febbraio 11, 2014 | by Nicola Mansi
Hartmut Haenchen, il direttore wagneriano per eccellenza

Nel 1880 Richard Wagner ha trovato a Villa Rufolo sia gli spunti per la scenografia del secondo atto del Parsifal, sia le idee per migliorare l’intera trama musicale del suo ultimo capolavoro. Quella breve visita cambiò per sempre la vocazione di Ravello. Ancora oggi, per le stradine del paese si incontrano bar, alberghi e ristornati che ricordano ai turisti e agli abitanti quella presenza illustre; i concerti sinfonici, che da oltre cinquant’anni si tengono nella stessa villa, continuano a celebrarne degnamente il ricordo. Il Ravello Festival, ogni anno, dedica al suo nume tutelare, oltre ad incontri e mostre un intero concerto che viene affidato a direttori di primo livello mondiale. Nel 2013 a dirigere l’Orchestra e il coro del Teatro di San Carlo per l’omaggio al grande compositore di Lipsia, nel bicentenario della nascita è stato Hartmut Haenchen, considerato dall’autorevole Opernwelt “uno dei grandi direttori wagneriani del nostro tempo”.

HAENCHEN SUL BELVEDERE DI VILLA RUFOLO (ph Pino Izzo)

Maestro, la musica di Wagner ha avuto grande importanza durante la sua adolescenza: lei è nato e cresciuto a Dresda, dove Wagner studiò musica. Entrambi siete entrati molto giovani nel mondo della musica. Cosa rappresenta per lei Wagner, sia artisticamente che umanamente? Ho frequentato la stessa scuola di Richard Wagner a Dresda, che in quel momento era sotto l’influenza dell’alta formazione musicale del Coro della Croce (del Kreuzchores) al quale Wagner si è ispirato per il coro principale (Höhenchöre) del Parsifal che io già cantavo quando avevo appena dieci anni. Egli ha, come me, conosciuto il Dresdner Amen a Dresda nella Liturgia, che poi sarebbe uno dei temi più importanti su cui in seguito avrebbe lavorato, sia sotto l’influenza dell’architettura della Frauenkirche a Dresda e più tardi divenne maestro di cappella presso il Teatro lirico che era stato progettato dal suo amico Gottfried Semper – e che io dopo la Ricostruzione – ho potuto inaugurare ancora una volta con una premiere. Ma Wagner era, per ragioni ideologiche, al tempo della mia gioventù nella DDR in gran parte tabù. Si può dire che l’ho studiato “illegalmente”. 

C’è stato un periodo della sua vita durante il quale ha dovuto combattere contro l’oppressione del governo della DDR. Per continuare a fare il suo lavoro ha dovuto fuggire dal paese. Guardando al passato, quanto ha pesato quest’esperienza sulla sua vita artistica? La mia resistenza al regime della DDR, che i documenti della Stasi (Ministerium für Staatssicherheit, “Ministero per la Sicurezza di Stato”: principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est. ndr) riportano a partire dal mio 16° anno di età, mi collega in qualche modo anche a Wagner, che dovette andare in esilio dopo la rivoluzione del 1848. Ho lasciato la DDR nel 1986, dopo un periodo piuttosto lungo di attesa poiché mi era vietato viaggiare e lasciare il Paese. Da un lato devo al sistema della DDR una formazione eccellente, d’altro lato ci sono stati numerosi limiti artistici che hanno sostanzialmente ostacolato il mio lavoro. Ho dovuto introdurre illegalmente nel paese anche le mie partiture di Wagner.

Come è successo per tanti grandi artisti, anche l’opera di Wagner è stata interpretata da diversi punti di vista. Il più contraddittorio di questi vede Wagner strettamente legato all’antisemitismo e al nazi-fascismo. Dato che lei ha dovuto affrontare l’oppressione politica, non crede ci sia un contrasto tra il fatto che lei sia uno dei maestri wagneriani più apprezzati e alcune delle idee espresse da Wagner alla luce delle suddette interpretazioni? Ad Amsterdam come direttore principale della Netherlands Philharmonic e Netherlands Opera, ho voluto con forza aprire la strada per una nuova comprensione di Wagner. Nel 1995 per la prima volta dopo l’occupazione dei tedeschi in Olanda ho condotto ancora i “Meistersinger” (Maetri Cantori) esattamente 50 anni dopo la fine della guerra. Se si cerca di comprendere il significato dei testi di Wagner alla luce del contesto storico, – cioè che al tempo di Wagner non c’era l’Impero tedesco – risulta chiaro che Wagner mostra l’utopia e non il nazionalismo perché quello che viene descritto non c’era nel suo tempo. I critici devono considerare che negli anni ‘30 lo stile di interpretazione degli Spettacoli di Wagner cambiò profondamente e tutto divenne essenzialmente più lento e ampolloso, cosa che condusse al fraintendimento al tempo di Hitler. Non era nelle intenzioni di Wagner celebrare il nazionalismo. Ho cercato di spiegare questo concetto nel dettaglio anche nel mio libro, “Dell’incompatibilità del potere e dell’amore”. Wagner è stato probabilmente tra i primi grandi artisti ad avere una visione di Europa unita. Il suo antisemitismo è un altro capitolo e non si può nascondere che Wagner aveva una personalità molto problematica e complessa. D’altronde Wagner era in stretta amicizia anche con molti artisti ebrei.

Il suo lavoro con Wagner è stato apprezzato in tutto il mondo, ma la risposta qui in Italia è stata particolarmente positiva. Secondo lei perchè Wagner è così amato nel nostro Paese? In primo luogo, l’influenza della lirica italiana nei suoi primi anni di lavoro è stata eccezionalmente forte e quindi per ogni italiano è un déjà-vu. Cerco anche sempre di fare in modo che questi stili siano chiaramente udibili. Nelle sue opere successive, soprattutto l’ispirazione in Italia gioca un ruolo di primo piano. Il suo viaggio in Italia e il suo impegno lavorativo hanno influenzato significativamente la sua musica. L’esempio migliore è il Giardino incantato di Ravello. 

Ravello, oltre che su molti artisti ed intellettuali, ha avuto grande influenza su Wagner stesso. Sono stato a Ravello tre volte. E devo dire che è sicuramente uno dei luoghi più belli del mondo. Ci  vengo sempre volentieri. Qui si vive un’atmosfera magica, quella del magico giardino di Klingsor.

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