settembre 5, 2014 | by Emilia Filocamo
«Fare cultura migliora un paese». Parola del poliedrico Fabrizio Apolloni, doppiatore e attore di cinema e teatro

Avrei dovuto pensare ed intuire che alle dieci del mattino del 29 agosto anche un artista può essere meritatamente immerso in un risveglio non del tutto convinto. Ma, forse, l’impazienza di intervistare Fabrizio Apolloni, attore poliedrico e cangiante, camaleonte a proprio agio sulle assi di un palcoscenico così come nella veste di “ventriloquo” di personaggi Disney di grande calibro, mi spinge ancora una volta ad essere inopportuna e a cominciare l’intervista a pochi minuti dal risveglio dell’attore. Cominciamo così a parlare di teatro, di opportunità, di personaggi noti, anzi notissimi e di miti della sua infanzia divenuti con un puff, stile polverina magica Disney, colleghi dietro la macchina da presa o dietro il sipario. La prima cosa che mi incuriosisce è capire come si fa a fare tante cose insieme e a farle tutte bene.

Come attore, ha recitato in film straordinari, da Cuore Sacro di Ferzan Ozpetek ad Un Matrimonio di Pupi Avati, poi in Buona Giornata dei Vanzina, ma è anche doppiatore, conduttore: come si armonizzano in lei tutte queste componenti artistiche e quale prevale su tutte le altre? «In realtà su tutto prevale sicuramente il teatro ed il teatro è stato l’amo per la mia esperienza di doppiatore, un’esperienza che è stata come una parentesi, apertasi e, credo, ormai chiusasi definitivamente. Ero a teatro, appunto qualche anno fa, e fui notato dal   famoso direttore di teatro Francesco Vairano. Mi disse che era alla ricerca di una voce particolare, molto squillante, per doppiare il  personaggio  di un film animato. Quel film era Mulan, della Disney, in cui sono stato la voce di Ling, anche per Mulan II. In quel periodo i provini fatti per i personaggi della Disney dovevano essere vagliati direttamente a Los Angeles ed io fui scelto appunto dai produttori Disney. L’anno successivo fu la volta di Shrek in cui fui la voce di Omino Pan di Zenzero, e fu così anche per Shrek II. Firmai un contratto con la Dreamworks che legava la mia voce anche a tutti i gadget che seguirono, dai giochi per la play station a tutti gli altri. Ma sono assolutamente ed innanzitutto un attore di teatro».

Recitare è sempre stata una sua passione oppure è tutto nato casualmente? Ci racconta brevemente i suoi esordi? «Si, ho sempre avuto questa passione, fin da bambino. Una passione che è stata perfino sostenuta e spinta dalla mia maestra delle elementari, poi dall’insegnante delle scuole medie al punto che anche i miei genitori ad un certo punto si sono resi conto che avevo effettivamente questa attitudine. Certo, magari da genitori, si aspettavano un lavoro cosiddetto “ normale” e forse più sicuro, ma alla fine hanno accettato e compreso che la mia strada fosse questa».

Qual è stata l’esperienza più bella fatta sul set o a teatro? Quella che ricordi con maggiore affetto? «Ti dirò che è molto complicato scegliere ma forse, per assurdo, quella che ricordo con più piacere è stata una di quelle più piccole rispetto a tutte  le altre e cioè un lavoro che ho fatto con Flavio Bucci ( con cui avevo già lavorato nella Dottoressa Giò con la regia di Filippo De Luigi). Abbiamo lanciato e promosso un piccolo teatro nelle Marche che era stato appena restaurato. Pur avendo già lavorato con Flavio, mi sono reso conto in quelle 2, 3 serate di repliche che era una persona non solo eclettica, ma anche di grande umorismo. Un artista a tutto tondo, insomma, dotato di un talento straordinario. Io ho avuto la fortuna di conoscere artisti del teatro e del cinema che poi sono stati considerati dei grandi. Un esempio su tutti è la mia amicizia con la grande Claudia Cardinale. Quando ero bambino eravamo vicini di casa ed io già la ammiravo tantissimo, lei era già un mito, una donna non solo di una bellezza unica e straordinaria ma anche estremamente semplice, sensibile e simpatica. Proprio qualche tempo fa, ad Agosto, abbiamo cenato insieme ed io le chiedevo proprio questo “Claudia, ma come fai? Tu non hai un difetto: sei bellissima, hai talento, sei simpatica, umile e alla mano!” E mi sono reso conto che i grandi, i veri grandi, sono proprio così. Semplici. Fra l’altro abbiamo lavorato insieme, abbiamo appena terminato le riprese di un film intitolato Una gita a Roma, la prima opera da regista dell’attrice Karin Proia, in questo film io sono anche produttore associato. Il film è stato girato ad agosto, e fra ottobre e novembre inizieremo il montaggio. Sicuramente uscirà nel 2015 anche perché Karin Proia è impegnata adesso sul set de Le Tre Rose di Eva».

