luglio 7, 2015 | by redazione
I celli dei Berliner: laboratorio di suoni

di Olga Chieffi

Successo per i dodici strumentisti, diversi nel suono, unici in sezione in esclusiva per la LXIII edizione del Ravello Festival

Apertura di prestigio per la sezione di musica da camera della LXIII edizione del Ravello Festival, che ha inteso far declinare l’essenza della parola InCanto, tema della rassegna, ai dodici violoncelli dei Berliner Philarmoniker. Abbiamo il dovere di citarli tutti, poiché sono dodici solisti che suonano osmoticamente e vanno a formare un gruppo che rispetta l’identità musicale di ogni membro, ritrovandosi voce unica e regina in sezione, andando a realizzare un’orchestra nell’Orchestra. L’ensemble ha iniziato la performance con Aubade di Jean Françaix, a loro dedicato e che oggi è una splendida quarantenne. La lettura scelta per quest’opera luminosa, che riflette la musica strumentale allegra che i trovatori suonavano per salutare l’alba, ha posto in luce la perfetta armonia fra i musicisti che ha permesso di rendere riconoscibile un pensiero musicale specifico chiaramente recepibile, un pensiero volto ad esaltare la musicalità del brano. L’esecuzione è stata gestita con fermezza e chiarezza dai dodici musicisti strepitosi per suono e tecnica. Il suono, sempre equilibrato, ha lasciato spazio ad un fraseggio di ampio respiro e di graziosa musicalità, nella Berceuse di Gabriel Faurè e nella sua Sicilienne, che ha disteso il suo lirismo fervido e delicato in una prospettiva sonora sempre più lontana come un ricordo. La prima parte si è poi conclusa con l’esecuzione della prima delle Bachianas Brasileras composte da Heitor Villa-Lobos. Carattere romantico intriso di temi orecchiabili e avvolgenti che passano tra i diversi solisti attraverso un sottile gioco di scambi timbrici, reso a Ravello in modo impeccabile, così da esaltarne l’infallibile gusto timbrico la calda cantabilità viscerale delle melodie e il piacere fisico nel suonare certa musica dall’alto senso ritmico e “indigo”. Seconda parte nel segno del Dvoràk di “Lasst mich allein” e della romanza di Nadir da “Les Pecheurs de Perles” di Georges Bizet, due melodie spaziate e a grande campata uniforme, in cui i celli hanno salvaguardato l’idea di giardino del grande slavo e il suo spirito di danza, essenza della pagina, realizzata nel rigore dentro una libertà propria, speziata di una naturalezza appassionata, quanto il cantabile alla francese, tra le penombre del flou, velo e spia iridescente dell’anima. Passaggio nella Russia di Sostakovic, con il celeberrimo Waltz della seconda jazz suite, con l’amaro grottesco di quella danza così finemente reso al pari di un quadro di Otto Dix. Finale con un bel viaggio nel tango da quello prima maniera di Josè Carli alla rivoluzione di Astor Piazzolla con Revirado, il meraviglioso duel di Escualo quella sfida perenne in origine tra mantice ed ensemble, evocata nei suoni dalla formazione di celli, simbolo di quel popolo che si è messo finalmente in moto, in “Viaggio”, con la sua musica, il suo simbolo, il “Mito” del tango che allora nasceva, e Fuga y Misterio, un tango strumentale tratto dall’operetta Maria de Buenos Aires, nella trascrizione di Josè Carli, in cui il perturbante, quindi l’ancestrale e il primitivo, si sono fusi senza iati con la musica alta costituendo anzi una sorta di sfera armoniosa nel quale gli elementi costituenti la struttura risuonano per simpatia; musica alta, consumata esattamente nell’interludio tra la mancanza e la pienezza, essendo una forma di sopravvivenza, una maniera di riconoscersi e rappresentarsi, di esorcizzare la nostalgia, l’abbandono, il senso di estraneità. Applausi scroscianti e tante chiamate al proscenio, ricambiate con un omaggio ad Ennio Morricone L’Uomo con l’Armonica da C’era una volta il West e una sorpresa finale, in attesa della levata della luna, una delicata Moonlight Serenade, che ha trasformato i dodici celli dei Berliner in una swingante dance band di lusso, sulle tracce del capitano Glenn Miller.

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