luglio 4, 2014 | by Emilia Filocamo
Gabriel Campisi, l’oriundo che ama l’italian style

C’è l’Italia nel cuore e nella mente di Gabriel Campisi, scrittore, regista e produttore statunitense. Ed è lui stesso a manifestare il grande amore per il Belpaese, terra paterna e dei propri avi. Cresciuto negli States in una casa tipicamente italiana, non ha mai rinnegato il rapporto con l’Italia e la Sicilia da cui partirono i suoi nonni, su uno dei tanti ferryboat che solcavano l’Atlantico. E più precisamente da Palermo.

Ma cosa c’è di tipicamente italiano in te? Mio padre canticchiava tutti i giorni le opere di Pavarotti e a tavola non mancava mai il vino. C’erano poi zii e zie che giravano per casa a tutte le ore, parlavano ad alta voce, ridevano, E poi, come dimenticare quei profumi del buon cibo italiano che si spandeva dappertutto. Questi sono i ricordi più belli che ho della mia infanzia. Ho voluto mantenere lo stile di vita italiano anche nella mia casa: io adoro cucinare e la mia cucina profuma sempre di salsa e di lasagne oltre che di pizza, che preparo personalmente. Le persone che mi conoscono intuiscono che sono italiano, quindi credo davvero di somigliare in tutto e per tutto a voi.

Il tema del Ravello Festival 2014 è il Sud, inteso non solo come un riferimento geografico, ma proprio come modo di essere e di vivere. Ci dai una tua definizione di sud? Se penso al Sud, penso alle mie origini, alla Sicilia e all’Italia. Adoro l’Italia per il suo essere una realtà così sfaccettata, culturalmente e storicamente vivace e con tante differenze fra una zona e l’altra. Penso alla varietà culinaria del sud, ai grandi vini, insomma al calore della mia terra d’origine.

Sei uno scrittore, un attore ed un produttore. Ma quale di questi può definirsi “primo amore” e poi in che modo ti orienti fra i tre ruoli? Le mie passioni più autentiche sono scrivere e fare il regista, sono diventato produttore successivamente e ho avuto la fortuna di essermi imbattuto in progetti davvero interessanti e di aver conosciuto registi che hanno puntato su di me come produttore. Non mi definirei davvero un attore, anche perché non amo molto stare sul set davanti a una macchina da presa, tuttavia ci sono state delle circostanze in cui era richiesto un attore e mi sono buttato in questa avventura. Sono stato un produttore di successo ma adesso mi sto concentrando per lo più a scrivere sceneggiature ed ho una serie di progetti interessanti che sto portando avanti. Ma il fil rouge di tutte queste passioni è il fatto di poter creare mondi immaginari e di dare sfogo alla mia creatività, questo rende più semplice il mio sgusciare da un ruolo all’altro, alla fine l’obiettivo è sempre lo stesso e la passione permea tutto il percorso.

Cosa secondo te rende un produttore o uno scrittore validi e cosa li rende invece eccezionali? Un produttore eccezionale deve possedere tre requisiti fondamentali: preparazione, esperienza e passione. Ad un buon produttore, invece, bastano preparazione ed esperienza ma per raggiungere l’eccezionalità bisogna far ricorso alla passione. Deve scoccare quella scintilla che ti invade di energia e di entusiasmo e che è così contagiosa da colpire tutti gli altri, tutto lo staff con cui lavori. Il cinema è la mia passione da sempre e io non lo considero un lavoro, stare sul set per me è come per un bambino stare al parco giochi. Certo, non bisogna credere che fare lo scrittore o il produttore sia semplice, anzi, sono lavori complessi e pieni di competitività. Ma io sul set cerco sempre di creare armonia, di dialogare con tutti, dal primo all’ultimo, per comprenderne motivazioni e problemi. Alla fine si lavora tutti per lo stesso obiettivo.

Ci racconti i tuoi esordi? Fin da ragazzino mi piaceva fare riprendere con la telecamera super 8, nell’adolescenza facevo piccoli film anche con la 16 millimetri. Ho vinto diversi premi in giro per States e ho ricevuto anche interviste da varie emittenti e giornali locali. Dopo essermi diplomato, poi, ho cominciato a lavorare sui miei primi cortometraggi, sono diventato un assistente di produzione ed un assistente alle riprese, giravo anche piccoli spot e tanti video musicali per diversi personaggi famosi nell’ambito musicale. Ma a questo affiancavo tutta una serie di altri lavori: dall’elettricista al truccatore. Poi per quasi dieci anni ho lavorato con un gruppo di ragazzi davvero in gamba che realizzavano effetti speciali e facevano gli stuntman per i film. Facevamo saltare in aria le auto, davamo fuoco alle persone o bisognava far uscire gli attori da edifici in fiamme. Insomma era divertente, anche se io facevo solo le riprese. A metà dei miei venti anni mi sono dedicato invece per lo più alla parte finanziaria, in questo avevo l’esempio di mio padre che era un imprenditore, quindi avevo una certa dimestichezza con le dinamiche finanziarie. Così sono riuscito a far emergere queste due cose, passione per la regia e business, nella mia attività di produttore e questo mi ha dato un successo notevole.

La prima persona che ha creduto in te? Mio padre, assolutamente. Lui non solo credeva in me e nelle mie scelte, ma mi ha sostenuto sempre e mi ha incoraggiato. E questo gli è costato tantissimi sacrifici, una cosa che mi riempie il cuore di gioia e di tenerezza. Ecco perché ancora oggi continuo sempre a dare il meglio di me stesso, per dimostrargli che tutti i suoi sforzi non sono stati inutili.