Secondo lei un attore di teatro ha una marcia in più rispetto a chi non ha familiarità e dimestichezza con il palcoscenico? «E’ una domanda complessa questa a cui non so rispondere se sia effettivamente così. Posso dirti quella che è la mia esperienza personale e cioè che il teatro per me è un bisogno,  una necessità, anzi una vera e propria dipendenza, come se fosse una droga, fornisce assuefazione, nonostante tutte le difficoltà. Fra il recitare su un palcoscenico ed il recitare sul set di un film o di una fiction ci sono differenze sostanziali: il palcoscenico ti offre un contatto diretto con il pubblico, una sinergia diretta, il set ha tempi lunghi, che si dilatano. E poi il teatro ha una valenza terapeutica, è una metafora della vita stessa se si pensa già alle sue dinamiche: apertura del sipario, sviluppo, chiusura del sipario. E’ paragonabile alla nascita, alla crescita e alla morte di un individuo. Il teatro è un arco temporale ben descritto».

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «Forse cambiata proprio no, ma, come ho già sottolineato prima, ho avuto la fortuna di incontrare persone che ammiravo, che erano miei miti e poi me li sono ritrovati accanto come colleghi. Se devo fare un nome, ti dico ad esempio Gianfranco D’Angelo, con cui ho lavorato in teatro. Gianfranco D’Angelo non è solo un artista con un talento straordinario, ma ho scoperto anche che è una persona mite, dolcissima, e sempre disponibile. Oppure Gianfranco Jannuzzo con cui ho lavorato in una turnè   teatrale lunga 2 anni, in Cercasi Tenore, uno spettacolo che ha ottenuto un successo straordinario. Ecco Gianfranco Jannuzzo è di una precisione incredibile, quasi fastidiosa, ha dei tempi compici precisi come un’equazione matematica. Vedi, in ognuno di questi artisti, ho trovato qualcosa di importante e qualcosa da cui imparare. Poi, da un punto di vista professionale, l’incontro più importante è sicuramente stato l’incontro con Giancarlo Zanetti, grande uomo di teatro, oltre che produttore: è stato lui ad insegnarmi davvero tantissimo».

Mi ha già parlato del film con Claudia Cardinale. Altri progetti? «Ho finito di girare da poco Che Dio ci aiuti, con Elena Sofia Ricci. Una bellissima esperienza, un po’ come sul set di Don Matteo. Don Matteo è  una serie di grande successo fra l’altro venduta anche all’estero, a Washington. Pensa che viene mandata in onda con i sottotitoli, piace tantissimo perché è una serie di sentimenti, senza violenza e con storie a lieto fine. E’ forse la serie italiana con maggiore successo all’estero. Poi dall’11 novembre sarò in scena con Il nostro amore, il cui sottotitolo è Happy Hour, una commedia di Luca De Bei un po’ sui generis con 2 soli personaggi, un uomo ed una donna che si incontrano sempre in un bar all’ora appunto da Happy hour e che avrà sviluppi particolari, pur sembrando quasi un blind date. Sarà presentato al Teatro della Cometa e poi partirà anche la turnè. Poi dovrei lavorare nuovamente con Giancarlo Zanetti, penso a giugno del 2015, non sappiamo ancora bene cosa, anche perché stiamo vagliando e leggendo diversi testi. La scelta dei testi è fondamentale nel teatro».

Se non fosse diventato un attore, sarebbe stato? «Un veterinario! Assolutamente. Adoro gli animali, mi affascinano».

A chi vuoi dire grazie oggi? «Dovrei dire grazie a tantissime persone, dire grazie è una cosa bellissima e la mia lista ne comprenderebbe molti, ma se devo scegliere una persona, dico grazie ad Enrico, il mio medico e soprattutto un mio carissimo amico. Enrico mi ha sostenuto in un momento di difficoltà professionale facendo rinascere in me la scintilla, il fuoco sacro e l’entusiasmo per questo lavoro che avevo intorno ai 30 anni. E’ stato lui  a convincermi a non mollare perché il mestiere di attore è splendido, ma ci sono momenti davvero difficili da affrontare e, soprattutto con la crisi, questi momenti sono stati comuni anche a molti miei colleghi. Enrico ha sempre avuto una sconfinata ammirazione nei miei confronti, e devo dirgli grazie di cuore per tutto il suo sostegno».

L’intervista sembrerebbe finita, ma Fabrizio Apolloni sente di aggiungere qualcosa in più, un messaggio davvero splendido. «Chi fa cultura, ed il Ravello Festival ne è un esempio, affronta tante difficoltà ma fa una cosa meravigliosa. Perché sostenere l’arte significa migliorare, elevare un Paese. L’arte conforta, è la migliore medicina, una panacea e spesso mi chiedo perché non si investa di più in questa medicina miracolosa».

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