agosto 7, 2014 | by Emilia Filocamo
Il commediografo Ryan George ci racconta la sua New York

Ryan George, giovane, talentuoso commediografo newyorkese, ha la sua città, appunto New York, nella pancia. La definizione che potrebbe sembrare stridente, è in realtà assolutamente calzante. Lo comunicano la sua passione totale e pulsante per tutti gli aspetti straordinari della Grande Mela, a cominciare dalle chance offerte   agli incontri, dalle serate sui maggiori palcoscenici alle centinaia di foto che lo ritraggono accanto a grandi star del teatro o del cinema. Lo comunicano gli scatti più intimi e poetici, davanti agli scorci più belli della sua città. Ma il “viaggio” con Ryan comincia dalla passione che si contende con New York lo stesso territorio: quella per il teatro. Ryan, scrittore e commediografo, è un vulcano di ispirazione ed idee. Mi colpisce soprattutto un suo post su facebook in cui si definisce uno scrittore di commedie, non di show. E dunque gli chiedo il perché.

Ryan puoi spiegarmi la tua frase in cui affermi di scrivere commedie e non show? «Il significato è piuttosto sottile, essendo principalmente uno scrittore io sento il bisogno, la necessità di ottenere la precisione con ogni parola. Nel teatro newyorkese spesso si sente usare la parola show per qualsiasi cosa vada in scena sul palco ma, secondo me, questo mortifica il senso drammatico del termine. Quando penso alla parola show, penso a qualcosa destinato alla tv: Seinfeld era uno show televisivo, Cats o Chicago sono show musicali per così dire. Io scrivo drammi e commedie, ma se dovessi considerarmi uno scrittore di “show”, cosa sarei, uno showman? Uno show suona come qualcosa che è stato predisposto solo per essere visto. Invece ritengo che una commedia o un lavoro artistico abbiamo come obiettivo quello di essere provocanti, stimolanti, di intrattenere ed educare insieme, di offrire una gamma di emozioni intellettualmente invitanti. Ricordo che una volta, un produttore a cui avevo sottoposto un mio lavoro, continuava a definirlo “show” perché rendeva di più e perché, in termini economici, è ciò che purtroppo oggi si cerca, un guadagno certo.  Inutile dire che al momento sono alla ricerca di produttori interessati solo alle opere teatrali, alle commedie e ai drammi e non di certo agli show».

Puoi dirci come cominci a scrivere un soggetto teatrale? «Sembra strano dirlo, ma io ho un metodo piuttosto schematico: molto spesso ho già ben chiara e delineata la storia prima ancora che la penna tocchi la carta e questo è particolarmente vero quando scrivo le opere teatrali».

La prima persona che ha creduto in te? «Me stesso. D’altronde, se non credessi io in me stesso, cosa mi resterebbe?».

Il momento in cui ti sei detto: Ryan, ce l’hai fatta! «Sarò sincero: credo di non essere ancora arrivato a quel momento, diciamo che per uno scrittore e per tutti quelli che hanno degli ideali artistici, quel momento non arriva mai, nel senso che ci si mette alla prova in continuo. Sicuramente ho realizzato il mio sogno di bambino che era quello di restare e vivere a New York e di far conoscere il più possibile il mio lavoro. Ero un bambino che già aveva chiari i propri sogni quando, da solo, nella mia stanza, avevo già ideato tutto il mio mondo e tutti i miei personaggi».

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «Nel 2003 ero parte dell’Atlantic Theatre Company di New York: quell’anno Woody Allen presenziava alla premiere della sua opera “Writer’s Block” di cui era regista. Subito dopo ci fu un party con tutti i sostenitori del progetto in cui ebbi la possibilità di conoscere molto da vicino il grande attore Henry Winkler, sì il Fonzie di Happy Days, lo avevo già notato prima che si alzasse il sipario. Ricordo che era in piedi fuori dal teatro ed aspettava che arrivasse il figlio. Riuscii a parlargli per qualche attimo e fu di una gentilezza e di una cortesia uniche: mi diede un semplice consiglio e cioè che qualsiasi cosa sarebbe accaduta, non dovevo arrendermi. Poi volle che gli dicessi il mio nome per esteso per ben due volte. Quella sera uscii dal teatro su di giri, certe cose succedono solo a New York, solo in questa splendida città».

