dicembre 17, 2014 | by Emilia Filocamo
Il regista e attore Carlo Giuseppe Trematerra “Ai giovani napoletani e alla mia città dico di puntare di più sulla cultura”

Carlo Giuseppe Trematerra, regista, produttore, attore di teatro e, tiene a sottolineare, comparsa in altre occasioni che spaziano dalla tv al cinema, ha solo 27 anni ed una indicazione precisa: devo contattarlo solo di pomeriggio, perché di mattina è al lavoro. Facile per me ipotizzare, immaginare ovviamente che si tratti di un set, quando poi lo raggiungo al telefono, appunto di pomeriggio, mentre rientra a casa, ricevo dalle sue parole un’immagine splendida, fatta di tante domeniche pomeriggio, in cui, lui, da bambino, con una telecamera, anzi con più di una telecamera, visto che mi confessa di averne rotte diverse, riprendeva parenti, zii, genitori e fratelli, coinvolgendoli già in alcuni corti. Una passione viscerale, genuina, che è tale innanzitutto perché non bada a rientri economici, fra l’altro complessi se non solo ipotizzabili, ma che è furiosa e combattiva e che non si ferma davanti a nulla. E poi scopro un ragazzo non solo di talento, ma generoso, che ama coinvolgere le persone che conosce, quelle che fanno parte del suo entourage artistico, in ogni nuovo progetto in fieri e che si dispiace, quasi si giustifica, se, talvolta non può chiamarli tutti, perché, come precisa, bisogna tener conto dei personaggi che si vogliono avere, e cercare gli attori in base all’idea che si ha. Cominciamo da un terreno comune, un terreno che si chiama sud e che si chiama Napoli, Campania.

Carlo, sei un ragazzo del sud, in che modo la tua componente meridionale influenza il tuo lavoro e le tue scelte artistiche? Sì, sono napoletano e amo la mia città, nonostante spesso sia bersagliata da facili pregiudizi che individuano in Napoli una sorta di coacervo e di origine comune di tutti i mali, ma sappiamo benissimo che i problemi sono ovunque. Adoro la mia città ed il mio dialetto, che va assolutamente difeso e definito una lingua, io amo recitare in napoletano e mi da fastidio quando viene involgarito. Ho cominciato con il teatro napoletano, nel 1996 ho messo per la prima volta piede su un palcoscenico e così quella che era una mia passione sin da bambino è diventata un lavoro. Oggi, infatti, ho una mia piccola casa di produzione. Non potrò mai dimenticare la pazienza dei miei familiari quando, ogni domenica, li coinvolgevo in alcuni corti che improvvisavo ed allestivo armato di telecamera. La mia passione si è confermata nel 2000 quando ho avuto modo di entrare in una compagnia teatrale che ha allestito uno spettacolo di Giuseppe Gifuni su Troisi. Quel lavoro è stato un successo clamoroso, con più di 300 repliche. E poi, fondamentale, anche l’incontro con Agostino Chiummariello che mi ha permesso di fondere teoria e pratica e di fare teatro direttamente sul campo. La gavetta è fondamentale, non si può arrivare in tv senza questa anticamera, perché altrimenti ci si brucia.

Quindi mi sembra di intuire che per te il teatro è un passo obbligatorio ed importante per un attore. È così? Sai, ultimamente si sono create tante categorie sotto la definizione di attore: c’è l’attore di fiction, quello di web serie, quello di film. C’è sicuramente una differenza sostanziale fra cinema e teatro e non é quella che il cinema è più facile, anzi, anche lì la fatica è notevole, perché è tutto molto tecnico, dalle inquadrature al pericolo di poter uscire fuori campo. Il cinema è una fotocopia identica a se stessa, perfetta, il teatro invece è in perenne mutazione, avviene e non si ripete mai identico, cambia il riscontro del pubblico, cambia l’energia che trasmetti e che ricevi, e credo che questo sia il grande potere del teatro.

