febbraio 21, 2014 | by Emilia Filocamo
Il cinema secondo Greg Travis. “Fellini, Bertolucci e Rossellini tre icone mondiali”

Una costante recherche, spesso faticosa e non sempre a lieto fine: è così che Greg Travis, texano, animale da palcoscenico fin dalla tenera età di dodici anni e protagonista di film importanti diretti da Paul Verhoeven, (dal discusso Showgirls al visionario Starship Troopers per intenderci), ci racconta la vita degli attori a Los Angeles. Nessuna vita troppo patinata e privilegiata la sua ma un continuo adattarsi, un individuare ruoli e soprattutto storie adatte. E come colonna sonora, una sveglia che suona perennemente all’alba. “Solitamente, quando lavoro e devo girare, mi sveglio prestissimo – racconta Greg Travis – ma in realtà essere attore nel vero senso della parola è per lo più passare tutto il tempo a guardarsi intorno in cerca di progetti fattibili. Per questo motivo gli attori sono sempre impegnati e non necessariamente sul set. In realtà adesso i miei ritmi sono un po’ cambiati: ormai preferisco soprattutto lavorare alle mie sceneggiature e non fare più un film dopo l’altro, ma lasciare un intervallo di tempo piuttosto ampio oppure, ogni tanto, scegliere bei ruoli nei film di altri registi. La vita dell’attore non è quella che appare sui giornali, tutta glamour, feste ed ingaggi:  è un continuo stare all’erta e guardarsi intorno”. Grande consapevolezza dunque e realismo nel ruolo rivestito ma, soprattutto, una invidiabile  capacità camaleontica ed un talento speciale, nato in precoce età, che gli ha permesso di calarsi perfettamente sia in ruoli drammatici che in quelli comici. “La sua abilità comica è incredibilmente ispirata e davvero magica” ha scritto di lui Duncan Strauss sul LA Times. Abilità che si concretizza nella facilità con cui Greg Travis riesce a calarsi nei panni di uno spietato killer o di un criminale passando poi a quelli di un venditore di fiori o di un innocuo clown. Certo il talento è fondamentale, ma anche la formazione e lo studio rivestono per Greg un ruolo fondamentale e costituiscono il bagaglio imprescindibile per un attore che voglia appunto definirsi tale.

Quando hai capito che volevi essere un attore? Insomma, quando è iniziato tutto? Avevo quindici anni, al liceo, ma già a dodici anni ero coinvolto in spettacoli ed attività teatrali, il palcoscenico è sempre stato una parte di me, quasi un arto in più.

Quale è stata la prima persona a dirti: Greg sei nato per fare l’attore attore. O meglio, chi è stato il tuo primo fan? Robert Easton, il mio insegnante alla Sherwood Oaks.

Hai avuto dei modelli del passato che ti hanno ispirato? Più di uno sicuramente, ma se dovessi scegliere, senza ombra di dubbio dico Marlon Brando ed Orson Welles.

L’Italia con i suoi grandi registi è stata per Greg Travis, una fucina di talenti e di esempi indimenticabili, oltre che una fonte inesauribile di ispirazione. “Non ho mai lavorato in Italia – aggiunge Greg – ecco, questo è uno dei miei progetti – e ride – io adoro il vostro paese, ed il cinema che viene realizzato, io amo da sempre i film italiani”.

C’è un regista italiano con cui le sarebbe piaciuto o le piacerebbe lavorare? Ha un suo regista preferito? Come si fa a scegliere? Ci sono così tanti talenti da voi e correnti e stili che si intersecano e si armonizzano che è quasi impossibile fare una cernita. Faccio tre nomi che per me sono tre icone: Fellini, Bertolucci e Rossellini. La loro arte è ineguagliabile ed un punto di riferimento per chiunque si accinga a fare questo lavoro.

Oggi cosa rende un attore tale, intendo cosa fa di un attore un grande attore? Io credo che tutto possa condensarsi in una semplice considerazione: la capacità di commuovere, di trascinare lo spettatore verso un livello emozionale alto, incisivo.

Dunque esiste una sorta di ricetta? Un vademecum da seguire? No, non credo questo. Sicuramente è qualcosa che bisogna riconoscere e scoprire da soli, un percorso intimo, personale ma che ovviamente può essere raffinato e levigato dallo studio. Poi, indubbiamente, una dose di passione sfrenata per questo mestiere, altrimenti non si va da nessuna parte, soprattutto per le inevitabili difficoltà che si incontrano.

