aprile 24, 2014 | by Emilia Filocamo
Il ring e poi Superman: Jack O’Halloran si racconta

Non posso nascondere una certa soggezione, mista ad un lieve timore, nel momento in cui devo chiedere a Jack O’Halloran, “l’irlandese” come era meglio conosciuto nel mondo della boxe, di raccontarsi. Jack O’Halloran è un mito in diversi settori, è una montagna di vittorie sul ring, uno scrittore di talento, è uno dei “cattivi” del film Superman. Di Superman, di quel Superman, ho ricordi brevi e lontani, così come dell’attore che lo consacrò alla storia, Christopher Reeve. Jack O’Halloran era parte di quell’incantesimo che fra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 ha fatto proseliti ovunque. Il timore, dunque, nasce dal parlare di un uomo camaleontico per interessi e per talento, dal tentare di raccontare in poche righe la storia intensissima di una carriera che non ha conosciuto soste, ma solo successi e variazioni sul tema. Jack O’Halloran nasce come boxeur dei pesi massimi e dal 1966 al 1974, anno del suo ritiro, rimase imbattuto per i primi 16 incontri, sfiorando anche la possibilità di un match con Mohammed Ali. Dopo il ritiro, nel 1974 appunto, O’Halloran si dedica alla carriera di attore ma, come era già avvenuto per il mondo dello sport, lo fa ai massimi: il suo primo ruolo fu quello dell’ex carcerato Moose Malloy in Marlowe, il poliziotto privato con Robert Mitchum nei panni del celebre detective Philip Marlowe che lo rese famoso. Poi, O’Halloran, fu consegnato alla storia con il ruolo che lo consacrò come star mondiale, il perfido e pericoloso NON, il membro muto del trio di malvagi Kriptoniani relegati nella Zona Fantasma da Jor El (interpretato da Marlon Brando) nel Superman del 1978 e poi inavvertitamente liberati dall’Uomo d’Acciaio, interpretato da Christopher Reeve nel Superman II, del 1980. Ma O’Halloran è stato anche Joe Perk nel celebre King Kong del 1976 e ha avuto una parte nel film simbolo La Retata. Tento di cominciare la mia modesta carrellata di domande e, come spesso avviene per i grandi personaggi, la disponibilità e la gentilezza sono componenti che ben collimano con il talento e con il successo, al di là di ogni possibile previsione.

Signor O’Halloran, la sua vita è costellata di successi e, soprattutto, di molteplici interessi e cambiamenti, da boxeur di fama ad attore e produttore, e adesso, a scrittore con il romanzo Family Legacy. Ma qual è il ruolo in cui si sente davvero a suo agio? Mi sento a mio agio sempre, in qualsiasi circostanza. Recitare mi da un piacere immenso e trovo eccezionale poter dimostrare la mia abilità nello scrivere. Diventare produttore è stato il passo successivo, un modo egregio per mantenere viva la mia creatività. 

C’è stato un anno fatidico nella sua vita, il 1974: si ritira dalla carriera sportiva ed entra nel mondo del cinema e non di certo da una porta laterale. Come è avvenuto questo passaggio? In verità sono sempre stato attratto dal mondo del cinema, inconsciamente sentivo di essere vicino a quella realtà, lo sentivo dentro e, paradossalmente, lo sport mi ha aiutato ad entrarvi, è stato un alleato. 

Lei ha lavorato in film che sono rimasti nell’immaginario collettivo, film con cui sono cresciute intere generazioni, da King Kong al Detective Marlowe con il grande Robert Mitchum, da La Retata  fino alla consacrazione con il ruolo del perfido NON nell’indimenticabile Superman con Marlon Brando e Christopher Reeve. Potrebbe dire ai lettori italiani cosa si prova ad essere parte integrante di successi mondiali? Reputo ogni esperienza come formativa per apprezzare il talento ed il lavoro altrui. King Kong, nel 1976, mi permise di conoscere ed apprezzare il lavoro magistrale di Dino De Laurentiis, Superman 1 e 2 sono stati il momento forse più bello della mia vita, ho avuto modo di lavorare con attori del calibro di Marlon Brando e Gene Hackman e soprattutto di apprezzare il talento di Richard Donner, che trovo un regista insuperabile. 

