aprile 4, 2014 | by Emilia Filocamo
Il regista americano Trey Ore torna al cinema con un progetto che lo ha impegnato 15 anni

Un’idea è un po’ come un figlio: ha bisogno di tempo, di calma e soprattutto di una gestazione che, nel caso appunto di un progetto, necessita anche di periodi piuttosto lunghi. Periodi in cui l’attesa può però trasformarsi in frustrazione, soprattutto se si tratta di un lasso di tempo di ben quindici anni. Trey Ore, regista americano e fondatore della compagnia Quiet No More Films, ha atteso “la sua creatura” proprio per questo lungo lasso di tempo. Testimonianza tangibile che la costanza, più che l’ostinazione, quando è unita al talento, diventa la vera chiave di volta di un destino. Ed è così che nasce My name is Paul, una sorta di vangelo apocrifo sulla storia della conversione di Paolo ma questa volta la vicenda, ed è in questo che Trey Ore è un antesignano, è raccontata in un periodo post apocalittico.

My name is Paul è un progetto di pura passione oltre che di perseveranza estrema – racconta Trey – forse se avessi ceduto prima, alle prime difficoltà, a quest’ora non sarei qui a parlarne e avrei intrapreso un’altra strada. Sono felice di aver avuto la fortuna di realizzare la storia che avevo in mente da ben quindici anni. È stata una realizzazione lunga, lunghissima, concretizzata grazie a mia moglie, Vanessa che ha realizzato un cortometraggio della storia e grazie al successo ottenuto, abbiamo potuto finanziare il lungometraggio. Il film vero e proprio è stato scritto da Tara Lynn Marcelle, da me e da mia moglie ed è stato interpretato in modo magistrale dall’attore Andrew Roth. È una storia un po’ sui generis che narra la storia dell’Apostolo Paolo in un periodo storico post apocalittico. Ho cercato di capire come avrebbe reagito un personaggio biblico tanto fondamentale per la cristianità se si fosse trovato a vivere in tempi diversi, moderni. Il film segue l’evoluzione del protagonista, che all’inizio è un mascalzone, un delinquente, fino alla sua conversione e all’incontro con Dio che faranno di lui una persona completamente nuova. Devo ringraziare il protagonista che ha saputo rendere in maniera splendida questo cambiamento. Questa vera e propria resurrezione.

E in questo successo c’è anche un po’ di Italia giusto? Beh si. La particolarità di questo film è nata dalla partnership con la Arsenal Firearms, compagnia che ha sedi in tutto il mondo e che si collega ad una famiglia italiana da sempre nel campo della produzione di armi, la famiglia Zanotti di Santa Maria in Fabriago, vicino Bologna. Nel film, per la prima volta viene usata una A1, una pistola a canna doppia che ci è stata concessa in uso da Nicola Bandini, Ceo della compagnia.

Hai parlato di un colpo di fortuna che ti ha permesso, anche se dopo una lunga e faticosa attesa, di realizzare il film, la storia che avevi dentro da tutta una vita. Ma un regista non è solo fortuna o caso, è soprattutto studio, tecnica, volontà. Tu esattamente quando hai capito che diventare un regista poteva essere il tuo futuro? L’ho capito prestissimo; a diciassette anni. Ricordo che subito dopo il diploma, diressi una commedia teatrale e la portai in giro su e giù per la East Coast degli Stati Uniti. Ero affascinato dal fatto che potevo permettere agli spettatori di frugarmi nella mente e che, in quel modo, riuscivano a dare un’occhiata ai miei pensieri. Questa è per me l’arte. Non sono capace di dipingere con un pennello, ma dietro la macchina da presa permetto alle persone di vedere i quadri che ho nella mia mente e credo che non ci sia cosa che dia più soddisfazione.

E l’ispirazione che ruolo gioca nei tuoi lavori? Cosa ti attrae verso una storia e ti spinge a realizzarne un film? Il mio scopo è sempre e solo quello di impattare la vita dello spettatore. Non voglio essere uno strumento di intrattenimento o di svago, o meglio non voglio limitarmi ad essere soltanto questo: voglio che i miei film abbiano uno scopo preciso, che lancino e lascino un messaggio in chi li guarda.

