agosto 1, 2016 | by Emilia Filocamo
Il regista Michele Pastrello racconta la nascita di Awakenings

La musica per me è fondamentale. Il regista Michele Pastrello racconta la nascita di Awakenings, il suo nuovo lavoro.
Alla seconda intervista con il regista Michele Pastrello, non credo di aver del tutto smaterializzato, dimenticato, abbandonato la forte sensazione di immergermi con lui in un territorio inesplorato, fatto di contorni non labili, ma tracciati quasi a matita, indefiniti, capaci di mutare attimo dopo attimo. E’ difficile rendere con le parole questa sensazione che forse è diretta  conseguenza dalle grandi idee, dalla sperimentazione unita al talento e da una sensibilità che trascende ogni definizione precisa, ogni alloggio logico e supera, incanta, comunica e disarma. Dopo Desktop, dopo le atmosfere rarefatte, i silenzi e la gestualità trascinante, Michele Pastrello si getta a capofitto in un nuovo lavoro, Awakenings. Immaginarlo come lo immagina lui è complesso, tentare di sondare il suo mondo è una possibilità, un tentativo dal quale si esce, almeno nel mio caso, un po’ storditi, come se portati per mano fino ad un certo punto, dove lui vuole ci si spinga e non oltre, in una sorta di ipnosi, di sogno. Perché Michele Pastrello è questo: non riesco ad ingabbiarlo in una definizione precisa, mi sfugge, come mi è sfuggito quando ho provato a rintracciarlo telefonicamente per concordare questa intervista per poi scoprire che era sulle Dolomiti bellunesi per lavoro. Nel suo mondo fatto di silenzi che sono incredibilmente loquaci.

 

Come nasce Awakenings? Cosa c’è all’origine dell’ispirazione e del tuo lavoro?
Awakenings (coscienza dopo il sonno) nasce un po’ per caso, ma non troppo. Dopo Desktop, che con mia sorpresa nel 2014 ha avuto ottimi riscontri in rete, sentivo la necessità di proseguire per questa strada, cioè fare un qualcosa da mettere direttamente online, senza filtri, per il pubblico. Ci mancava solo l’idea, che è nata i primi del 2015 ascoltando per caso il brano musicale che, tutt’ora, è la colonna sonora del video. Il tema del “perduto da ritrovare” del micro-movie è venuto da solo, non l’ho deciso io. Forse il mio inconscio ha deciso per me. Una volta scritto ne ho parlato con Matteo Stefani, un produttore di Mestre, che ha creduto nel progetto e mi ha dato un contributo materiale per metterlo in scena.

 

Rispetto a Desktop cosa è cambiato nel tuo modo di sentire e di ” vedere”? Sono entrambi tuoi figli, ma in cosa si differiscono ed in cosa convogliano lo stesso messaggio e la tua cifra stilistica? Sono figli miei sì e ad entrambi naturalmente sono molto affezionato. Con Awakenings però credo di essere un po’ più maturato tecnicamente, anche grazie al contributo di validi collaboratori (a partire da Daniele Serio e Mauro Corti, rispettivamente direttore della fotografia e seconda macchina). E sono riuscito a portare a casa un lavoro più complesso: quattro storie parallele che in pochissimo tempo, senza parole e in brevissime inquadrature, dovevano diventare non solo forma, ma anche contenuto.

 

Quando ti rendi effettivamente conto che sta per nascere qualcosa di nuovo, che sei pronto per un ” altro figlio”? Mi incuriosisce sempre molto la genesi di un’opera
La risposta è semplice: quando l’idea e quello che vedi nella tua testa perdura per almeno un tre, quattro giorni. Se quello che la mia immaginazione mi fa vedere regge questo lasso di tempo significa che è qualcosa di mio, che posso realizzare, che ha un senso.

 

Considerando il tuo stile, così internazionale a mio avviso, così diverso da quello a cui siamo abituati, e parlo da spettatrice comune, hai mai pensato di proporti e lavorare all’Estero? Hai avuto occasioni e possibilità in tal senso?
Ti ringrazio del complimento che, al contempo, è anche un problema, dato che non ti sto scrivendo dall’estero, ma da Treviso. Di conseguenza scenari e mentalità registiche sono quelle italiane (anche se, a dire il vero, le nuove generazioni stanno portando belle novità nel mondo del video/cinema). Ho partecipato in passato a Festival esteri, questo sì, con i miei lavori più lunghi, ma non ho mai pensato per ora di propormi all’estero. Chissà, ogni cosa al suo tempo.

 

Mi hai detto che qualche giorno fa eri sulle Dolomiti del versante bellunese: paesaggi estremi, silenziosi, la neve, i giochi di luce. Eri lì per lavoro giusto? Puoi dirci esattamente per cosa? Eh beh, è come lavorare a casa. Ero lì per realizzare il videoclip per le Div4s (e poi ci sono tornato anche per un altro lavoro recentemente), quei luoghi mi affascinano. Tornando alla domanda precedente, ecco: ciò che mi affascina di molti Paesi esteri sono i grandi scenari aperti che noi, qui al nord-est, invece, abbiamo spesso violentato con una cementificazione anarchica e poco lungimirante. Porta lavoro, era la risposta che ti davano quando lo facevi notare. L’espressione “porta lavoro” sovente da queste parti ha fatto tabula rasa al buon senso.

 

L’incubo che ti rincorre più spesso? Sono molti, variegati, mutevoli. Se nel quotidiano sogno, quando non sono desto materializzo solo incubi. Per questo vado a letto sempre tardi e a quell’ora leggo saggi sulla storia dell’URSS.

 

Come sai il nostro magazine è legato al Ravello Festival che è soprattutto musica, ma non solo. Quanta parte occupa la musica nei tuoi lavori ed in genere quale direzione segui per il commento musicale? La musica, come avrai capito, è fondamentale per me. Forse anche troppo, ne sono consapevole. Sono un fan di Ridley Scott, che nei primi lavori faceva un uso sublime della partitura musicale filmica. Semmai esordirò nel lungometraggio di una cosa ti posso assicurare: non sarà senza musica. La musica è la dimensione a noi silente della vita reale, ma è costantemente presente, in molte “scene” del nostro quotidiano. Solo che non la udiamo. Un’idea che ti perseguita, che sopravvive e domina la mente per più di tre giorni. Mi lascia ancora con un’immagine Michele Pastrello, pronta a mutare in mille altre forme, a prendere possesso di altre vite. Magari condensandosi in musica, in una partitura con un fraseggio insolito, come una matrioska dal parto imprevedibile.

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