luglio 15, 2015 | by Mario Amodio
Gino Paoli sferza il cantautorato: “Oggi si è sporcato il termine” / VIDEO

Ha duettato con Joan Manuel Serrat regalando al pubblico perle di un repertoio mai tramontato. Ha cantato, come solo lui sa fare, uno dei pezzi memorabili della sua straordinaria carriera di artista: “Una lunga storia d’amore” accompagnato dal solo pianoforte. E sono stati brividi di notte nell’incanto ravellese. Prima, però, Gino Paoli, è tornato a parlare al pubblico, complice il primo appuntamento della ressegna dedicata ad artisti-cantautori di grande significato poetico, sociale e talvolta politico che, con il titolo “La stagione dei cantautori”, si propone di ripercorrere la storia musicale di questi “poeti in musica” attraverso i loro concerti e gli incontri pubblici ideati e condotti da Gianni Minà.

E nel corso dell’incontro con Joan Manuel Serrat, da 50 anni il più prestigioso cantautore di Spagna e America Latina, Gino Paoli,  che nel 1974 ha dedicato al cantautore spagnolo un intero album dal titolo “I semafori rossi non sono Dio”, con 12 brani adattati in italiano da Lorenzo Raggi ha parlato del suo rapporto con l’artista spagnolo sferzando poi qull’ambito della canzone d’autore.

Con Manuel c’è una parentela – ha esodito Paoli – Una parentela artistica che ho trovato pochissime volte. Una delle persone con cui ho trovato una sintonia è proprio Manuel. Un grande, secondo me. Ma il fatto che sia un grande è secondario rispetto al fatto che è una persona che sento, come penso lui senta me. Ci accomuna in qualche modo, siamo sulla stessa lunghezza d’onde“.

Serrat e Paoli appartengono a quella stagione in cui, a partire dagli anni ’60, la musica popolare, o meglio le canzoni, sono state protagoniste nell’universo artistico e culturale dei popoli. Insomma, a quella stagione dei cantautori “un’epoca in cui i versi – così come ha sotolineato Minà – hanno guadagnato la nobiltà della poesia e hanno dato vita a composizioni in musica che raccontavano, non solo l’amore, la passione, la tristezza, la delusione, ma anche le difficoltà del vivere, le contraddizioni delle società, insomma la dura realtà quotidiana”.  Ed è forse paragonando quella stagione ai tempi di oggi che Paoli ha deciso di deporre il fioretto per sparare ad alzo zero contro il nuovo cantautorato.

Cantautore oggi non vuol dire più niente secondo me – ha detto Paoli nell’incontro con il pubblico del Ravello Festival – Cioè si è sporcato il termine: è diventato uno impegnato.  Non si capisce cosa voglia dire iumpegnato. Non ho mai capito cosa vuol dire intellettuale nè cosa vuol dire impegnato. Cantautore è diventato uno pseudonimo, si usa per dire una canzone più o meno impegnata. Quindi non ha più senso. iI cantautori, quelli che ci sono, celebrano se stessi  più o meno, rifanno se stessi. Il cantautore, invece, nasce come uno che cerca, che cerca di dire le cose che ha dentro, che cerca di dirle nella maniera migliore. Che può dire anche delle gran cazzate ma che le dice da qua (e si batte il petto in direzione del cuore). Non divido più in quelli bravi e meno bravi, quelli intelligenti e quelli stupidi. Oggi – conclude Paoli – divido in quelli veri e in quelli falsi. E sono i primi quelli che mi interessano anche se fanno delle cose non eccelse ma sono veri. Quelli falsi, anche se fanno delle cose meravigliose, non mi interessano“.

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