aprile 30, 2014 | by Emilia Filocamo
Il giornalismo secondo Cal Thomas. L’autore di What Works a tuttotondo sull’America di oggi

Delineare l’intervista con Cal Thomas e cominciare a parlare di uno dei più grandi giornalisti d’America, volto noto di Fox News (quest’anno al trentesimo anno di attività), oltre che celebre autore della rubrica Common Ground Column con l’amico democratico Bob Beckel, è sicuramente un compito non semplice, che richiede una certa attenzione. Cerco di ipotizzare una breve carrellata di domande che possano rendere giustizia al suo pensiero e soddisfarlo, poi ripenso al fatto che ha esordito in questa carriera a soli sedici anni passando dalla radio alla tv per arrivare alla carta stampata e allora, sono quasi irretita, bloccata. Penso al suo ultimo lavoro, What Works, in cui è acclamato giustamente dalla critica per aver offerto un’acuta analisi politica in cui non ci si arrovella su questa o su quella fazione, sui partitismi, ma in cui, con buon senso e oggettività, l’autore cerca ciò che promuoverebbe l’economia ed il benessere dell’America. Cal Thomas, in What Works, si pone una serie di domande che ruotano sul perché l’America combatte da anni sempre le stesse guerre e sul perché non si prende spunto dal passato per capire cosa può essere davvero utile per risolvere problematiche divenute ormai ataviche. Il tutto viene acutamente analizzato e sfocia nella consapevolezza di uno sterile, piatto immobilismo e in una ciclica, perniciosa ignavia.
Poi mi soffermo sui pareri di illustri critici e allora formulare domande diventa ancora più complesso.
Rush Limbaugh (conduttore del più seguito talk show radiofonico d’America) scrive “Non ci si meraviglia che Cal Thomas sia uno dei maggiori giornalisti del momento in America. What Works è un capolavoro, eccellente ad ogni pagina, scritto davvero da un grande”. E ancora Bob Green (giornalista della CNN) scrive: “C’è una ragione per cui Cal Thomas è ammirato da ogni versante politico: cerca di trovare una logica con un’insolita umanità, con humor ed un grande amore per la vita” Ed è il senatore Ted Cruz a dire di Cal Thomas e del suo lavoro: “What Works di Cal Thomas offre un messaggio di speranza in questa giuntura infelice della storia americana“.
Il compito diventa ancora più oneroso, così penso di chiedere qualcosa di insolito, sperando che questo possa aprirmi la strada verso le domande cosiddette serie e azzardo chiedendogli quale sia il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi. La risposta è bellissima e spiazzante e rende improvvisamente vicinissimo e “umano” questo giornalista che ha parlato dei grandi del mondo senza mai tacere il proprio schietto punto di vista. “Generalmente dipende dal tipo di giornata che ho affrontato, ma ogni mio giorno si chiude sempre con la lettura ad alta voce a mia moglie di un passo della Bibbia“. Dopo queste parole, intime e sincere, sento di poter avanzare le mie semplici curiosità.


Signor Thomas, utilizzando il titolo della sua ultima fatica, What Works, può dirci cosa funziona davvero e cosa no nel suo Paese e così anche nel resto del mondo? Negli Stati Uniti abbiamo la cosiddetta “etica puritana”, i primi abitanti credevano nella semplicità, nel vivere senza contrarre debiti o al massimo nel  farne pochi, credevano nell’aiutare il prossimo, il vicino e confidavano in Dio, non nel governo. Ritengo che questi valori, a dispetto dell’età che hanno, siano senza tempo e che l’applicazione di essi in qualsiasi parte del mondo e con qualsiasi situazione politica, potrebbe migliorare la vita in poco tempo. 

Ho letto che lei ha iniziato la sua carriera di giornalista a sedici anni. Potrebbe darci la sua definizione di giornalismo? O meglio il vero giornalista è colui che riesce a far prevalere la propria opinione, in quanto libero, oppure è semplicemente il risultato di tecnica e applicazione? Quando ho cominciato questo mestiere, molti anni fa, tutti i giornalisti erano prevalentemente scrittori che collaboravano con quotidiani. Erano in grado di scrivere e di evitare stereotipati clichè. Oggi, molti che si definiscono giornalisti, sono solo persone al servizio di programmi politici e politicanti. Ho sempre considerato il giornalismo come una vocazione, un privilegio e non a caso il giornalista è l’unica professione menzionata dalla nostra Costituzione, proprio ad indicare quanto i nostri Padri fondatori ritenessero importante questo mestiere e quanto credessero in esso. 

Nel suo ultimo lavoro lei ritiene che la situazione politica del suo Paese sia in una fase di totale e pericolosa stagnazione e paragona questa fase ad un film, Grounhog day, (Ricomincio da capo), con Bill Murray, in cui i protagonisti rivivono sempre lo stesso giorno e le stesse cose. Qual è la conseguenza più pericolosa di questo atteggiamento di inerzia e quale potrebbe essere un segnale di cambiamento, uno scossone a questa stasi? Troppi politici al giorno d’oggi sono come paralizzati e questo per una ragione semplicissima, ci sono delle lobbies e dei gruppi di maggioranza che preferiscono il conflitto alla soluzione. Dai gruppi finanziari a quelli politici, dai consiglieri della politica, perfino i media traggono benefici dai conflitti. È come un incontro di wrestling che è totalmente fasullo ma fa ascolti da capogiro e ottiene consensi. Solo che 17 trilioni di dollari di debito e una politica estera incomprensibile non sono uno spettacolo di intrattenimento. Noi tutti siamo a conoscenza della drammatica situazione economica degli ultimi anni. 