Di qui anche la scelta del tema di My name is Paul.

Quali sono stati e sono i tuoi modelli? Ad esempio per My name is Paul chi ti ha ispirato al di là della tua intuizione interiore? Sono fan di chi ha la capacità di raccontare storie lunghe e complesse, qualsiasi film che mi permetta di perdermi per almeno due ore è il mio ideale ed il mio modello di riferimento. Per My name is Paul i miei modelli sono stati The Book of Eli con Denzel Washington e The Road con Viggo Mortensen, l’idea di rappresentare una realtà post apocalittica in cui, nonostante la totale mancanza di pietà umana, visto che si tratta di pura sopravvivenza, si riesce ancora a cogliere un barlume di speranza.

La tua carriera è iniziata prestissimo, avrai conosciuto molti registi e attori, in che modo le persone incontrate hanno influenzato la tua arte? In questo tipo di attività devi essere una spugna ed imparare il più possibile da ogni progetto. Ho avuto la fortuna di lavorare a diversi film quando vivevo a Los Angeles, sono stato Assistente di Produzione, ho fatto lo stuntman e anche diversi casting e per un periodo piuttosto lungo sono stato anche assistente di Neil Patrick Harris, famoso per American Pie e per How I met your mother, oltre che per tanti altri lavori. Bisogna imparare a rubare a morsi, a pezzetti dalle persone e dai registi con cui si lavora e poi, reimpastandoli, formare il proprio stile.

Ci hai già parlato dell’Italia e della collaborazione nata per il tuo film My name is Paul. Cosa pensi del cinema italiano? Il mio film preferito è “La vita è bella”, scritto e recitato in una maniera unica e diversa: questo è il genere di cinema italiano da cui noi americani possiamo solo imparare.

Quale attore o attrice italiana ti piacerebbe dirigere in un film? Per me il massimo della femminilità e della maestria è Isabella Rossellini; per quanto riguarda gli attori, ammiro molto Raoul Bova che vedrei in uno dei miei film di azione.

Secondo te perché il genere fantasy è così in voga negli ultimi anni? Credo che sia soprattutto una forma di evasione, i film di genere fantastico hanno la capacità di trascinare gli spettatori in un mondo diverso, migliore. È un po’ come quando con i nostri smartphone, schiacciando un bottone, riusciamo ad essere ovunque. Ma il genere fantastico che preferisco è quello di “The Hobbit” o i film di fantascienza che aiutano a lavorare l’immaginazione.

Da regista che film ti auguri di vedere nei prossimi anni? Sono eccitato dall’uscita di Star Wars VII che è in lavorazione e poi mi auguro di vedere ancora bei film sui supereroi. Il cinema non è solo il mio mestiere ma anche la mia passione, una passione che condivido con tutta la mia famiglia: andare al cinema è un appuntamento settimanale fisso per me, mia moglie e i nostri tre figli.

Cosa consiglieresti ad un giovane che si accinge ad intraprendere questo mestiere? Di tenere duro perché i sacrifici saranno ripagati. Ancora ricordo il giorno in cui, mentre ero sul set, mi fu chiesto di sbucciare delle arance, di certo non era quello che sognavo di fare sul set ma in quel momento era ciò che serviva: era necessario. Ci saranno giorni in cui chi intraprende questo mestiere, odierà il lavoro che fa perché non sarà quello che ha sognato. Da quello però, dovrà trarre la giusta esperienza e ricordarsene quando sarà dall’altra parte. Non bisogna disdegnare assolutamente le mansioni umili: nessun regista ha iniziato al top, quindi bisogna farsi coraggio e godersi la corsa.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Stiamo lavorando al seguito di My name is Paul. Con mia moglie abbiamo un po’ di novità in cantiere, fra le quali un film per ragazzi, una bella storia fantasy.

Trey Ore non lo dice ma è indubbio che, in questo caso, abbia pensato ai suoi tre bambini, compagni di tante serate al cinema.

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My name is Paul – Trailer 

 

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