L’opera di cui sei particolarmente orgoglioso? «La commedia Ristretto Stiletto per cui sto cercando attualmente investitori e finanziamenti. La considero la mia lettera d’amore a New York e ad un ideale di vita più europeo in cui sia l’arte e non il commercio al centro di tutto. E’ una commedia moderna e dark, molto influenzata dal secondo dopo guerra nel Greenwich Village, considerata l’era dell’irriverenza, nell’arte e nel pensiero. Vorrei che fosse tradotta in francese ed in italiano e che fosse prodotta in Europa. Molti mi dicono che i miei lavori sono più adatti ad un pubblico europeo».

Potresti darci una tua definizione di teatro? «Grande domanda, Emilia. Il teatro, secondo me, è il luogo perfetto per sperimentare tutte le emozioni, dalla morte all’amore, fino alla perdita. E ‘ un riflesso dei tempi ed è anche una sfida alle norme che ci impone la società. Il teatro deve provocare, stimolare e scuotere, invitare il pubblico ad interrogarsi sul modo e sul mondo in cui vive. Ma credo che il teatro possa anche influenzare dinamicamente la cultura: è il fondamento di ogni forma espressiva, dell’arte, dell’esistenza umana e dell’esatto significato dell’essere uomini».

Credi che un attore di teatro, o comunque proveniente da una gavetta in teatro, abbia un valore aggiunto rispetto agli altri? «Assolutamente: almeno per quanto riguarda il panorama americano. Gli attori migliori vengono dal teatro e spesso lavorano nel cinema per poter poi affrontare nuovamente il teatro. Nonostante la mia grande passione per il cinema, il teatro produce gli attori più grandi e se dovessi scegliere fra un attore teatrale ed un attore televisivo, non avrei dubbi. E’ piuttosto sciocco pensare di poter lontanamente paragonare l’attore di cinema a quello di teatro».

Il tema del Ravello Festival di quest’anno è il Sud. Ci daresti una tua definizione di sud? «La mia definizione di Sud, mi rimanda all’Italia: è un luogo di bellezza, di rispetto per il passato e la storia e di dinamismo ed effervescenza culturale. Ecco, questa è la mia idea di Sud: il vostro Paese».

Cosa ti ispira quando cominci a scrivere un soggetto teatrale: un’emozione, un ricordo o qualcosa che casualmente “urta” la tua vita? «Di solito sono i ricordi e le emozioni. Ma tengo a precisare che in genere seguo uno schema ben preciso e piuttosto rigido e questo è ancora   più valido quando si tratta di prosa».

Il tuo prossimo lavoro? «Un’opera in prosa, un lavoro di fiction, ancora una volta ambientato a New York».

C’è un’opera che ti ha particolarmente influenzato? «Da bambino ho sempre amato molto il cinema, nonostante io non scriva sceneggiature e non abbia mai provato a dedicarmi al cinema, mi ha sempre affascinato. Quando ero molto giovane, davvero forse troppo per comprenderlo completamente, vidi Irma la dolce di Billy Wilder, del 1963. La storia, la bellezza della colonna sonora ed il personaggio dicotomico interpretato magistralmente da Jack Lemmon mi hanno influenzato al punto da farmi venire il desiderio fortissimo di creare qualcosa di mio».

Qual è la magia del tuo lavoro? «Scrivere. Come ha detto Dorothy Parker “Odio scrivere. Amo aver scritto” Per quanto mi riguarda, io scrivo, ma la capacità di mantenere il ritmo, una tabella di lavoro, ecco, quella è la magia».

Sei mai stato in Italia e hai qualche autore preferito? «Non sono ancora stato in Italia e sono impaziente di venirci. In verità, come ho già detto prima, ho la speranza che la mia opera, Ristretto Stiletto, sia prodotta in Europa e tradotta anche in Italiano. Ogni cosa della cultura italiana mi ammalia, adoro Antonioni, la sua opera “L’avventura” ed il suo primo lavoro in inglese, Blow Up. E poi adoro Lina Wertmuller, il suo Swept Away, (Travolti da un insolito destino), è un capolavoro».

Il tuo primo pensiero quando sul palcoscenico si abbassa il sipario e si spengono le luci? «L’ho scritta io? E’ ora di chiamare un taxi! Oppure: dov’è il bar? No, scherzi a parte, amo restare per un po’ in silenzio e da solo a riflettere e credo che con Ristretto Stiletto avrò un bel po’ di cose su cui riflettere e tante emozioni da gestire!».

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