aprile 30, 2014 | by Emilia Filocamo
Fine spettacolo

A rientro da un viaggio, tra la stanchezza e la familiare bagarre che accompagna il triste officio del disfacimento bagagli, si colloca sempre una sequela di domande scontate che vanno dal come è stato a cosa si è visto, al cosa si è fatto. Ogni viaggio necessariamente muore in un’intervista più o meno dettagliata.
Questo viaggio, Villa Rufolo Mille Anni di Magia, iniziato il 21 marzo, viaggio paradossalmente stanziale e senza trolley, senza l’ansia di calibrare e poi  imbottire spazi angusti con tutto ciò che serve o che si spera possa servire, gonfiando le valigie a mo’ di boa constrictor ad ore pasti, è ormai all’arrivo. L’imbarco era avvenuto nella bocca della primavera appena cominciata: serata mite, ricordo, affollata di attesa, un  avvento laico sprovvisto di paramenti, liturgie, ma provvisto di un dolce offertorio di bambini ed adulti curiosi. L’imbarco era pieno delle emozioni che si hanno in tutte le partenze, delle paure, delle speranze, di qualche intoppo che, come in ogni meta che si rispetti, deve necessariamente intralciare o creare scompiglio, fino all’istante però in cui tutto inizia. E allora non c’è turbolenza che fermi.
Il 4 maggio, domenica sera, il viaggio finisce.
Se qualcuno vorrà chiedermi, come semplice spettatrice e fortunata passeggera immobile di questo tour, cosa abbia visto, lo pregherò di sedersi e di darmi del tempo per rispondere, più tempo del solito.
Ho visitato le emozioni, privilegio unico, emozioni che avevano colori spettinati e forme vivide, ho visto lo stupore più ingenuo, quello che viene dagli occhi e dalle parole dei bambini, ho visto sorrisi inglesi, messicani, francesi, svizzeri aprirsi con la stessa esplosione cromatica di certi giochi a cui il 21 marzo ci ha abituati con digitale, ologrammatica generosità.
Ho visto la magia di facciate Pinocchio risvegliate dalla rigidità del loro legno secolare rimpolparsi di carne e figure a tutto tondo.
Racconterò del verde petrolio dei cespugli dietro i quali stavano come fornaci, le bocche nere dei proiettori, animali in agguato perfettamente mimetizzati, un Nuovo Cinema Paradiso, in cui la magia sbucava con la stessa forza del leone della Metro Goldwyn Mayer; racconterò di quel ragazzo, equilibrista dai capelli infiniti, che controllava dall’alto con una luce da minatore, una mobile statua da cuspide, un trapezista geniale, e racconterò dell’ipnosi del chiostro e di quel brano che ho chiesto di poter avere su un cd, in cui le note accompagnavano perfettamente la scomposizione delle colonne, un’estrazione fatta da un dentista sapiente, capitelli dalle gengive della villa, spine dorate dalle dita della dominazione araba.
Racconterò magari di Eleonora o di Marta, quasi tutte le sere in prima fila, dei loro salti fra i laser e di quel papà che ha spiegato a suo figlio che là dove i laser fanno uno shanghai aereo sollevati dalle Valchirie di Wagner, ci sono le ragnatele di Spider Man. E potrei dire dell’emozione che prendeva quando, dal proscenio del belvedere, il tema di Lezioni di Piano di Jane Campion accompagnava il vento a sollevare i petali per poi scurirli, rendendo vermiglie e ancora pallide le aiuole, disarmando in un crescendo eccezionale l’attesa con  un pout puorri di colori inaspettati, di effetti che trattenevano il respiro. Potrei dire dell’uomo che dorme blu nella vasca, del gracidare nel viola e nel rosso, della Gymnopedie che impediva di parlare, perché non c’è bisogno di parlare davanti ad uno spettacolo simile.
Il quattro maggio i giardini si spengono: la Bella Addormentata torna nella sua teca fatta di fiori che cambiano abito solo ad ordine di Dio e della nuova stagione. Non so come si porteranno via i proiettori, i dinosauri sbuffa colori, un Big Bang riporterà forse queste creature da dove sono venute, alla loro era.
E le aiuole, i giardini di Escher da cui brulicava un rosso, gigantesco plotone di formiche, torneranno a farsi ammirare bianchi o rosa e solo di giorno, perché la notte appartiene alla Luna e ai custodi che restano a guardia.
A rientro da un viaggio, quasi tutti  tengono un souvenir più caro degli altri: in genere è quello che non si regala ai parenti, quello che resta a casa, o in un angolo della valigia.
Il mio souvenir è la bellezza: si è detto tanto di questo viaggio, e non tutto è stato giusto, la bellezza non si può criticare per partito preso, bisognerebbe solamente ascoltarla, non solo vederla. E accettare che è superiore a qualsiasi fazione, a qualsiasi ideologia. È un dato di fatto.
Il 4 maggio lo spettacolo cala il sipario. I gelsomini torneranno a disperdere il loro incenso, ma nessun bambino correrà tirando un adulto per la mano là, sulla pista viola e blu dei laser, la bocca – pausa – stupore nei mille anni di storia. Lorenzo Rufolo si riconsegnerà al suo silenzio, ed il Parsifal, Sacro Graal della musica, accetterà il proprio giaciglio, immortalato dalla lapide dietro il pozzetto.
Io voglio solo dire grazie per tutta la bellezza di cui ho potuto godere e non era un viaggio a cui ero preparata, anzi.
Era imprevisto, per occasione e bellezza, e forse proprio per questo indimenticabile.
Come la formula di un incantesimo, voglio ripetere per un’ultima volta il rito iniziale: luce blu. – Signori, un  po’ di pazienza- . Luce verde: quattro minuti e due secondi da questo momento. Si parte. Ecco. Comincia.

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