novembre 4, 2014 | by Emilia Filocamo
Il regista di “Angeli” Stefano Reali “Oggi non c’è un regista italiano che pensi al mondo, come suo pubblico”

La Basilicata, in fondo, dovrebbe avvertire un po’ il profumo di Ravello. Si, certo, non sono vicinissime, ma nemmeno così distanti da sfuggirsi. Questo preambolo per dire che la prima volta in cui io ed il regista Stefano Reali, di cui forse è piuttosto pleonastico ricordare i successi, da Ultimo ad in Barca a Vela Contromano, dallo Scandalo della Banca Romana a Le Ali della Vita, da Exit, che ottenne la nomination all’Oscar, fino al recente Angeli, successi in molti dei quali Raoul Bova è stato una sorta di emblema e nume tutelare, entriamo in contatto, Settembre è a metà della sua vita. È il Settembre della Argerich e dell’Orchestra Nazionale del Nuovo Messico, sgoccioli di un Festival 2014 che sembra incapace di riaddormentarsi e vuole stendere le gambe con forza sotto le lenzuola dell’autunno. Stefano Reali conosce Ravello, conosce le emozioni che arrivano dal palco proteso come una mano fra mare e macchia mediterranea e si lascia sfuggire una breve, guizzante promessa: si sta recando in Basilicata per insegnare ad un corso di sceneggiatura e  scrittura creativa, e potrebbe fermarsi per una delle ultime serate del Festival. Io non l’ho detto, a lui come a nessun altro, ma ho sperato fino all’ultimo che nella ventilata serata della Argerich, o in quella finale del Festival, deglutita come un bolo dalla pancia dell’Auditorium Niemeyer, Reali potesse sbucare all’improvviso fra gli spettatori. Non è successo, ma è “successa” questa intervista. Cominciata a Settembre e protrattasi fino ad oggi per gli impegni di Reali, uno su tutti, la messa in onda con un riscontro entusiasmante di pubblico della sua fiction Angeli, protagonisti Raoul Bova e Vanessa Incontrada. Per la prima volta in Italia, il fantasy ed il soprannaturale che tanto saziano l’Estero, con portate fumanti di licantropi, angeli caduti e vampiri, sfamano anche l’appetito italiano. Ottobre è già freddo abbastanza quando Reali, ormai a Roma, può dedicarsi a questa intervista con estrema gentilezza e grande disponibilità.

Signor Reali, il Ravello Festival è innanzitutto musica. Lei è regista, sceneggiatore, ma anche musicista. Se dovesse definirsi in maniera istintiva ed istantanea, in quale di questi ruoli si sente più a suo agio? E la musica quanto prende della sua giornata e della sua carriera? La musica prende molto della mia giornata. Essendomi diplomato in Conservatorio, in gioventù, mi è rimasta l’abitudine ad uno studio dello strumento quasi quotidiano. Diciamo che ogni giorno che lascio passare senza studiare mi sento molto in colpa nei confronti di quello che reputo un dono. Posso dirle però che quando scrivo musica, sia per colonne sonore che per me stesso, mi sento meno in colpa. Ma suonare mi piace ancora molto. Faccio parte di un quintetto swing con cui faccio almeno una ventina di concerti l’anno, anche in giro per l’Italia. Insomma la musica occupa una gran parte della mia giornata! E vorrei avere più ore a disposizione, per potermici dedicare ancora di più. 

Ho letto che lei è stato assistente alla regia in un capolavoro come C’era una volta in America. Può raccontarci in breve quell’esperienza e cosa le ha lasciato di indimenticabile? Sì, è stata un’esperienza formidabile. Da ragazzino, e aspirante regista, avevo due miti: Dario Argento e Sergio Leone. Provai a contattare tutti e due. Dario Argento non mi volle, Leone sì. Anche perché insistetti tanto, tantissimo, secondo me mi prese per sfinimento!  E da lì cominciò un’avventura irripetibile. Pensi che oggi come oggi, un film dura in media dalle sei alle otto settimane di riprese. Beh, il piano di lavorazione di “C’era una Volta in America” era di 50 settimane! Non era un film, era un’epopea. In quel momento, non mi rendevo conto di fare parte di un gruppo di persone che stavano collaborando ad un capolavoro. Era soprattutto un’occasione di lavoro irripetibile per me, perché sentivo che si trattava di uno degli ultimi grandi film italiani che venivano pensati per un pubblico di tutto il mondo. Un pubblico che Sergio Leone in quel momento aveva. Oggi non c’è un regista italiano che pensi al mondo, come suo pubblico. Forse Tornatore. Magari Sorrentino, non so… ma si tratta di autori di tipo diverso. Leone sapeva che aveva il mondo come pubblico possibile dei suoi film perché le sue pellicole precedenti erano state un successo commerciale indiscusso dappertutto. Cosa che non si può dire di Tornatore e Sorrentino. Hanno vinto un Oscar, hanno fatto dei bellissimi film, ma non hanno il seguito commerciale straordinario che aveva Leone all’estero. Ecco perché secondo me quel film ha segnato la fine di un’era: quella in cui avevamo registi come lui, come Germi, come De Sica, e anche come Argento, che quando facevano un film sapevano che sarebbe uscito con delle aspettative commerciali, oltre che artistiche, in tutto il mondo. E questo garantiva sopravvivenza al nostro cinema.

