aprile 29, 2014 | by Emilia Filocamo
Il regista Dave Reda racconta il suo amore per il cinema. “Una telefonata di Sam Raimi mi ha fatto capire che stavo andando nella giusta direzione”

Dave Reda, attore, regista e produttore originario del Kentucky ma attivo a Los Angeles, è entusiasmo allo stato puro, naturale emanazione della gioia che si prova quando si combatte per un sogno e quel sogno, nei tempi e nelle modalità giuste, diventa realtà. Scherza Dave e non smette di raccontare, di ricordare e, con estrema tenerezza ed una grande gratitudine, farà il nome dei suoi genitori più di una volta durante l’intervista, sottolineando come la passione per il cinema gli sia stata trasferita dai suoi cari nel corredo cromosomico, motivando in lui tutte le scelte successive. La storia dei suoi successi diventa dunque storia di una famiglia che ha il cinema nel sangue. I miei nonni erano proprietari di una catena di sale cinematografiche in Kentucky, negli anni Cinquanta. Sin da quando ero bambino i miei nonni prima, e poi i miei genitori, hanno esercitato su di me una sana influenza che mi ha portato senza esitazione verso questo mondo fantastico. Ricordo che mi raccontavano sempre come il pubblico veniva impressionato dai film, cosa li faceva sorridere o li terrorizzava e questa cosa mi affascinava. Così ho cominciato naturalmente a desiderare di esserne parte. Una delle cose più belle che mi hanno insegnato i miei cari è che quando un film è fatto nel modo giusto, può veramente portarti altrove, trasferirti in una dimensione diversa e questa credo sia la grandezza del cinema.

Ma quando la passione è diventata mestiere? Come hai cominciato? Ho iniziato in realtà come attore, per lo più per pubblicità nazionali e per diversi film, però avevo sempre in mente di voler realizzare uno show televisivo comico, molto simile al Saturday Night Live. Così ho deciso di provarci: ho fatto casting ad attori e ad amici, ho fatto di tutto perché il mio sogno si realizzasse. Ho dovuto imparare poco alla volta come dirigere e produrre, spesso ancora recitando io stesso. All’inizio è stata dura. Ma come per tutte le cose che si amano davvero, si fa di tutto perché si realizzino, e si cerca di migliorare. Amo recitare ma poter dirigere le storie che voglio vedere, le storie che mi nascono dentro, è importantissimo. Ho la fortuna di essere un po’ una voce fuori dal coro nel mondo dell’horror e questa mia visione divergente in un panorama così ben consolidato, mi ha aiutato tanto a realizzare le immagini che avevo sin da bambino intrappolate nella mia mente.

Quindi la tua famiglia ha sostenuto ogni tua scelta? La mia famiglia è stata la mia fortuna. Mia madre e mio padre mi sono sempre stati accanto e mi hanno spinto e sostenuto. Erano sempre i primi a dirmi che ce l’avrei fatta e che credevano in me, e lo hanno fatto con difficoltà perché in verità non amano i film horror! Penso che non sarò mai in grado di ringraziare abbastanza i miei genitori per quello che hanno fatto per me aiutandomi a seguire la mia stella, anche se questo mi è costato un po’ di sangue… parlando di horror!

Come si fa a distinguere una storia con un potenziale da una che non ne ha ? Esiste un modo? Io credo che la storia con un potenziale sia quella in grado di trascinarti già da quando è solo una sceneggiatura. Bisogna realizzare personaggi in cui il pubblico può identificarsi e apparire reali nel raccontare la storia. Io cerco di essere sempre originale, ma una storia di spessore deve innanzitutto convincere me per poter convincere i miei fan.