Cosa crede sarà in grado di fare il suo Paese in futuro e cosa andrebbe evitato per risolvere i problemi maggiori? Sono convinto che la gente dovrebbe smettere di guardare al governo come alla soluzione e la prima risorsa ma dovrebbe intenderlo come l’ultima spiaggia. In America abbiamo 47 milioni di cittadini che necessitano di sussidi, una vera disgrazia. Abbiamo sostituito l’ispirazione, la motivazione e la collaborazione, con l’invidia, l’accidia e con i diritti acquisiti. Chi ha successo viene denigrato e vengono sollevati e supportati quelli che non hanno capacità. Questo non fa bene nè alla nazione, nè al singolo cittadino.

Veniamo alle domande scomode: c’è qualcosa che apprezza della politica di Obama? Assolutamente no. Credo che si rivelerà uno dei peggiori presidenti della storia. La diffusa percezione della sua debolezza come Presidente degli Stati Uniti, incoraggia i tiranni che sono in giro nel mondo. Prendiamo per esempio il Medio Oriente oppure la Russia dove Putin non teme nessuno e fa come crede in Ucraina. Anche le sue leggi di tutela del malato non tuteleranno nessuno.

Come ha iniziato la sua carriera? Voglio dire come ha capito che voleva far sentire forte e chiaro il suo messaggio, come ha capito che il giornalismo era il suo destino? Come hai giustamente sottolineato, ho iniziato in radio all’età di sedici anni e poi ho trovato impiego alla NBC News a Washington come fattorino all’età di diciotto. Mi piaceva vedere gente famosa e soprattutto vivere una vita in cui un giorno non era mai uguale all’altro. Per quanto riguarda il destino, sono felice che sia toccato a me perché non potrei fare niente che mi dia più soddisfazione.

È mai stato in Italia e cosa pensa della situazione economica e politica italiana? C’è qualcuno che ammira particolarmente politicamente parlando? Sono stato diverse volte in Italia, ho visitato Venezia, Roma, Firenze. La Costiera Amalfitana poi, è un posto unico al mondo, con gente fantastica. Ho appena terminato di leggere la splendida trilogia di Rick Atkinson sulla Seconda Guerra Mondiale che parla della sofferenza degli Italiani al dominio di Mussolini e dei tedeschi. La musica, il buon vino ed il buon cibo, le belle donne, avete tutto! Per quanto riguarda la politica, non mi sbilancio, posso solo dire che avete cambiato i vostri leader in maniera più veloce e convulsa di noi!

Quali sono stati i suoi modelli nel giornalismo? Forse persone di cui non avrete mai sentito parlare, come David Brinkley che è stato uno dei maggiori giornalisti americani durante gli anni sessanta, settanta ed ottanta, poi il direttore del notiziario per cui lavoravo a Houston, Ray Miller e ancora William Safire del New York Times, che è stato innanzitutto un grande scrittore e Frank Rich che si è anche occupato della critica teatrale per il Times, altro grande scrittore.

Suppongo lei abbia incontrato persone potenti ed importanti di tutto il mondo, ma chi le ha lasciato di più? Sarò ripetitivo, ma resta David Brinkley, che è stato il più grande giornalista d’America e secondo me, è destinato a rimanerlo.

Qual è stata per lei la guerra più inutile di tutti i tempi? Non ho dubbi, quella in Vietnam.

Lei ha visitato la Costiera Amalfitana, e anche Ravello: quest’anno il tema del Ravello Festival è il Sud, inteso non solo come punto geografico.  Cosa pensa dei Sud del mondo, hanno sempre in qualche modo subito e sofferto le scelte politiche dei Paesi? Non è semplice rispondere, anche perché non si può generalizzare, è un discorso troppo lungo e complesso. Parlando del Sud America, che è il Sud a me più vicino, si conosce fin troppo bene la storia della Guerra Civile e la lotta che le persone di colore hanno dovuto affrontare per godere di diritti comuni a tutti. Pur non essendo il razzismo una prerogativa del Sud dell’America, ha attecchito là, ma fortunatamente le cose oggi sono cambiate e spesso il Sud viene definito ormai il “Nuovo Sud” e molte persone di colore hanno rappresentanza nei pubblici impieghi e in posizioni di rilievo.

Cosa suggerisce ai futuri governatori? Cosa direbbe adesso se avesse la possibilità di parlare al Presidente di domani? Di incoraggiare le persone a farcela da soli, a vivere secondo i propri mezzi e non al di sopra, di ricevere un’educazione appropriata, di essere onesti e dare il meglio di se nel lavoro, di sposarsi prima di avere dei figli e di credere sempre nel matrimonio. Questi valori hanno apportato migliorie a tutte le culture.

Qual è stato l’errore peggiore commesso dal suo Paese negli ultimi anni? Eleggere Barak Obama. Gli manca esperienza. Le attese che gli sono state montate intorno erano impossibili da realizzare per qualsiasi essere umano. Speriamo che il futuro Presidente degli Stati Uniti sia più umile riguardo alle possibilità e alle cose che potrà realizzare nel rispetto del Paese e di ogni singolo individuo. 

Può raccontare ai nostri lettori dei suoi prossimi progetti in tv o nell’editoria? Sono troppo vecchio per impormi delle mete, per me sarà già sufficiente se sarò in grado di curare la mia rubrica per altri dieci anni, ammesso che la gente sia ancora interessata al mio punto di vista.

Saluto Cal Thomas ringraziandolo per il tempo che mi ha dedicato e la risposta al suo ultimo dubbio, sembra essere fin troppo scontata.

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