ottobre 2, 2014 | by Nicola Mansi
“Il mio lavoro parla della necessità di credere in qualcosa”. Alla scoperta di Wang Guangyi e della sua arte spirituale

Fino al 31 ottobre Villa Rufolo continua ad ospitare le quattro esposizioni che hanno arricchito in maniera decisa ed originale l’offerta culturale del Ravello Festival e che, dopo la fine del Festival,  impreziosiscono la visita di Ravello e del suo patrimonio. Oltre alla mostra di Tony Cragg nata sull’onda del grande successo di pubblico e critica suscitato dalla personale di Mimmo Paladino, allestita nel 2013, molta curiosità ha suscitato e continua a suscitare il “Viaggio in Italia” di Wang Guangyi. Le sale superiori di Villa Rufolo, dallo scorso mese di giugno ospitano, in esclusiva, circa 50 tele legate all’Italia di uno degli artisti più eclettici e apprezzati del panorama mondiale. Wang Guangyi, celebre pittore, scultore, performer e autore di installazioni è diventato famoso in tutto il mondo per il suo ciclo “Great Criticism”. L’esposizione di inestimabile valore, curata da Demetrio Paparoni in collaborazione con Fondazione Tramontano Arte, presenta per la prima volta in Italia i progetti di lavori esposti alla Biennale di Venezia del 2013, dell’installazione Scene (Biennale di Venezia, 2009) dedicata a Marco Polo, del quadrittico Sacred Descending (Biennale di Venezia, 2013) e, per la prima volta in assoluto, le opere che Wang Guangyi ha voluto dedicare alla Sacra Sindone e agli Apostoli, che confermano l’interesse dell’artista cinese per l’iconografia cristiana e per la storia dell’arte occidentale.
Grazie a Demetrio Paparoni che oltre ad essere curatore della mostra di Ravello, è intimo amico di Wang Guangyi, abbiamo raggiunto il maestro e gli abbiamo chiesto qualcosa in più sui suoi lavori, sull’amore per l’Italia e sul suo rapporto con la fede.

Maestro, “Viaggio in Italia” riporta alla mente l’età del “Gran Tour”. Che tipo di relazione ha la sua opera con quegli artisti e quel periodo storico? Per secoli il viaggio verso la Cina è stato visto come viaggio verso luoghi lontani e sconosciuti o come un itinerario di formazione. Il viaggio era considerato una sorta di percorso spirituale carico di tensione. Questa tensione però veniva meno una volta raggiunta la meta. Il senso di vuoto che si avvertiva una volta arrivati diventava lo stimolo per rimettersi in viaggio. Oggi abbiamo molte fonti di informazione e viaggiare assume un significato diverso. Nella metà degli anni ottanta vivevo nel nord della Cina e studiavo arte. Non avevamo molti mezzi d’informazione a disposizione e cercavo di scoprire quante più cose possibili dell’arte occidentale nella biblioteca dell’Accademia. Desideravo molto viaggiare, mi sarebbe piaciuto visitare l’Italia. Sognavo di poter vedere i quadri esposti agli Uffizi. Ma allora non potevo permettermelo. Il mio primo viaggio in Italia è stato nel 1993, quando sono venuto per partecipare alla Biennale di Venezia. In quell’occasione ho visitato Roma e Firenze.

Lei crede sia possibile, in un periodo che chiamiamo postmoderno, guardare il mondo attraverso gli occhi di un viaggiatore curioso? Mi ha sempre appassionato l’arte sacra perché sono da sempre interessato al rapporto con il trascendente e appena ne ho avuto la possibilità ho desiderato vedere dal vivo i capolavori italiani, le città dove hanno vissuto i grandi artisti e l’architettura italiana del passato. Nel 1985 in Cina è stato tradotto Gombrich. La lettura dei suoi libri ha avuto una forte influenza su di me. Mi affascina l’idea che un artista possa “creare” immagini capaci di stupire, ma anche di immaginare il futuro. Considero l’artista un veggente. Nello stesso tempo quando ci troviamo di fronte ad un’immagine “creata” da un artista la nostra creatività diviene debole. La pensavo così già nella seconda metà degli anni ottanta quand’ero studente e riflettevo sulle teorie di Gombrich. Oggi però non è più come prima.