Hai frequentato delle scuole particolari? Hai seguito dei corsi? Ho esordito nel nord della California, facendo di tutto, soprattutto show per le tv locali. Facevo tutto ciò che sentivo in linea con i miei bisogni. Dopo aver fatto un po’ di pubblicità ed aver ottenuto piccole parti nei film, mi sono trasferito a Los Angeles. Volevo che le cose cambiassero totalmente e sapevo che Los Angeles era la risposta a tutti i miei dubbi. Ho iniziato con uno show comico tutto mio, come dicevo prima, e poi è stata la volta del mio primo lungometraggio, “Bit Parts”, a cui è seguita tutta una serie di cortometraggi. A Los Angeles esistono due tipi di attori, quelli che si siedono ed aspettano un’occasione e quelli che invece l’afferrano senza aspettare che gli passi davanti. Ecco, io non ne potevo più di aspettare e l’ho presa con le mani, l’ho afferrata al volo.

Suppongo che hai incontrato tanti registi ed attori famosi. La persona che ti ha cambiato la vita? La cosa più bella mi è successa il giorno del mio compleanno, quando ho ricevuto una telefonata dal mio regista preferito, Sam Raimi, regista di Spiderman, di The Gift e di molti altri film di successo. Un mio amico che lo conosce bene, gli aveva passato il mio contatto e soprattutto gli aveva detto di vedere i miei horror. Bene il giorno del mio compleanno Sam Raimi mi telefona e mi dice che gli piaceva come lavoravo. Non riuscivo a parlare, a deglutire, era splendido: Sam Raimi mi faceva i complimenti. Quindi ho capito che il mio destino era quello, non potevo avere conferma migliore.

Quali sono i tuoi motivi di ispirazione quando reciti e quando dirigi un film? Adoro contaminare il genere horror, di commedia horror con un po’ di romanticismo, non è una cosa semplice ma quando riesce, può essere estremamente divertente e, per usare un ossimoro, graziosamente orribile. Da bambino guardavo sempre i film della Universal Monster, e trovavo estremamente deprimente che i mostri non avessero mai amici o una donna da amare. Così i miei mostri si fidanzano.

I tuoi modelli come registi o attori? Ho grande ammirazione per i film di Alfred Hitchcock, Dario Argento, per Sam Raimi, Wes Craven, George Romero e John Carpenter e potrei andare ancora avanti con l’elenco. Ritengo che tutti questi registi abbiano avuto una voce personale nel raccontare le loro storie e questo li ha resi grandi ed indimenticabili agli occhi del pubblico, ed è quello che mi auguro di raggiungere anche io.

Sei mai stato in Italia? E quali sono i tuoi registi preferiti? No, non sono mai stato in Italia, ma la mia famiglia è di origini italiane e quindi sto programmando un viaggio nel vostro Paese. Adoro tutto dell’Italia, da Sofia Loren a Roberto Benigni, e a parte Dario Argento che considero un maestro, ho una passione sfrenata per i western di Sergio Leone. L’horror italiano, invece, ha uno stile unico, estremamente particolare, da cui si può imparare tanto.

Fra tutti i film che hai interpretato o diretto, ce n’è uno a cui sei legato maggiormente? I miei film sono un po’ come i miei bambini, quindi li amo tutti allo stesso modo. Ma, se devo proprio sceglierne uno e dare un titolo, credo che il mio cortometraggio, “Horror of our love”, sia quello più vicino al mio cuore. È come se avessi messo sulla pagina e sul grande schermo tutta la mia anima ed il mio modo di intendere l’horror. È  chiaro e disinvolto, è anche stato il film che mi ha dato maggiore popolarità e per cui ancora ho riscontro ed affetto da parte dei fan. Lo amo tantissimo.

Qual è stata la parte più complessa del tuo lavoro e quale la più bella? La parte più complessa è sicuramente quella in cui devi creare, non posso controllarla facilmente, ad esempio non riesco ad essere brillante e al massimo delle mie potenzialità alle cinque del mattino. E soprattutto, non si può mai prevedere o forzare l’ispirazione, arriva quando meno te l’aspetti. E questa è la parte peggiore del mio lavoro perché non puoi fare nulla senza essere spronato da un’idea grandiosa. Una volta che ho l’idea, e che mi è chiara, allora tutto va avanti facilmente, e riesco a modellare e a raffigurare in maniera precisa l’immagine che avevo in mente. Quando ho vinto il mio primo premio per il film che ho già citato, Horror of Our Love al Festival di Los Angeles, Dances with Films, ho capito che quella era la risposta a tutti i miei sacrifici e ai miei momenti bui, il pubblico da lì ha cominciato a comprendere cosa stavo facendo e cosa volevo dire e per me ha significato tantissimo.

