dicembre 13, 2014 | by Emilia Filocamo
Francesco Di Silvio racconta cosa vuol dire essere produttori oggi. Alle porte l’Uomo in Frac di Steafania Rossella Grassi

Il metro di misura di una passione spesso non è solo nelle azioni, nei risultati, che sono oggettivi e assolutamente palesi, ma può essere più sottile, nascosto e discreto. Può essere in una frase, nel modo di accentare l’attenzione e di attrarla verso un particolare, può essere in un ricordo che fa da sacco gestazionale della passione stessa. Nel caso di, produttore italiano di successo, adesso al lavoro per il film l’Uomo in Frac di Stefania Rossella Grassi con la partecipazione di Robert De Niro e poi ancora produttore del nuovo film di Amos Gitai dedicato a Robert Hunter, fondatore di Greenpeace, con la regia di Gabriele Muccino e la partecipazione di Russel Crowe, il metro della passione è in un paio di risposte mescolate alle altre nell’intervista che mi rilascia. Francesco Di Silvio non aveva e non avrebbe mai potuto avere un piano B, un’alternativa al mestiere che fa con consapevolezza, responsabilità ed amore incondizionato, e questa è la prima. L’altra risposta, invece, come accennavo, si intreccia ai ricordi: Francesco Di Silvio è un uomo del sud, con alle spalle una famiglia semplice e la cui fatica è condensata nei sacrifici, ma è stato soprattutto un bambino del sud con un sogno. Un sogno sicuramente più grande e prezioso e complicato di quelli che si possono avere alla sua età, un sogno che include il grande schermo e magari l’oceano: Francesco Di Silvio cerca la culla dei suoi sogni in un vecchio cinema di paese, dove si rifugia spesso e dove ha tempo per riempirsi gli occhi ed il cuore della sua unica passione.

Signor Di Silvio, partiamo da l’Uomo in Frac, una storia poetica e di valore internazionale: quali sono stati i punti di forza che l’hanno convinta in questo progetto? La passione di Stefania Grassi ed il suo talento e poi la figura mitica dell’uomo in frac. Ognuno di noi nella propria vita ha messo il frac.

La sceneggiatura è di sicuro il la di un film: lei ha una sorta di “regola” da seguire per capire se una sceneggiatura ha le carte giuste per diventare qualcosa in più e per avere successo? Beh, al di là della sceneggiatura, ciò che conta è la storia. Se la storia è potente, allora viene fuori una sceneggiatura buona e gli attori entrano nel progetto.

Cosa vuol dire essere un produttore oggi? Quali sono le difficoltà del suo mestiere e quali le soddisfazioni più grandi che ha ricevuto? Essere produttori oggi vuol dire pazienza, mai perdersi d’animo. Oggi la gente si tira indietro e bisogna essere come i dottori al pronto soccorso pronti a ricevere l’urgenza, poi risolvere il problema. Il problema è sempre la reperibilità dei soldi per gli sviluppi di un progetto che è molto difficile dopo. La lavorazione del film non è complessa, la parte dura sono gli sviluppi delle sceneggiature.

Lei è anche un uomo del Sud, quanto la sua componente meridionale l’ha condizionata, aiutata o ostacolata nel suo mestiere e nelle sue scelte? Di assolutamente meridionale mi riconosco la disponibilità, l’umanità, l’umiltà, il senso dell’onore nel rispetto del gruppo. Tutte cose che oggi sono un po’ marginali, in realtà gli artisti sono delle persone sensibili che hanno bisogno di storie, calore e rispetto da parte del produttore. Non ci sono altri elementi quando si parte da sottozero.

Ci racconta brevemente chi è Francesco Di Silvio è come nasce il suo amore per il cinema: figlio d’arte o ha seguito una sua passione? Da bambino amavo il cinema, vengo dal nulla, figlio di gente semplice che ha sempre lavorato. La mia disperazione per le ingiustizie, mi ha dato amore per il cinema, che considero la migliore terapia. Poi sono emigrato e da lì è partita la vera avventura, certo difficile, complicatissima ma la passione ti porta ai risultati. Quando ero bambino e vivevo in paese, mi rifugiavo al cinema a vedere Sergio Leone che mi ha insegnato tanto e mi ha fatto amare questo lavoro. Ho sempre sognato di fare il produttore.

Da produttore, da addetto ai lavori, quali ritiene che siano i limiti del nostro cinema, i paletti che andrebbero scalzati o superati? I soldi pubblici, rifare la legge sull’audiovisivo, defiscalizzazione totale per chi investe nel cinema, bisognerebbe migliorare la distribuzione togliendo molti doppiaggi e poi creando il mercato vero dei film così come in Francia. Bisognerebbe lanciare i giovani ed eliminare la lobby di gente che non ha amore per il cinema e che, con un modo di fare quasi dittatoriale, toglie le speranze a chi davvero vuole fare il mestiere più bello del mondo.

Gli esordi credo siano difficili un po’ per tutti, indipendentemente dal proprio ruolo: lei ha avuto rifiuti, porte chiuse in faccia? Ci racconta anche i momenti no del suo mestiere? In Italia direi sempre, ogni giorno, perché non sono il fighetto figlio di papà che fa cinema. 

So che non si fanno preferenze, ma c’è un lavoro che la rappresenta meglio o al quale è più affezionato? Non faccio distinzioni: il cinema. 

L’incontro che le ha cambiato la vita, professionalmente parlando? Quello con Abel Ferrara. 

I suoi prossimi progetti? Il film di Amos Gitai, dedicato al fondatore di Greenpeace.

Se non avesse fatto questo mestiere, oggi sarebbe? Aveva un piano B? Sarei morto.

Che genere di film vorrebbe fossero prodotti in Italia nei prossimi anni? Action, romantic comedy. 

Ha mai dei rimpianti? Assolutamente no. 

A chi vuole dire grazie oggi Francesco Di Silvio? Alla mia donna e ai miei registi.

Un film del passato di cui avrebbe voluto essere lei il produttore? Il Vangelo Secondo Matteo. 

L’intervista con Francesco Di Silvio si chiude qui, essenziale e sferzante come può esserlo un applauso. Quello che raccoglierà al termine dei suoi nuovi progetti, quello a cui il suo mestiere lo ha abituato, quello che magari sognava seduto stretto sul sedile di un cinema di paese, con gli occhi del bambino che puntava già verso le stelle.

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