ottobre 24, 2014 | by Emilia Filocamo
«Il set di Anime Nere è diventato come una famiglia». A Ravello Magazine l’attore Fabrizio Ferracane

Trenta settembre scorso, ore diciannove e venti, multisala di Salerno, sala 3. Lo sguardo dell’attore Fabrizio Ferracane, quello di Luciano, uno dei tre fratelli protagonisti del film Anime Nere, fa il suo ingresso sul grande schermo. E’ di quegli sguardi che dietro tengono cicatrici e silenzi lunghissimi, rabbia e rassegnazione, brutti ricordi, magari iniettati di sangue, chiusi nell’edicola votiva di una foto appesa al muro di un angusto corridoio, scenario una casa buia di pastori. Aspromonte, Bianco, Africo, strade sterrate, case che fuori sembrano incompiute e dentro si atteggiano a regge, divani damascati su cui sprofondano poteri oscuri, ottone e pecore, agnelli sgozzati, droga e regolamenti di conti, i segnali stradali forati dai proiettili per visualizzare una mappatura di potere, la gioventù cresciuta nello stesso mondo in cui onore e rispetto sono tutori sin dalla tenera età. E su tutto gli scorci del mare che si appoggia sulle rive con un movimento strano, denso, quasi pastoso e dentro, ovunque, la bellezza selvaggia della Calabria, rossa, furiosa, la bellezza della terra che, per ragioni familiari, è anche un po’ mia con quei suoi odori, con i posti segreti e fatti appositamente per celare una voce come un corpo, con la sua arte spesso sopraffatta dai misfatti. Fabrizio Ferracane ed il suo personaggio entrano e dominano la mente, sono tutt’uno, Luciano è guardingo e solitario, parla poco e dice tutto con il corpo, con le poche frasi a cui accenna, con gli scontri franti con il figlio, silenzio contro silenzio, roccia contro roccia. Quando Fabrizio Ferracane, ha accettato di farsi intervistare per Ravello Magazine, sono stata felice di potergli esprimere la mia ammirazione per quel suo ruolo e per come lo ha reso, non sono un’addetta ai lavori ma c’è qualcosa che supera ogni definizione, ogni specializzazione o competenza, ed è l’emozione, quella sensazione che il respiro ti si smorzi in gola ad ogni scena. E Fabrizio Ferracane mi ha dato questo, tutti in quel cast mi hanno dato questo. Quando lo raggiungo al telefono, è immerso nella quietudine dell’ora che precede il pranzo e, con estrema gentilezza e disponibilità, si concede alle mie domande. In realtà ne avrei molte di più, ma capisco che per l’orario e per suoi impegni, sarò costretta a decimarne un po’ e a lasciarmi trasportare fin dove è possibile dalla sua voce.

Fabrizio, sei un uomo del Sud, siciliano: in che modo questa tua meridionalità ti ha aiutato o meno nella carriera ed in che modo ti ha influenzato? «Sicuramente ha determinato alcuni miei ruoli, diciamo che ho lavorato poco al Nord e ho passato per così dire il confine poche volte. Ma il Sud mi permea completamente, oltre ad essere siciliano, amo la mia terra, ho vissuto anche a Napoli e sicuramente la condizione del sud, il cielo azzurro ed il clima mite, nonostante sembrino stereotipi, si adattano bene al mio modo di essere. Ho studiato teatro a Palermo, poi sono passato a Roma dove sono rimasto ben poco perché ho sempre preferito seguire i laboratori teatrali degli attori maggiori, laboratori che spesso erano anche nella mia terra, ad esempio a Noto. Poi ovviamente la mia sicilianità mi ha portato a ruoli come quello nel Capo dei Capi ed in Squadra Antimafia ma ormai mi sto scrollando un po’ di dosso tutto questo, non a caso nel prossimo film di Calopresti, sarò un impiegato in giacca e cravatta e quindi avrò un ruolo diverso, da buono, cosa che succede spesso anche in teatro. Sai, essere un bravo attore significa sapersi corrompere, cercare dinamiche interne da restituire poi nel personaggio che si va ad interpretare. Per il resto cerco di fare più cose possibili perché credo che questo aiuti tanto a non fossilizzarsi, dunque passo dal teatro alla tv, al cinema, ai reading di poesia. Sono uno strumento a disposizione di me stesso quando interpreto, ma soprattutto a disposizione degli altri».