Per la maggior parte delle persone il mondo del cinema è solo soldi, successo, feste e persone splendide. Ma puoi raccontarci cosa c’è dietro tutto questo? Come è davvero lavorare in questo campo? Dietro tutto quel glamour e tutta quella bellezza c’è innanzitutto tantissimo lavoro. Prima bisogna essere in grado di scrivere una storia che stia in piedi, poi cercare di finanziarla e di trovare sostenitori, poi rendersi conto se si è davvero realizzato ciò che si immaginava. Bisogna adattarsi a lavorare con tante persone e tutte diverse, ognuna che ti spinge in una direzione diversa. Poi il sudore e le lacrime una volta che il film è finito, l’uscita, la prima e poi il fatto di tenere le dita incrociate sperando che alla gente piaccia, ecco queste sono le cose che stanno dietro tanto splendore, fatica e sacrifici, ma sono anche il motore che mi spinge a farle.

Parlaci dei prossimi progetti. Attualmente sono assolutamente eccitato perché sto per girare il mio prossimo cortometraggio, Rotting love, con la fantastica Queen Michelle Tomlinson . Ho già lavorato con lei all’ultimo cortometraggio, My Undeadly ed è un onore per me che questa occasione si ripeta perché ha un talento unico, straordinario ed è una cara amica. Inoltre attendo finanziamenti per una serie di nuovi horror, fortunatamente i film realizzati in passato sono uno sprone per i miei fan e per chi ama il modo in cui lavoro.

Hai intenzione di girare in Italia o in Europa? È un’ipotesi che non scarto anche perché ci sono scenari e set da favola, ogni angolo sarebbe perfetto. Credo che non smetterei mai di scrivere.

Perché i film su zombie e vampiri hanno un simile successo? C’è un motivo anche sociale o è semplicemente un’evoluzione dei gusti? Credo che il motivo principale di un simile successo stia nel fatto che al pubblico piace sfuggire e prendere un po’ in giro la morte, è un modo per esorcizzarla. In tutti questi film i protagonisti principali riescono a farlo. E poi l’horror secondo me è terapeutico, ci si spaventa ma poi ci si rilassa e anzi, proprio tutta quell’adrenalina è contagiosa e spinge a richiederne di più. Intere generazioni sono cresciute con gli horror e credo che sarà così per sempre.

Una domanda un po’ particolare: hai la possibilità di interpretare il protagonista principale di un famoso film del passato. Quale film e personaggio sceglieresti? Si, c’è un film di Jimmy Stewart, un vecchio film, che mi piacerebbe interpretare, pur essendo l’opposto di un horror: Harvey. Il film racconta la storia di un coniglio bianco invisibile che praticamente segue ovunque  il protagonista del film. Io ho sempre avvertito una certa armonia con quel film, e ho sempre sperato di poter farne un remake cercando di svelarne l’esatto significato.

Cosa suggeriresti ai registi di domani per migliorare il proprio lavoro? Di focalizzarsi sulle storie che si vogliono raccontare. Ormai  là fuori è pieno di gente che fa film ed è facile perdersi nella marea di produzioni sterili o di poco conto. Ma se si è in grado di essere anche un po’ alternativi, di creare storie che attraggono e di metterci il cuore, senza tradire la propria ispirazione e la propria verità, prima o poi anche gli altri se ne renderanno conto. Per il resto mi auguro che il genere horror continui ad avere proseliti e che i miei film in sala permettano al pubblico di chiedersi quando arriverà il prossimo.

È tempo di salutarsi e Dave Reda, senza smentire la sua anima horror, lo fa con un onomatopeico “Grrrr”,  una sorta di “buon brivido” a tutti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

HORROR OF OUR LOVE: A SHORT FILM

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654