Il momento preciso in cui ti sei detto: è fatta! In verità tutti quelli che conosco e che mi sono intorno continuano a ripetermelo: ce l’hai fatta. Io, invece, ritengo di avere ancora tanto da fare e da dimostrare, nonostante nei prossimi mesi sarò impegnato in una serie di progetti di grande rilievo negli Studios di Los Angeles che coinvolgeranno grandi nomi dello Star System e che avranno budget di tutto rispetto. Io so di essere in una posizione privilegiata, perché faccio uno dei lavori più belli del mondo e perché, soprattutto, faccio quello che mi piace. Ma in realtà credo che se ti sacrifichi per i tuoi sogni, alla fine saranno proprio loro a bussarti alla porta un giorno e a realizzarsi.

Hai conosciuto tantissime persone ma quali di queste ti ha dato di più? Le persone che mi hanno dato di più sono quelle che non fanno proprio parte dello star system di Hollywood ma che comunque hanno un cuore d’oro e sono sopraffatte totalmente dalla passione. Un esempio di quello che sto dicendo sono i produttori e le case di produzione che ho intervistato per il mio ultimo libro “The Indipendent Filmmakers’s Guide to Writing a Business Plan for Investors”, la seconda parte di questo lavoro contiene tante indicazioni eccitanti per i lettori e per chi vuole fare questo mestiere. Fra quelli intervistati Gerald R. Molen che ha ottenuto l’Oscar e ha lavorato per più di 25 anni con Spielberg in film come Jurassik Park, Schindler’s List e Minority Report, oppure ancora Donald Kushner che ha realizzato Tron e Tron: Legacy e ancora lo splendido Monster con Charlize Theron. Oppure Pen Densham, Judd Payne, Morris Ruskin e tutti i componenti dello staff dell’Asylum e tutti i miei colleghi e collaboratori nella produzione: da Jared Cohn, Judy Kim a Johnny Mehrer.

Hai lavorato anche con Sylvester Stallone, ci racconti di questa esperienza? Si, ero giovanissimo e ho lavorato due volte con Stallone come assistente alla produzione alla fine degli anni ’80 sul set di Rocky IV e di Over the Top. Conobbi Irwin Winkler, il produttore di tutta la saga di Rocky e lui mi presentò Stallone che era impegnatissimo sul set ma trovò il tempo di parlarmi. E’ una persona preparata e splendida che lavora più di tutti quelli che ha intorno sul set e poi è divertentissimo. Ecco, una cosa che forse in pochi sanno di Sly è che se lo becchi nel momento giusto, è capace di farti ridere fino alle lacrime.

Ci racconti la vita di un produttore a Los Angeles? Cosa c’è dietro tutto il glamour, i soldi e le feste milionarie? La verità? Dietro tutto quel luccichio c’è tanto lavoro e tanto sacrificio. Io stesso sono stati a diversi party con star hollywoodiane ma poi ho dovuto declinare tanti inviti, perché altrimenti non riuscirei mai a lavorare, a completare tutti gli impegni che ho. Molto spesso queste feste, sono delle occasioni per mettere in contatto produttori e registi e così via. E’ successo anche a me.

Come hai intuito che il cinema era il tuo destino? Andando al cinema, soprattutto fra i nove e i dieci anni. Come molti altri miei colleghi, io restavo letteralmente incantato al cinema, intontito. Alla fine, parlando con altri produttori e registi, siamo arrivati alla stessa conclusione: siamo tutti bambini in fondo al cuore, bisognosi di divertirci, di creare un mondo parallelo, insomma di giocare ancora a guardie e ladri!.

C’è un film, anche del passato, di cui vorresti essere stato regista o produttore? Io adoro i film di fantascienza, quindi ti dico Guerre Stellari del 1977 e ancora Alyen del 1986, scritto e diretto da James Cameron e poi adoro The Abyss, del 1989, sempre diretto da Cameron: quello è un film che amo dall’inizio alla fine.

I tuoi prossimi progetti? Mi aspetta un grande lavoro perché in 6 mesi abbiamo girato ben 3 film e adesso devono andare in post produzione ed essere portati al grande pubblico. Parteciperò anche a tanti film festival in giro per il Paese e quindi al momento mi godo un piccolo break per accumulare le forze necessarie a quello che mi aspetta.

Fra tutti i film che hai realizzato, ne preferisci uno in particolare? Non è semplice rispondere perché nell’arco della mia carriera ho fatto davvero di tutto, anche spot come ho detto prima, e video musicali. Ma c’è ancora il mio sogno di bambino da portare in vita: è un film intitolato Shadow Dance che è un misto fra scienza e avventura in cui si agitano una serie di questioni e domande sul nostro reale posto nell’Universo. Ma si tratta di un film con un budget elevatissimo e quindi mi occorrerà ancora un po’ di tempo per realizzarlo.

Qual è la magia dei film? È entrare nel mondo del “realizzare l’impossibile”. Tutto parte da uno scrittore, da una sceneggiatura e poi grazie ad una complessa catena di montaggio in cui rientrano cast, produzione, regia, finanziamenti, quello che era solo scritto prende forma. E’ questa la magia del cinema.

Il tuo primo pensiero quando si spengono le luci sul set? In genere a fine giornata di ogni produzione, il mio primo pensiero è rendermi conto se la troupe è in grado di affrontare il giorno successivo, quindi mi confronto con tutti i vari reparti per capirne le problematiche ed eventualmente risolverle. Ma in realtà i giorni e le notti sul set sono lunghissimi e faticosi, dalle 12 alle 18 ore ininterrotte, quindi appena si spengono le luci, il mio primo pensiero è chiedermi quanto sia distante il letto della mia camera d’albergo.

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