Lei è un po’ a mio avviso, l’uomo dei record: penso a lavori come Ultimo, ma anche a Le ali della Vita, penso ad Exit che se non erro ottenne una nomination all’Oscar: ma, da addetto ai lavori, cosa garantisce ad un prodotto, cinematografico o televisivo che sia, quella marcia in più che lo distingue da tutti gli altri? Non lo so, non spetta a me dirlo. Posso dirle però quello che mi piace trovare, da spettatore, in un film che mi coinvolge. Mi piace essere soggiogato, che mi sorprenda, che mi coinvolga e che mi impedisca quasi di ricordarmi che sto vedendo un’opera di finzione. Insomma spero sempre di trovare quella Verità di racconto che mi possa entusiasmare, indignare, o anche solo rendere più consapevole, è un brivido emotivo che comprende tutte queste cose. Io credo che vedere un gran bel film ci rende migliori come esseri umani. E comunque, per un addetto ai lavori come me, vedere un bel film significa come minimo non farsi distrarre da tutti quei mille aspetti tecnici ed estetici che tendiamo ad analizzare quando non siamo coinvolti da una storia. Insomma, se sei commosso e attratto da quello che vedi, non hai il tempo di notare un dolly ben fatto, o una bella fotografia. Sei dentro al film, e basta. È la cosa più bella che possa capitare ad un addetto ai lavori.

Quando e come esattamente ha capito che il cinema sarebbe stato parte integrante della sua vita? Quando studiavo musica, ero un allievo promettente ma non troppo efficace. Mi emozionavo molto se dovevo suonare in pubblico, non ero sicuramente tra i primi della classe, e in qualche modo sentivo che gli angeli non soffiavano sulle mie vele. Volevo farlo, ma faticavo. Ero sempre stato attratto dal cinema, fin da bambino, quando andavo a vedere anche due film al giorno, nelle sale parrocchiali, ma non avrei mai pensato di fare quel lavoro, da grande. Pensavo solo alla musica. A vent’anni fui preso come direttore di coro ed insegnante di solfeggio nel Laboratorio di Arti Sceniche di Gigi Proietti: fui folgorato sulla via di Damasco. Vedere il grande Gigi fare la regia delle scene con i suoi allievi mi entusiasmò. Il fatto che lui stesso fosse un ottimo musicista, mi incoraggiò a pensare che avrei potuto dedicarmi alla regia senza abbandonare completamente la musica. E in qualche modo è quello che è successo.

C’è stato un incontro che professionalmente le ha cambiato la vita o che comunque le ha dato un’impronta indelebile? Sì, è stato con Robert Mc Kee, che in quel momento (parlo dei primi anni ottanta) era il più grande esperto del mondo sull’insegnamento della sceneggiatura. Mc Kee mi ha fatto veramente da mentore, oltre che da insegnante, e mi ha addirittura ospitato a casa sua, a Los Angeles, quando ci sono andato per la nomination all’Oscar per il mio cortometraggio Exit.

Lei è anche docente di sceneggiatura e scrittura creativa: da amante della scrittura, le chiedo: c’è un dettaglio di cui magari è a caccia per intuire se dietro uno scritto si nasconda un vero talento letterario o uno sceneggiatore con una dote particolare? Voglio dire: esiste una sorta di indizio in questa direzione? Credo di no. La scrittura è qualcosa che, pur avendo delle regole ormai condivise da tutti, e teorizzate per primo da Aristotele 2300 anni fa, sfugge alla possibilità di essere anatomizzata. È come la poesia. Non sai mai perché “ti prende”, non puoi analizzarla totalmente. Perché parla alle viscere, ai sentimenti, prima che al cervello. L’unico vero indizio che ti dice che ti stai trovando di fronte ad un bravo scrittore è quando non riesci a smettere di leggere quello che lui ha scritto, qualunque impegno tu abbia, e vai avanti fino alla fine.

