandole per sempre o lasciandole identiche. Di questa scaletta di numeri ed evoluzioni senza preavviso ne sa qualcosa, forse anche di più di qualcosa, l’attore Walter Lippa, attore attivissimo a teatro, in tv ed al cinema, da Squadra Mobile a Ho sposato uno sbirro, da I Cesaroni ai Delitti del Cuoco, da Un posto al sole a Moana. Con lui parlare di destino diventa quasi una conseguenza necessaria, un bisogno, una condicio sine qua non. È il destino che gli ha tolto e gli ha dato, il destino che ne ha forgiato occasioni, dolori e gioie. Quando ho l’occasione di intervistarlo, sembra quasi per me obbligatorio suggerirgli di tanto in tanto, mentre chiacchieriamo che “era destino” e per quanto banale questo refrain che risuonerà più volte, ci troveremo entrambi a concordare che certi “spettacoli” ti obbligano improvvisamente a partecipare.

Walter, ho letto che hai un passato da calciatore, ci racconti questa esperienza e poi come sei arrivato al cinema? Sì, ho cominciato all’età di 14 anni, giocavo nella Modesto Ferlaino, poi, causa una frattura, non ho potuto continuare quella carriera. In realtà non avevo assolutamente idea di voler fare l’attore, sono state una serie di coincidenze a portarmi in quella direzione: lavoravo come animatore e nel 1999, durante il maggio dei monumenti, fummo contattati da una scuola per fare uno spettacolo a tema a Napoli. Dopo lo spettacolo fui avvicinato dalla mamma di un alunno che era anche una regista e che si complimentò chiedendomi da quanto tempo facessi quel lavoro. Mi lasciò il suo biglietto da visita per invitarmi a cominciare a fare teatro. Essendo un animatore ed avendo la stagione turistica alle porte, dimenticai quel contatto e persi il biglietto da visita. Poi l’anno seguente, in Calabria, durante lo spettacolo del 15 agosto in cui feci un provino in napoletano, il capo comico mi notò e mi scelse. Mi iscrissi e presi il diploma al teatro Totò nel 2004 ed entrai in Accademia a Roma. Ricordo che nei giorni pari andavo a Roma per studiare dizione. Tutto è cominciato così.

Tu affianchi alla recitazione anche una sorta di impegno didattico, ci spieghi qualcosa in più di questo e a cosa stai lavorando adesso? Insegno recitazione in più di una scuola, al momento, e sono ormai 3 anni che portiamo in scena uno spettacolo molto interessante a scopo didattico sull’involuzione della lingua italiana dovuta all’uso, anzi all’abuso, dei social network. Lo spettacolo, che si intitola “Perché con la x”, è declinato in una chiave comica, ed il punto di forza è che il pubblico fa da protagonista: viene simulata una lezione in classe e in accordo con i professori, ci facciamo dare 10 nominativi di alunni, li andiamo a prendere dal pubblico e li facciamo partecipare a delle interrogazioni sui verbi irregolari e sulla dizione. È un modo anche per entrare nel vivo dei problemi della scuola, come la mancanza di mezzi di prima necessità, dalla  carta al  gesso. Io interpreto il ruolo dell’alunno secchione.

Cosa ti ha lasciato invece l’esperienza di Gomorra, la serie? È stata l’esperienza professionale più bella che abbia mai fatto, forte ed unica. È nata in un momento particolare in cui avevo deciso di smettere di fare l’attore, era un anno e mezzo che c’era calma piatta e la cosa cominciava un po’ a scoraggiarmi. Così decisi di riprendere l’Università che avevo lasciato per iscrivermi all’Accademia. Proprio il giorno della discussione della tesi sono stato contattato dall’assistente al casting director di Gomorra per il primo provino. Così incontrai Stefano Sollima e la Muccino. Si realizzava il mio sogno più grande, volevo lavorare con lui dai tempi di A.C.A.B. e ricordo che lo avevo contattato  su facebook per essere provinato. Sollima allora mi rispose che non era quella la maniera migliore e più professionale per lavorare, poi il destino ha voluto che ci incrociassimo ancora e che fossi scelto per Gomorra. Mi spiace soltanto non essere nella seconda serie.

Sei napoletano, cosa auguri alla tua città? Le auguro di riscattare la sua popolarità, Napoli è quasi sempre il capro espiatorio di tutti i mali. Potremmo vivere di rendita sia per la ricchezza che abbiamo che per il turismo, non abbiamo nulla da invidiare agli altri.

Pregi e difetti di Walter Lippa? Il pregio, che poi forse è più un difetto, dipende da come lo si guarda, è che sono troppo buono, onesto e disponibile. Il difetto è forse la mia istintività, il fatto di non riuscire ad essere razionale, ma non potrei fare questo mestiere se fossi razionale.

Se tornando indietro potessi dire qualcosa a qualcuno a cui non hai fatto in tempo a parlare, chi sarebbe e perché? Ci sono delle cose che avrei voluto dire. Ho avuto un incidente d’auto gravissimo, mi sono salvato per miracolo, avrei voluto dire delle cose a Bianca, la mia ex a cui in quel periodo mi stavo riavvicinando. Forse, ecco, quella poteva essere una seconda occasione per noi due, ma non ho avuto il tempo di dirglielo. Di dimostrarlo.  

L’intervista con l’attore Walter Lippa si chiude qui, con una confessione vera e propria, con il numero più inaspettato del trapezista / destino di cui parlavo all’inizio. Una di quelle evoluzioni  che non ti aspetti, in cui  non c’è sotto a confortarti una salvifica rete di sicurezza ed il cui esito non comprende applauso, o rimedio.

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