Lei crede che recitare sia soltanto questione di talento o è qualcosa che si può ottenere con la tecnica? Tutti noi nasciamo con un talento particolare e specifico, nel caso della recitazione alcuni di noi hanno questo talento più sviluppato, altri riescono ad ottenerlo e ad affinarlo attraverso lo studio. Ma, ad essere sincero, i grandi attori, quelli che restano modelli per anni ed anni, sono nati con un dono, non c’è nulla da fare. E quello non può essere insegnato da nessuna tecnica specifica.

La prima persona che ha creduto in lei come boxeur e la prima che le ha detto che lei poteva essere un grande attore. Nella boxe Sam Margolis e Floyd Richard White. Nel campo della recitazione, non ho dubbi, il primo a credere nel mio talento è stato Robert Mitchum.

Suppongo lei abbia incontrato tantissime persone nell’arco di una carriera così variegata e straordinaria, ma a chi si sente più legato e magari sente di dover dire grazie? Ancora una volta devo dividere i due campi: nella boxe Muhammad Ali, che è stato innanzitutto un mio grandissimo amico, poi nel cinema come dicevo prima Gene Hackman, Robert Mitchum, Marlon Brando e Omar Sharif.

Ci parli del suo ultimo lavoro, il romanzo Family Legacy, una storia complessa in cui crimine, mafia,  legalità e una delle vicende più importanti e drammatiche della storia americana, l’omicidio Kennedy, si intrecciano in maniera mirabile, come sostenuto anche dai critici. Come è nata l’idea e cosa l’ha ispirata? Sembra assurdo, ma avevo già deciso di scrivere questo romanzo 30 anni fa. Tutta la mia vita è dentro quelle pagine, credo di essere proprio nato per scrivere questo romanzo, i geni erano già  in embrione dentro di me. E seguiranno altri due libri.

Lei ha origini italiane, cosa pensa ed ammira dell’Italia, del nostro cinema o della nostra cultura? Dell’Italia amo tutto, non solo il cinema e sono orgoglioso delle mie origini siculo calabresi. Il mio essere testardo e costante nel raggiungere i miei obiettivi credo sia in parte dovuto anche al mio sangue!

Qual è il genere di storie che preferisce interpretare o scrivere? Fantascienza, thriller? Essere un attore significa innanzitutto saper adattarsi ai ruoli, per me qualsiasi ruolo è congeniale, non ho problemi. Per adesso mi concentro nel trasformare i miei libri in film o in serie tv, questo è quello che mi emoziona maggiormente. 

Ed i film che preferirebbe vedere nei prossimi anni? Qualsiasi storia che sia ben raccontata va bene e che abbia legami di sangue e di famiglia, che racconti storie di scontri generazionali, un po’ come il mio romanzo.

Anche il cinema, come molti altri settori, sta attraversando un momento economico difficile. Secondo lei come bisognerebbe sostenere il cinema? Non esistono rimedi o ricette: portare sul grande schermo belle storie, è tutta qui la soluzione. Tutto il resto sono soltanto palliativi.

Dall’alto della sua esperienza, cosa consiglierebbe a chi vuole intraprendere la strada del cinema? Credo che nessuno possa dare consigli. La vita di ognuno è fatta di esperienze troppo diverse e personali, non si può indicare un percorso comune o un iter da seguire. 

Jack O’Halloran invita a leggere la sua ultima fatica letteraria, Family Legacy. E, spiazzandomi, con estrema umiltà e semplicità, è lui a ringraziare me per il tempo che gli ho dedicato.

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Una scena di Superman (il Generale Zod, Ursa & Non, interpretato da O’Halloran, attaccano la Casa Bianca)

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