So che non si fanno nomi e preferenze ma nell’arco della sua carriera c’è stata sul set quella che può essere definita un’intesa perfetta con un attore/attrice? Sicuramente con Bova, con cui ho fatto sei film. Ma mi sono trovato perfettamente anche con un altro grande attore italiano: Maurizio Mattioli.

Quali sono il più grande pregio ed il più grande difetto del cinema italiano? Meriterebbe un libro di seicento pagine questa risposta. È un tema sul quale non riesco ad essere sintetico, mi spiace.

Come mai secondo lei la fiction, specie negli ultimi anni, ha calamitato così tanto l’attenzione dei telespettatori? È perché i telespettatori sono diventati troppo pigri per cercare altrove, al cinema, storie in cui immedesimarsi o di cui godere, oppure c’è qualche altra ragione? Non mi pare che la fiction abbia catalizzato un numero crescente di spettatori, anzi, secondo me, ne ha persi. Credo che tutti i talent e i reality che negli ultimi quindici, vent’anni sono stati la vera novità della prima serata televisiva abbiano tolto spettatori alla fiction, più che ai programmi di intrattenimento. Quando ho cominciato a fare televisione io, il mio primo film, la storia dei fratelli Abbagnale, fece una media di sette milioni di spettatori. Era il 1993. Per quel periodo era un medio successo di serata. Oggi sarebbe salutato come un trionfo assoluto, il bacino di utenza degli spettatori di fiction si è molto frammentato, anche per l’arrivo della pay tv, ma non solo. C’è molta offerta, su ogni canale, quindi i numeri scendono. È vero però che la fiction non chiede troppo impegno agli spettatori che quindi possono permettersi di essere più “distratti” di quanto non lo siano, ad esempio, i “moviegoers”, che ormai hanno un’età tra i tredici e i diciannove anni. I film vengono fatti soprattutto per loro. Mentre la TV satellitare può permettersi di fare cose “per adulti”. Esattamente il contrario di come era prima, quando la Tv si faceva per i ragazzi ed il cinema per gli adulti.

Parliamo di Angeli che ha ottenuto un ottimo consenso di pubblico: è una storia insolita che esula dal cliché delle fiction italiane e che affronta il soprannaturale che tanto successo ha all’estero, anche nella letteratura. Penso ad esempio a Fallen di Lauren Kate, ennesimo Young Adult che dopo l’apripista Twilight, arriva dalle pagine al cinema. Lei crede che in Italia si dovrebbe osare di più in questo filone? E come è nata l’idea di Angeli? Penso sicuramente che ci sia un potenziale pubblico per il fantasy in Italia, e il successo di Angeli lo prova. Il problema è che noi non abbiamo una letteratura di riferimento, di questo genere, al contrario degli anglosassoni. Quindi è un territorio un po’ inesplorato. E che lascia ancora diffidenti molti produttori e broadcasters. Questo piccolo film si è potuto realizzare solo perché era un’idea e un progetto di un direttore della fiction di Canale 5, Giancarlo Scheri. Se fosse stata una mia idea, e non avessi trovato un interlocutore come lui, non credo che avrei mai potuto realizzarlo.

Nell’arco della sua carriera e della sua vita, c’è stato un “angelo”, qualcuno insomma da cui si è sentito protetto, una sorta di persona guida? Sì, la mia nonna materna. Mi ha sempre incoraggiato, fin da bambino, a cercare di esprimere la mia creatività, senza pensare troppo a “sistemarmi”, o a garantirmi il futuro con un lavoro “sicuro”. Mi disse, hai un grido dentro di te, urlalo al mondo.

Il suo rapporto con la fede? Sono un appassionato di Mitologia Sumera. Ho pochi rapporti con il cattolicesimo. Ma credo molto agli Angeli come entità, sul serio, e tra l’altro sono tra i pochissimi esseri spirituali che sono comuni a quasi tutte le religioni. Anche i loro nomi rimangono simili. L’arcangelo Michele, per esempio, si chiama così in quasi tutte le religioni antiche.

Il giorno sul set che ricorda con maggiore affetto? Tutti: ogni giorno di set è un privilegio assoluto, che il Cielo ci manda in terra. Un dono prezioso.

I suoi prossimi progetti? Sono un po’ scaramantico, preferirei non parlarne.

Se dovesse dire grazie a qualcuno in questo momento, a chi lo direbbe? A mia madre.

L’intervista con Stefano Reali si chiude qui, ma resta nell’aria una promessa, ovviamente da rinnovare e da mantenere, ed in questa promessa rientrano tre elementi fondamentali: Ravello, un palco in equilibrio quasi funambolico nel vuoto ed una di quelle serate di Ravello Festival  in cui la musica sembra davvero frutto dell’esecuzione di una schiera di Angeli.

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