luglio 24, 2014 | by Emilia Filocamo
Il diavolo, la morte e il patto: il regista Giuseppe Recchia si racconta fra Polonia e Sardegna

Lo squillo del cellulare è insolito e lungo, come se agganciasse un posto lontanissimo e ci riuscisse con difficoltà. La voce dall’altra parte arriva un po’ affaticata ma precisa, puntuale.  Saggia.  Quello che accade dopo è una  “cavalcata”  fra  Sardegna e Polonia, fra l’altro entrambe location dell’ultimo film del regista Giuseppe Recchia, la “voce” che stava appunto dall’altra parte, autore di “Patto con la morte”, film insolito, particolare. Quello che accade dopo è fatto di poche battute, incisive e cariche di tutto l’amore che si può avere, come il regista stesso dirà, per ciò che si fa, perché il talento, ed è questo che desumo dalle sue parole, non basta o non è sufficiente se a supportare un sogno, un progetto, non c’è la giusta dose  di volontà.

Maestro Recchia, potrebbe darmi una sua definizione di cinema? «Il cinema sono immagini che scorrono e diventano estetica in un’arte che è fondamentalmente anche gioco».

Quando esattamente ha capito che il cinema sarebbe stato il suo destino? Può raccontare ai nostri lettori i suoi esordi? «Un giorno, parlando di donne con il regista e produttore di origine polacca Billy Wilder, lui mi disse, “Visto che mi parli in questo modo metti in scena quello che mi dici e fai un film”. Anni dopo ci ho provato ed ho realizzato il mio film. Avevo solo fatto esperienze di regie teatrali e qualche corso di cinema».

Il primo fan? La prima persona che ha creduto in lei? «Un amico, Ezio Mulattieri, amico allo stesso tempo di Gabriel Garcia Marquez».

Ci racconta il suo primo lavoro nel mondo del cinema? La prima opera insomma? «Un film documentario su “L’arte dei bambini In Kazakhistan”».

L’incontro che le ha cambiato la vita? «E’ molto difficile sceglierne uno, sono molti gli incontri che hanno cambiato la mia vita. Alcuni sono quelli fatti per strada con barboni qualunque, poi quello con Jacques Lacan, psicanalista francese, con Maria Callas la divina cantante d’opera, con Anais Nin, la scrittrice, François Chatelet, il filosofo e poi con un ladro e falsario italiano di cui non faccio il nome».

Il giorno in cui si è detto: ce l’ho fatta. «Non è mai venuto quel giorno e mai verrà».

Qual è secondo lei, da addetto ai lavori, il rapporto di oggi fra il cinema e i giovani? «Non saprei. Forse il legante sono i sogni, l’immaginazione ed il gioco. Un grande filosofo del passato, Giovan Battista Vico, diceva che i giovani hanno una grande capacità immaginativa. Ed il cinema senza immaginazione non è nulla».

Il più grande pregio ed il più grande difetto del cinema italiano? «Mi sorprende la domanda perché il pregio del cinema italiano non lo conosco e credo che se ci pensa bene, anche lei lo ignora. I difetti sono tanti e non saprei da dove cominciare».

Come si distingue un buon regista da un regista eccezionale? Esiste una sorta di “metodo”? «Un buon regista è un buon regista e un regista eccezionale è un regista eccezionale, si vede subito, mica si può andare a cercare una differenza o un pelo in un uovo?».

Quali sono i registi, i modelli a cui il suo lavoro si ispira? Anche del passato. «A parte qualche regista polacco come Krzysztof Kieślowski e Andrzej Wajda, o francese come Jean-Luc Godard e François Truffaut, e l’italiano Bernardo Bertolucci che io considero il Maestro dei maestri, considero gli altri dei bravi mestieranti».

Fra i lavori che ha realizzato, ne ha uno preferito? «The world of Hemingway».

Se non avesse fatto il regista, oggi sarebbe? «Sono uno scrittore e resterei tale».

Ci racconta il suo ultimo lavoro: Patto con la morte? «Uno scrittore italiano, Sebastian, che ha sempre vissuto momenti di vita da leggenda, viene colto da un terribile ictus mentre si trova in Polonia. Qui, viene salvato a stento dai medici dell’Ospedale che lo hanno in cura. Lo scrittore, che teme la morte, la invoca perché non è ancora riuscito a scrivere le sue memorie che lo hanno visto protagonista assoluto di eventi incredibili e drammatici della storia internazionale. Eventi che lo scrittore ricorda come vissuti al presente: memorie che ci fanno rivivere gli incontri con Re Hussein di Giordania, con Maria Callas, con lo psicanalista francese Jacques Lacan, la scrittice Anais Nin, con Filomena, il suo primo amore ed altri noti e meno noti personaggi della cultura e della politica internazionale. Mentre ricorda il suo passato, Sebastian invoca la morte per stabilire con lei un patto per la sua sopravvivenza. La morte si presenta sotto le spoglie di una bellissima donna dai capelli neri ed accetta il patto che le propone lo scrittore. Il diavolo, che non può condividere questo accordo con la morte, interviene a più riprese per sconvolgere il piano dello scrittore. Ma Sebastian continua la sua avventura ben sapendo che da un momento all’altro il suo destino si compirà».

Qualche indiscrezione sul cast e sulle location? «E’ un cast assolutamente internazionale. La splendida Caterina Murino dovrebbe interpretare la morte, e poi Rocco Papaleo, Anna Galiena, Laura Morante, Gerard Depardieu, Fausto Siddi nella parte di Sebastian da giovane, Laura Murtas che interpreterà la Callas, e ancora  Rita Johanforuz, la cantante israeliana, iraniana che è un mito per i due Paesi, e Jacques Charriere, attore e produttore francese, Aida Folch, Benjamin Castaldi, Lisa Martino e Adina Cartianu, poi  abbiamo il Maestro Marco Werba, speciale  per le musiche e non solo e ci sono almeno altri 15 attori da confermare. Le riprese sono previste fra Cracovia, Venezia, Brescia, Parigi».

Il tema del nostro Ravello Festival 2014 è il Sud, inteso non solo come luogo geografico ma anche come modo di essere e di vivere. Può darci una sua defininzione di sud? «Sono stato più o meno in tutti i Sud del mondo e tutti hanno le stesse caratteristiche. Sole e voglia di vivere. Forse hanno anche qualche speranza nel cassetto, se hanno i cassetti».

Prossimi progetti? «Ogni progetto a venire resta muto e inizia a parlare quando comincia».

A chi vuole dire grazie oggi? «A Lei ed al mio ultimo amore che è la vita».

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