L’elenco di grandi registi con cui Greg Travis ha lavorato è corposo: un rapporto privilegiato sembra quello creatosi con Paul Verhoeven, come testimoniano i suoi ruoli da co-protagonista in due film eccezionali e fra loro diversissimi: Starship Troopers, film fantascientifico ed assolutamente visionario in cui il pianeta Terra è attaccato da aracnoidi giganteschi ed il discusso Showgirls. Ma Greg Travis ha anche lavorato con David Lynch, Zach Snider, Milos Forman e Bob Rafelson. La versatilità ha anche giocato a suo favore per la partecipazione a serie di successo quali CSI Miami, Cold Case, Jag and American Gothic. Sono diversi i critici che, proprio parlando di duttilità, hanno insistito e celebrato la sua straordinaria capacità di cambiare voce e tono, al punto tale che diventa quasi impossibile riconoscerlo e, contemporaneamente, impossibile dimenticarsi di lui come dei personaggi che interpreta. “È in grado di interpretare ruoli disparatissimi con una velocità ed una capacità di cambiamento dall’uno all’altro che sono assolutamente sconvolgenti – ha scritto di lui Teresa Simons sul Dallas Times Herald “ed è tale questo talento che sembra assurdo possa trattarsi di una sola persona”. Proprio questa sua camaleontica capacità, dovuta anche alla sua formazione squisitamente teatrale, ha permesso a Greg di produrre ed interpretare una produzione intitolata “American the Bizarre” dove interpreta sette differenti personaggi con tanto di costume e make up. Non a caso Gene Stout, del Seattle Post Intelligence di lui ha scritto “Greg Travis è un dio nel parlare diversi accenti sia regionali che etnici passando dall’Inglese stretto all’accento di un surfista californiano”. Ha inoltre anche ricevuto un premio per la sua interpretazione di Andy Warhol nella piece teatrale “Girl of the Year”, la ragazza dell’anno.

Come spesso accade, anche per Greg Travis, c’è stato un momento di passaggio dal ruolo di attore a quello di produttore. È infatti già impegnato nella realizzazione di diverse sceneggiature ed è  su queste che si sta concentrando ultimamente il suo lavoro. Ha infatti scritto e diretto più di 25 cortometraggi per il cinema indipendente e tre lungometraggi, il tutto mentre è apparso più di  venti volte al Saturday Night Live ed al The Tonight Show, solo per citarne due fra i tanti.

Tu sei un attore ed anche un produttore. È forse questo un passaggio obbligato? No, non direi  un passaggio obbligato, piuttosto una progressione naturale, come passare dall’infanzia all’età adulta, come crescere. Così si passa dall’essere attore a produttore.

Ma cosa ti ha spinto poi a scegliere di dirigere i tuoi film? Era una cosa che facevo già ai tempi del liceo, scrivevo i miei film e, al tempo stesso, studiavo recitazione.

Hai adesso un progetto in corso di realizzazione? Qualche novità? Ho appena terminato il mio nuovo film, Midlife e sono davvero orgoglioso del mio “bambino”, la speranza è che possa essere proiettato in tutte le sale del mondo, davvero ovunque perché mi ci sono dedicato davvero con tutto me stesso.

Con la grande esperienza che hai alle spalle e con il talento che hai nell’interpretare ruoli così disparati, hai tuttavia un genere preferito ed uno in cui non ti cimenteresti mai? Il dramma è il mio cavallo di battaglia, ma non disdegno nessun genere, per natura mi piace sperimentare tutto, è questo il compito di un attore, tentare, provare, e in fondo, anche rischiare.

Il cinema di tutto il mondo non sta attraversando un bel momento, complice la crisi economica generalizzata, cosa ne pensi  e cosa si potrebbe fare per sostenere il cinema? Beh, in realtà il problema non si pone per le grandi produzioni, perché quelle continuano ad essere fatte comunque. Sono i film indipendenti ad essere in grosse difficoltà in questi giorni e si, le persone, gli spettatori dovrebbero sostenere molto di più il cinema indipendente, questo aiuterebbe di certo tantissimo.

Cosa ti auguri per il cinema in futuro? E cosa consiglieresti ad un giovane che vuole intraprendere la carriera di attore o di regista? Mi auguro che il cinema sia in grado di sopravvivere all’ingerenza di internet che è ormai così predominante. Ai giovani che si cimentano in quest’arte consiglio innanzitutto di tentare, tentare sempre e di godersi l’avventura ma soprattutto di studiare tanto e lavorare sodo a sviluppare un proprio senso critico in grado di discernere fra ciò che è grande e ciò che non lo è. Ognuno di noi possiede una voce artistica interna e bisogna lavorare duramente per svilupparla e sostenerla.

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