aprile 25, 2014 | by Emilia Filocamo
“Il mio destino di scrittore nasce da un fallimento”. Tom Cain, il padre di Samuel Carver, si racconta

Nessun Olimpo di grazia assoluta, nessun successo che arriva in fretta, nessuna storia di talento riconosciuto all’istante e portato alla ribalta con estrema facilità. La storia dello scrittore Tom Cain  mi piace perché è una storia comune a tanti, una storia fatta di fatica, sacrificio, disillusioni, di speranze infrante e poi, di meritato successo e di obiettivi raggiunti. Ma niente di tutto ciò che sia mai arrivato velocemente e senza intoppi. Tom Cain, nonostante il suo successo attuale, il suo lavoro venticinquennale come giornalista attivo sui maggiori periodici inglesi ed americani, nonostante abbia intervistato i maggiori politici, economisti e personaggi dello sport e dello spettacolo, nonostante abbia indagato e scritto sugli scandali finanziari di Wall Street, sui misteri di Hollywood e sulla corruzione politica in Inghilterra con ben 12 saggi tradotti in venti lingue e diverse sceneggiature, è un uomo che ha attraversato fasi alterne e tutte assolutamente umane, dal fallimento alla rinascita. Apprezzato autore della serie di Samuel Carver, un killer mercenario che uccide solo esseri spregevoli facendoli poi credere vittima di incidenti, Tom Cain ha visto i diritti del primo volume legato al suo eroe, il libro The Accident Man, acquistati dalla Paramount Picture e si racconta senza mezzi termini e con estrema sincerità.

Tom, come hai capito che scrivere era il tuo destino? Che sarebbe stato il tuo futuro? Paradossale a dirsi, ma l’ho capito dal fallimento. Un anno dopo essermi laureato, ho tentato di farmi conoscere come scrittore, ma ho fallito miseramente. Nessuno voleva i miei libri e le case editrici mi rifiutavano. I miei compagni di università lavoravano già in banca o per agenzie pubblicitarie guadagnando tantissimi soldi, io invece, non avevo un soldo. Eppure proprio da quel fallimento totale ho capito che ero disposto a tanto pur di scrivere. Così di lì a poco, insistendo, ottenni il mio primo contratto per il Sunday Times ed in soli due anni, non solo ottenni dei contratti per i miei primi due romanzi, ma fui nominato miglior giovane giornalista dell’anno dalla British Press Awards. Dunque avevo ragione!

Quindi i  tuoi esordi non sono stati così semplici. Assolutamente. Anzi, direi disastrosi. Una valanga di no dalle case editrici ed una serie di porte sbattute in faccia.

E quale è stata la prima persona a credere in te e nelle tue capacità? Una donna bellissima e di grande intelligenza, Jane Reid, una figura leggendaria nella storia del giornalismo inglese. Ha avuto una grandissima fiducia in me quando ero giovane ed inesperto e, ancora adesso, siamo grandissimi amici.

Uno dei tuoi libri della serie Samuel Carver è stato opzionato dalla Paramount. Questo direi che è il massimo per uno scrittore. Puoi raccontarci le tue emozioni? Beh, devo essere sincero: la mia esperienza con il mondo del cinema non è stata poi così esaltante. I diritti di uno dei miei primi libri, intitolato “Girl”, sono stati acquistati in Germania ed è stato realizzato un film e, per dirla tutta, è stato un totale disastro! Per quanto riguarda i libri della serie Carver, i diritti sono stati già venduti tre volte ad Hollywood ma ancora non è stato realizzato un solo film. La cosa tuttavia non mi preoccupa se penso che sono occorsi ben 20 anni prima che “The Bourne Identity” diventasse un film. Così, in questo momento, le mie uniche emozioni sono rassegnazione e pazienza.

Il tuo nome è legato al giornalismo di fama mondiale, hai intervistato gli uomini più potenti del mondo dal campo finanziario a quello politico. Quanto del tuo lavoro come giornalista hai portato nello scrivere thriller? L’abilità giornalistica mi è servita tanto, soprattutto per riconoscere e distinguere una storia valida da una che non lo è, per scovare materiale ed informazioni che potevano rendere un romanzo avvincente ed incollare i lettori alla pagina. Scrivere non è un’arte, o meglio non è solo un’arte, è piuttosto un lavoro di cesellatura, un’abilità quasi artigianale, spetta poi agli altri stabilire se quel prodotto che si è realizzato può essere o meno definito arte, ma bisogna lavorarci tanto, tantissimo. Faccio un esempio, Shakespeare è quello che ai nostri giorni si direbbe uno sceneggiatore, aveva un teatro da riempire e degli spettatori a cui dare storie eccitanti, che tenessero col fiato sospeso; allo stesso modo Charles Dickens scriveva storie che oggi noi definiremmo soap opera o serie tv. Dunque mi chiedo se i più grandi della letteratura inglese si accontentavano di essere questo, quasi dei venditori di parole, chi sono io, o qualsiasi altro scrittore, per poter desiderare di avere di più?

Ma cosa rende una storia diversa dall’altra e cosa, soprattutto, rende una storia unica e di successo? Esiste una ricetta o è il sacro fuoco dell’arte ad intervenire al momento giusto? Non credo esista una ricetta. Basandomi sulla mia esperienza, posso solo dirti che i miei libri migliori, le storie più belle, sono venute fuori di getto, da un singolo momento di potente ispirazione, perfino a volte da una singola frase che mi saltava alla mente e mi spingeva a dire: Ecco! Questa è la storia giusta! A volte sono serviti degli anni perché quel momento fosse condensato e concretizzato in un romanzo. Ad esempio adesso sto scrivendo un romanzo storico ambientato nel Medioevo il cui embrione risale a ben 15 anni fa, ma l’ispirazione rimane immediata e folgorante e difficilmente quando arriva mi sbaglio, non puoi confonderla. Devi seguirla.

