agosto 29, 2014 | by Emilia Filocamo
Il cinema come esperienza sociale: l’attore e regista Marco Profeta da “Unplugged” agli “Ebrei”

L’intervista con il regista ed attore Marco Profeta, potrebbe definirsi quasi un “coast to coast” ma con un significato sui generis: quando lo raggiungo telefonicamente è in barca, e dunque in vacanza, e la particolarità è che siamo paradossalmente quasi faccia a faccia, essendo io a Ravello, ovviamente, e lui sul versante cilentano, a Marina di Camerota per la precisione. Con il sottofondo di un bel vento che arriva chiaro e graffiante dal telefono e quello del vociare di alcuni vu cumprà sulla banchina dove è attraccato, cominciamo a parlare di cinema e di un progetto, diventato film , che ha un significato speciale, essendo stata quasi una sorta di  cooperativa sociale trasferita  sul set. Questo progetto, realizzato con fatica e coraggio, si chiama The Unplugged, film omaggio ai B movie degli anni ‘70. Ma partiamo ovviamente dall’orizzonte che ci accomuna, nonostante la distanza fisica, e cioè dal Sud.

Marco, il tema del Ravello Festival 2014 è il Sud: cosa è per te il Sud? Ci daresti una tua definizione? «Definirei il Sud il lato cattivo e genuino dell’Italia, ma anche una sorta di escamotage per non parlare dei problemi che poi affliggono l’intero Paese, ecco è il vaso di espansione di un Paese alla deriva. Proprio qualche giorno fa, navigando nel Golfo di Napoli, mi sono accorto di quanto fosse bello e di quanto invece i media, spesso, tendono a rimarcare solo le difficoltà di quel territorio, i problemi, attraverso il megafono della delinquenza o della malavita, dimenticando totalmente l’aspetto paesaggistico e certe bellezze. Il sud è una marmitta, il nord è il motore, ma senza marmitta non si va da nessuna parte.  Il sud è una principessa declassata, una Cenerentola».

Quando hai capito esattamente che fare cinema era il tuo destino? Quali sono stati i tuoi esordi? «Il cinema è sempre stato una mia passione e l’ho sempre considerata una forma di comunicazione speciale e suprema. A 18 anni facevo l’operatore di macchina per una società che si occupava di pali equestri, di corse automobilistiche e di eventi. Questo lavoro mi affascinava molto, da lì ho cominciato a frequentare Cinecittà, ottenendo piccoli ruoli ma ciò che mi importava non era il compenso, ma imparare il più possibile. Volevo capire come funzionava la macchina del cinema. Insomma io andavo a Cinecittà per rubare il mestiere».

 

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «Quello con Giancarlo Santi, il regista dello spaghetti western Il Grande Duello, il film da cui poi Quentin Tarantino ha tratto la scena di Kill Bill volume 1 realizzata come un cartone animato. Santi era aiuto di Sergio Leone ed ha esordito come regista solo a 40 anni, con il film Fantozzi contro Fantozzi con Paolo Villaggio, quello con le scenografie di carta. E’ stato lui il primo a dirmi che avevo una bella faccia di attore ma in realtà il mio desiderio era entrare nel meccanismo anche se poi, devo ammetterlo, non ci sono mai entrato davvero perché il cinema è un mondo complesso, e bisogna saper valutare e non farsi fagocitare, ma mantenere bene in vista quelli che sono i propri obiettivi ed i propri valori».

Ci racconti un po’ di questa esperienza di cinema “artigianale”? Parlo del tuo film, di The Unplugged, in cui, come ho letto, hai fatto tutto da solo, proprio nel senso di costruirti tutto. «Si, effettivamente mi sono costruito tutto e quello che non potevo costruire, andavo a cercarlo in giro per il mondo. Ci sono macchine da presa e pezzi che arrivano dai posti più disparati, dalla Germania agli Usa all’Australia. Per quanto riguarda invece il cast, sono andato all’Università del Cinema, a Roma, e reclutavo le persone, in genere sceglievo quelle che avevano più bisogno e che erano più dotate e le ho portate via con me. Pensa che il mio primo operatore aveva solo 21 anni e non aveva mai toccato una pellicola. Per me è stata un’esperienza sociale, oltre che emozionantissima. Coinvolsi anche il mio amico Roberto Ciotti, che ormai non c’è più e che ha scritto le colonne sonore di Turnè e di Marrakech Express: gli parlai del progetto, gli feci vedere il girato e gli chiesi se voleva fare la colonna sonora. In quel periodo lui stava uscendo con un nuovo lp da cui sono stati presi ben 4 pezzi per The Unplugged: ho quindi anche allestito una sala di incisione e doppiaggio in cui i musicisti hanno realizzato la colonna sonora.  Mi sono paragonato spesso ad una casalinga: la casalinga esce e compra farina e uova per fare il dolce, io andavo in giro a comprare la pellicola. I problemi poi sono arrivati al momento della distribuzione fra mille difficoltà e proposte inaccettabili e alla fine ho deciso di pubblicare il film su you tube. Non ho mai però voluto partecipare a festival e concorsi, anche se mi hanno chiamato ed invitato: ho preferito andare in un’altra direzione perché troppi aspetti di questo ambiente mi hanno deluso. Continuo tuttavia ad aiutare i ragazzi del cast e che hanno lavorato con me che spesso mi chiedono aiuto e macchinari».

I tuoi prossimi progetti? «Ne ho due piuttosto importanti: ho acquisito 2 sceneggiature interessanti a cui sto lavorando e che spero di poter portare a termine a breve».

Quali sono secondo te il più grande pregio ed il più grande difetto del cinema italiano? «Il pregio più grande che abbiamo è quello che anche con pochissimi soldi riusciamo a fare grandi cose e ad essere competitivi ed i Festival lo dimostrano. Il difetto è che purtroppo nel nostro cinema spesso ci si arrangia e ci vorrebbe maggiore onestà anche intellettuale, i prodotti sono spesso omologati e solo di tanto in tanto spunta qualcosa con quel guizzo di coraggio e talento in più. Io non vedo molto cinema, non mi piace vedere tutto e lo faccio con una finalità precisa perché guardare troppo gli altri mi inibisce, castra la mia creatività arretrandola nella paura che possa aver scritto o realizzato un deja vu, qualcosa di già fatto e allora preferisco non guardare troppo per non essere quasi “contagiato”».

A chi vuoi dire grazie oggi? «A mia moglie perché mi ha sempre sostenuto e perché qualche anno fa, come regalo di Natale, mi ha fatto trovare sotto l’albero il primo corpo macchina: aveva letto la mia lista di cose necessarie per la realizzazione di  The Unplugged e ha deciso di farmi una sorpresa. Credo sia stata una cosa meravigliosa, anche perché sia io che mia moglie non veniamo dal mondo del cinema e ci siamo trovati catapultati in questa realtà da un giorno all’altro. E poi i ragazzi, tutti i ragazzi che hanno lavorato con me, anche quelli con cui i rapporti sono stati caratterizzati da più attrito. Perché mi hanno dato tanto. Anzi, ho in progetto un lavoro importante, che dovrebbe partire ad Ottobre, una storia su un ritorno del Nazismo con protagonisti notevoli, da Fabio Testi a Franco Nero, più un paio di big del cinema italiano degli anni ’70. Ma ho già deciso che il resto del cast dovrà essere composto da giovani esordienti e sconosciuti, ma di talento. Voglio dare chances ai giovani perché lo meritano, magari non mi arricchirò, anzi ci ho sempre rimesso, questo è certo, altrimenti oggi sarei in giro su una barca di almeno 10 metri più lunga!».

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