Ci parli del tuo corto Il Servizio Buono? Certo, è stato prodotto dalla Trematerra Movie, la piccola casa di produzione che ho messo su con mio fratello Marco. Ci chiamò Antonio Bilangia che aveva questa idea, un’idea scorporata in ben 7 protagonisti, e me la propose. Cominciammo a lavorarci su, per la sceneggiatura ho avuto il supporto del grande Antonio Fiorillo e così, unendo le idee e le forze, è nato il Servizio Buono, un corto dalla trama molto semplice e lineare. La scelta dei personaggi è andata, come sono solito fare, fra gli amici che fanno questo mestiere, sono una persona umile e mi piace dare spazio a tutti, certo devo scegliere gli attori in base ai personaggi che ho in mente, questo è fondamentale. Il film è stato proposto in diversi festival a carattere regionale e poi abbiamo altri progetti per promuoverlo ulteriormente. Abbiamo utilizzato un napoletano semplice, non troppo stretto dialettalmente parlando, un napoletano che fosse comprensibile a tutti, a priori abbiamo scartato l’idea dei sottotitoli perché sono convinto che o leggi, o guardi il film.

L’incontro più importante professionalmente parlando? Quelli con Giuseppe Gifuni e con Agostino Chiummariello e poi, certo, con tutte le persone che ho incontrato sul set. Io dico sempre che sui set sono una comparsa e che solo sul palco ho un ruolo. Da qualche tempo, infatti, mi sono affidato ad un’agenzia di comparse che mi cura e mi segue e con la quale ho lavorato recentemente ad Un posto al sole. Bisogna essere umili ed onesti con se stessi, sarei un bugiardo a dire che ho un ruolo in tv, quando in realtà posso parlare di ruolo solo in teatro.

Mi hai detto che di mattina non avresti potuto fare l’intervista perché eri impegnato con il lavoro. A cosa stai lavorando adesso? Sto lavorando ad un videoclip che si girerà in questi giorni a Napoli sempre con Antonio Fiorillo, che mi ha aiutato anche nella sceneggiatura e nella regia. Nel videoclip ci saranno molti interpreti de Il Servizio buono e anche new entry dettate dalle esigenze di sceneggiatura. Non riesco a stare mai fermo, ho 3 progetti in corso, e poi aspetto un momento di maggiore calma per dedicarmi ad un prodotto diverso, una storia drammatica, inoltre mi sono state proposte altre 2 sceneggiature che ho il compito di revisionare e per le quali curerò produzione e regia. Ma non dico altro per scaramanzia.

Hai mai dei rimpianti? Forse solo quello di non aver sfruttato meglio e prima qualche occasione cinematografica, magari di non essermi proposto prima ad un’agenzia che curasse questo aspetto. A volte penso che magari, stando a Roma, tutto sarebbe più facile, ma poi lascio andare questi pensieri perché se anche ho perso qualche occasione, sono felice di quello che faccio e mi da soddisfazione, nonostante le difficoltà, l’assenza spesso di un ritorno economico e la limitatezza dei mezzi a disposizione.

Avevi o hai un piano B? Io credo che fare questo sia sempre stato il mio desiderio più grande, spesso penso a quando da bambino allestivo delle messe per mia madre e mi vestivo da prete, ho sempre avuto questa inclinazione per la teatralità. Ho studiato fotografia, questo sarebbe il mio piano B, sebbene non mi piaccia fare il fotografo e, anche in questo caso, ho succhiato da questo mestiere quello che mi serviva tecnicamente per portare avanti la mia passione.

Vuoi ringraziare qualcuno? Certo, ringrazio i miei genitori che mi hanno sostenuto e che, soprattutto, hanno sopportato tutte le domeniche passate ad allestire e a partecipare alle mie riprese. Poi ringrazio chi mi segue e mi stima.

Qual è l’augurio che fai alla tua città, a Napoli? Auguro a Napoli e soprattutto ai giovani napoletani di avvicinarsi e di investire di più nella cultura e di credere di più in se stessi e di non abbandonarla, di non sfuggirla. Perché la città ha bisogno dei giovani, delle nostre forze e del nostro contributo, invito i giovani a reagire, a non essere quiescenti o indifferenti e ad avere rispetto per la vita.

Se avessi l’occasione di intervenire al Ravello Festival, cosa proporresti? È un Festival dedicato soprattutto alla musica, pur non essendoci mai stato, lo conosco, io ho anche una web radio, quindi sono un grande estimatore di musica e soprattutto dei nuovi talenti, di giovani interpreti anche di musica classica. Proporrei e presenterei un film dedicato al Sud, anzi che parli della mia città e che non la critichi. Napoli non deve giustificarsi di nulla.

A questo punto non l’avrò notato soltanto io che la bella intervista con Carlo Giuseppe Trematerra si è aperta e chiusa nel nome di una passione che non riesce a tacere, autentica come la sua voglia di fare questo mestiere, la passione per la propria terra.

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