dicembre 29, 2015 | by Emilia Filocamo
“Ho già una grande voglia di tornare sul set, per scrivere e raccontare nuove storie” colloquio con Claudio Cupellini, regista di Alaska di Una Vita tranquilla e di Gomorra La Serie

Desiderio è la parola d’ordine di questa intervista esclusiva fatta al regista Claudio Cupellini, dal 5 novembre al cinema con Alaska, intensa storia d’amore con Elio Germano ed Astrid Berges Frisbey. Perché solo un grande desiderio, inteso come passione ad oltranza, come solletico del quale non si può fare a meno, come respiro costante, anelo, può motivare quel bisogno di cui il regista mi parla a metà circa della nostra chiacchierata; un bisogno che si traduce in necessità di stare, anzi di restare sul set, di tornare appena conclusa una storia perché non si può starne lontani e perché c’è altro, anzi mi correggo, c’è sempre da raccontare. Ammetto di aver sentito vivamente e con grande compartecipazione quel tipo di desiderio, di averlo quasi assaporato grazie alle parole di Claudio Cupellini: c’era nel suo raccontarsi una sincerità di emozione, una onestà di riferirle, non filtrate da alcuna sovrastruttura e che mi hanno letteralmente investita e reso partecipe di un’esperienza straordinaria, quella di vedere le proprie creature, plasmate da idea, passione e realtà, venire alla luce e muoversi davanti agli occhi degli spettatori.

Signor Cupellini, come è nata l’idea di Alaska e, parlando di Parigi, che tipo di Parigi è quella che fa da sfondo al film? L’idea nasce essenzialmente dal desiderio che avevo da tempo di fare e raccontare una storia sentimentale. Questo è il tipo di cinema che più amavo da spettatore, ho amato Truffaut, è stata una folgorazione che ho avuto circa 25 anni fa e che covavo dentro da tempo. Poi ci sono state tante altre suggestioni, oltre all’amore, ho voluto raccontare il romanzo di formazione di due ragazzi che sono alla ricerca di un posto, di una dimensione nel mondo. Parigi è funzionale alla prima parte, allo sradicamento di Fausto, interpretato appunto da Elio Germano, e si avverte una ostilità dei luoghi che è connaturale alla dinamica del raccontato; nella seconda parte diventa funzionale la città di Milano. Ovviamente non mi andava di descrivere la Parigi da cliché, quella da cartolina per intenderci.

Come è stato lavorare con Elio Germano e quali erano le difficoltà connaturate al suo ruolo, al ruolo di Fausto? Lavorare con lui è stato facile, intanto perché avevo scritto il film già pensando a lui nei panni di Fausto, non avevo un piano B, lo immaginavo così, proprio in quel modo. Ecco, disegnando il suo personaggio e lavorando con lui, la scoperta più grande non è stata solo la conferma del suo grande talento e del fatto che sia un attore straordinario, ma soprattutto aver scoperto la sua grande capacità e duttilità nell’imparare il francese, nell’arco di 3 mesi soltanto. Momenti difficili in particolare non ce ne sono stati. Abbiamo sperimentato un modo di lavorare diverso, con una sceneggiatura aperta, è stato un costante work in progress, in cui abbiamo cambiato anche alcune cose per l’economia del personaggio, per far crescere la personalità di Fausto.

I momenti più belli sul set? Ce ne sono stati tantissimi, è difficile fare una preferenza. Sicuramente la prima cosa bella è stata lavorare con attori di grande spessore ed assistere a questa sorta di fioritura dei loro ruoli, come è accaduto ad esempio con Valerio Binasco che nel film interpreta Sandro. La scena in cui Sandro si toglie la vita è stata paralizzante.

Claudio Cupellini ha già realizzato tutti i desideri da regista? Sarei finito se mi sentissi arrivato, sono contentissimo di ciò che ho fatto fino a questo momento ma ti dirò che ho già una grande voglia di tornare sul set, per scrivere e raccontare nuove storie. Avverto questa urgenza.

In genere come trascorre la sera precedente alla prima di un suo film? Ha qualche rito scaramantico? Allora per ‘Una vita tranquilla’ ero molto, molto teso per la proiezione dedicata alla stampa. Ricordo che ero a cena con i miei genitori quando mi arrivò la telefonata che la proiezione era andata benissimo, ho mangiato solo dopo quella telefonata. Con Alaska è stato un po’ diverso perché stavo girando mentre Gomorra era alla Festa del Cinema di Roma, il 23 ottobre, e mi sono trovato nel mezzo di due emozioni, mi sono dovuto catapultare alla prima di Alaska e non ho avuto il tempo per pensare. Lo stesso è accaduto quando c’è stata l’uscita di Alaska, il 5 novembre, perché stavo girando una fase delicata di Gomorra, e quello ha fatto da ombrello alla mia tensione. A volte il lavoro aiuta a diluire l’ansia.

Il consiglio che Claudio Cupellini da più spesso a Claudio Cupellini? Il consiglio che mi do più spesso è intanto di pensare che si migliora relativamente e che, con l’esperienza, di volta in volta, si fanno meno errori. E poi di pensare sempre che questo lavoro non è solo macchina da presa, ci sono le location, i costumi e tante sfumature da considerare perché il lavoro sia fatto nella maniera migliore. E poi di guardare sempre la realtà: se non si conosce la realtà di ciò che si va a raccontare, dalla casa abitata dai protagonisti al lavoro che fanno, dal territorio in cui vivono, non si farà mai una buona scena. L’immaginazione e la creatività sono utili ma non bastano. Sembra un paradosso ma la realtà è fondamentale per inventare. Altrimenti si cade nell’errore di raccontare cose che non esistono. La realtà va filtrata ed interpretata.

Claudio Cupellini ed il Ravello Festival: è mai stato a Ravello? E quale tema suggerirebbe per la prossima edizione? Non sono mai stato a Ravello, purtroppo, ma conosco il Ravello Festival per fama. Un tema che suggerirei potrebbe essere l’Intimo, inteso come Privato, andare dunque alla ricerca di tutto quello che è nascosto tra le pieghe dei nostri pensieri e del nostro sentire in un momento, fra l’altro, in cui siamo letteralmente bombardati da tutto ciò che riguarda la collettività e nel quale c’è una guerra che non sappiamo se e quanto ci coinvolga.

Alla fine dell’intervista, dopo desiderio, l’altra parola che mi viene in mente e che credo renda quasi perfettamente la passione di Claudio Cupellini è febbre, di quelle di cui ci si ammala volutamente e per le quali non ci sono cure conosciute. La febbre che conduce al set, che sfiamma l’ardore di una storia, appena consumatasi in immagini visibili sul grande schermo, per appiccare un nuovo focolaio, in una parte imprecisa del suo sentire e far nascere un nuovo, irrinunciabile contagio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654