C’è un personaggio fra tutti quelli che hai creato a cui sei maggiormente affezionato? Bellissima domanda! Ne amo tanti, ma se proprio devo scegliere ti dirò che è senza dubbio Alix, la donna di cui Samuel Carver è innamorato. Lei non è solo un oggetto di desiderio, è una donna interessante, misteriosa, ma anche sexy. Ok, devo ammetterlo, credo di esserne perdutamente innamorato anche io. Ride

Sei mai stato in Italia per presentare uno dei tuoi libri e cosa pensi degli scrittori italiani? In Italia vengo spessissimo, ma mai per motivi di lavoro. Per quanto riguarda i vostri scrittori, ti dirò che non ho un’idea della letteratura o una conoscenza della vostra letteratura in maniera accademica, ma posso parlarti dei miei architetti, chef o stilisti italiani preferiti, e dei calciatori italiani che amo! Scherzi a parte, credo che l’adattamento per la tv di Romanzo Criminale di Giancarlo Di Cataldo sia una delle serie tv più riuscite degli ultimi anni, molto meglio dei Soprano e perfino di The Wire.

Quali sono gli scrittori che hai come modello? Ci sarà qualcuno in particolar modo a cui ti sei ispirato? Da ragazzo ammiravo molto i giornalisti americani come Tom Wolfe o  Michael Herr e gli autori come Scott Fitzgerald o Hemingway. Poi un numero considerevole di grandi autori inglesi da Ian Fleming a Wilbur Smith e recentemente Lee Child, ognuno di loro ha lasciato su di me un impatto importantissimo. 

Ci parli del tuo nuovo lavoro? Quali sono i tuoi progetti? Sto terminando il primo volume di una trilogia storica intitolata “I Leopardi della Normandia”, un racconto romanzato sulla vita di Guglielmo il Conquistatore, è pieno di azione, passione, suspence, non è forse il mio lavoro più interessante e più realistico – quello è di sicuro, Ostland, il mio romanzo su un detective della polizia tedesca che diventa uno sterminatore durante l’Olocausto e che è basato su una storia vera – ma i Leopardi della Normandia è un romanzo in cui credo molto e di cui sono davvero fiero. 

Cosa consiglieresti ad un ragazzo che vuole fare lo scrittore? Assolutamente di farlo solo se è ciò che desidera davvero. Un tempo lo scrittore era un lavoro come un altro, adesso è diventato praticamente non solo difficile, ma impossibile. Se poi è l’unica cosa che si desidera, e non si ha altra scelta, allora consiglio di farlo con tutto il cuore e se si lavora ad un libro di fermarsi solo quando ci si è resi conto di aver scritto davvero la cosa migliore possibile. La differenza fra un vero scrittore ed uno che non lo è è che il vero scrittore continua laddove chiunque altro, sano di mente, si sarebbe fermato. È un po’ quello che succede ad un maratoneta: se vuoi arrivare al traguardo devi essere in grado di correre anche attraverso i muri! 

Che genere di libri vorresti leggere nei prossimi anni e di conseguenza che genere di film speri di vedere? Belle storie, punto e basta. Non mi importa il soggetto, la tematica, purchè siano storie che mi emozionano, che mi eccitano.

Da scrittore di fama, come giudichi il successo di cui ormai gode a livello planetario il genere Young Adult, dunque i libri basati su saghe di licantropi o vampiri. Sai dare una spiegazione? È tipico, quando i tempi sono incerti, e non solo da un punto di vista economico, ma anche da un punto di vista ideologico, politico o religioso. Cercare rifugio nella fantasia, è tipicamente umano. E poi, diciamoci la verità, la storia insegna che fantasia e mitologia hanno sempre attratto l’uomo irrimediabilmente. 

Cosa ti ispira di più quando inizi a scrivere un libro? Come ho detto prima, mi basta solo un’immagine, una, come un flash, nitido, preciso. Una mattina del luglio del 2004, mi sono svegliato molto presto con un’immagine chiarissima nella mente: un uomo che si trova all’uscita del tunnel dell’Alma a Parigi e, all’improvviso, gli viene contro una mercedes nera, ha una luce laser in mano e sta per uccidere la principessa Diana, ed ecco qui l’eroe, ecco qui il libro The Accident Man.

Hai qualche rito prima di iniziare a scrivere un libro o appena hai terminato un libro? Ascolti musica? Il mio unico rituale è scrivere ogni giorno, tutti i santi giorni, almeno 2000 parole al giorno. Così le parole si accumulano e io mi trovo davanti la prima stesura del libro, che scrivo e riscrivo più volte. Ascolto musica spesso mentre scrivo, ma solo jazz o musica classica, nessuna canzone o brano che abbia parole altrimenti mi si confonde tutto. 

Sto per salutare e ringraziare Tom Cain, quando mi chiede di poter aggiungere un’ultima cosa. Ecco, volevo solo precisare che Tom Cain è solo una parte di me, un mio alter ego, il mio vero nome è David Thomas, ma sono conosciuto anche con il nome di David Churchill. E tutti e tre scriviamo libri!

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The Accident Man: Samuel Carver – Tom Cain

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