Il “veggente” Wang Guangyi a cosa attinge? Da ragazzo mi ispiravo a grandi artisti per fare la mia arte, oggi invece, è l’energia, il sentimento, la paura, le passioni, l’universo interiore della gente a motivare il mio lavoro. Sia che l’ispirazione arrivi dalla storia sia che arrivi dal mondo che ti circonda, ti ritrovi ad attingere sempre da altri. In questo senso la creazione pura è una chimera. Ho un grande rispetto per il prossimo, ma sono anche una persona che non ama stare con gli altri. Non mi piace partecipare ai dibattiti, fare discussioni. Mi piace leggere – leggo molti testi di filosofia occidentale – e quando viaggio mi piace farlo da solo. Da solo riesco a osservare e interiorizzare quello che vedo. La mia arte nasce dal mondo che mi circonda, da quello che vedo. Più che i fenomeni mi interessa però quello che sta dietro i fenomeni.

A Ravello lei espone i suoi nuovi lavori dedicati alla Sacra Sindone e agli Apostoli. Sì. L’idea di fare questo ciclo di lavori è nata nel 1983, discutendo con Demetrio Paparoni quando lui stava ancora lavorando alla mia monografia. Ma il tema del sacro è da sempre presente nei miei lavori. In più di un mio lavoro è possibile trovare riferimenti alle Sacre scritture.  

Com’è nato il suo interesse per l’iconografia cristiana e la storia dell’arte occidentale? Mi ha sempre interessato il rapporto che l’individuo ha con la fede. C’è sempre bisogno di credere in qualcosa. Non si può vivere senza credere in qualcosa o in qualcuno. 

Come spiega, attraverso l’arte, la Sacra Sindone alle persone? Io cerco di dare delle risposte alle domande sulla fede con il mio lavoro. Le risposte che ci vengono dal lavoro dell’artista non vanno però confuse con le risposte che ci vengono dall’artista come uomo. L’artista è un veggente attraverso il suo lavoro e non attraverso le sue parole. Il mio lavoro parla anche della necessità di credere in qualcosa.

Nei suoi lavori alterna destino e dogmi politici. Come riesce a lavorare con temi a volte così antitetici? La fede ci porta a credere in un sacco di cose. Ci può aiutare ma può farci male. Nel caso di Great Criticism ho messo in evidenza che la pubblicità commerciale e quella ideologica sono due diverse forme di lavaggio del cervello. La fede si manifesta nei confronti del divino, ma il dogma politico può mostrarci come divino un essere umano, un grande leader politico, per esempio.

Cosa l’affascina maggiormente delle grandi utopie? Piuttosto che i fenomeni mi interessa ciò che vi è dietro. Mi affascina, per usare le sue parole, il fatto che ci sia chi le crede realizzabili. Il discorso torna sempre sullo stesso punto: il rapporto con la fede, con il metafisico, con il trascendente. Ma poi, siamo sicuri che ciò che consideriamo un’utopia non sia del tutto realizzabile?  

L’arte ha quindi una visione, come dire, profetica? L’arte guarda avanti, non può fare a meno di guadare avanti e non può fare a meno di essere profetica. Dà risposte. Sta a noi poi saper leggere queste risposte. 

Lei ha anche detto che l’arte dovrebbe essere vista come un’alchimia: quali sono gli elementi di questa alchimia? Si può avere un’idea del sacro facendo interagire cose legate alla nostra quotidianità, non necessariamente nobili. È in questo senso che la trascendenza, la dimensione metafisica nascono da un’alchimia.

Ritorniamo all’esposizione di Villa Rufolo. Ci parla delle opere in mostra a Ravello? La mostra raccoglie opere su carta. Nonostante io faccia grandi tele e grandi installazioni do molta importanza ai lavori su carta. Le opere in mostra fanno tutte riferimento a lavori che ho realizzato per essere esposte in Italia o che comunque fanno riferimento all’Italia. Ci sono in mostra per esempio tutti i progetti di Scene, un’installazione che ho realizzato alla Biennale di Venezia. Questi lavori, come altri presenti in questa mostra, sono stati pubblicati molte volte, ma questa è la prima volta che vengono esposti. 

Ravello è per tutti la “Città della Musica”. Qual è il suo rapporto con la musica? Conosce e apprezza le opere di Wagner? Mi piace tutto ciò che aiuta la meditazione o che esprime la potenza dell’animo umano nel creare qualcosa che sappia sorprenderci. La musica di Wagner è amata in Cina. Uno dei motivi che mi ha spinto ad accettare di fare questa mostra è stato proprio il fatto di esporre in un luogo caro a Wagner e che a questo grande musicista fa un grande tributo ogni anno.

CLICCA QUI PER LA GALLERY FOTOGRAFICA DELLA MOSTRA DI RAVELLO (foto di Pino Izzo)

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