Come è arrivato il tuo ruolo nel film Anime Nere: ce lo racconti? «L’iter, lungo e laborioso, è cominciato tre anni fa quando ho conosciuto il regista, Francesco Munzi, con il primo casting, quello di Vedovati. Dopo un anno era ai casting Stefania De Santis che conoscevo e che mi fece fare il primo provino ma per la parte di Rocco, interpretato nel film da Peppino Mazzotta. Ero in attesa di ricevere notizie. Alla fine, dopo circa 6 mesi, ho ottenuto il provino proprio con il regista, con Munzi, ma quando lo feci mi accorsi che mentre recitavo, Munzi faceva di no con la testa. Pensai di rassegnarmi ed invece mi disse che mi vedeva come Luciano e non come Rocco e mi chiese di preparare una scena. Avevo 20 minuti. Dovevo improvvisare una scena in cui, morto mio fratello crivellato di colpi, dovevo piangere ma soprattutto avere uno sguardo isterico. Io ho improvvisato e la cosa bella è stata che lui non bloccava mai la scena, sono andato avanti per 4 minuti, che sembrano pochissimi ma che invece, in questi frangenti, durano tanto, un po’ come i 13 minuti di applausi a Venezia che Anime Nere ha ottenuto. Sono poi tornato in Sicilia e di tanto in tanto ricevevo qualche sms da Stefania De Santis che mi diceva di stare tranquillo. La bella notizia è arrivata il 3 settembre dell’anno scorso quando ho saputo che avrei interpretato Luciano. Sono stato in Calabria, anche per studiare il dialetto che, fortunatamente, è in quelle zone un calabrese meno aspirato e quindi per certi aspetti meno distante dal dialetto siciliano. Ho vissuto giorni pazzeschi, su fra le montagne dell’Aspromonte, in mezzo alle capre, in totale solitudine, passavo il tempo a leggere o a studiare. Sveglia prestissimo e a letto mai dopo le 23,00, una disciplina secondo me necessaria se vuoi calarti bene in un ruolo».

Il tuo personaggio, Luciano, è splendido a mio parere , ma anche molto complesso, soprattutto per il rapporto che ha con il figlio che sente di perdere poco alla volta. Cosa hai amato di questo ruolo e cosa invece non hai sopportato? «Sai, Luciano mi ricorda molto un mio zio, purtroppo scomparso, zio Sergio che, come lui, era un tipo chiuso, silenzioso che non esternava mai. Il suo unico modo di esternare era farlo attraverso degli sbuffi, quindi, quando sentivi che stava sbuffando capivi che c’era qualcosa che non andava. Non riesco a trovare in Luciano qualcosa che non mi piace, è un personaggio che ho amato tantissimo, mi piace quel suo modo di vedere le cose e di renderle con il suo sguardo leggibili a chi è all’esterno. Lui è fra due fuochi, quello dell’amore nei confronti del figlio, quello dell’onore, dice di non volere più avere a che fare con il fuoco ed una scena apice nel film, è quando litiga con il figlio di rientro da Milano, chiedendogli di aprire la porta, il momento drammatico in cui suo figlio lo accusa di essere incapace di far rispettare il nome della famiglia e di avere fortunatamente un fratello, Luigi, interpretato da Marco Leonardi, in grado di farlo. Ci sono stati momenti in cui mi sono emozionato tantissimo, ad esempio quando Luciano arriva davanti al corpo del figlio ucciso, in quel momento ho pensato ad un mio caro amico, scomparso da poco, un fratello più che un amico e ho provato una forte commozione. Quella scena mi ha permesso di ripensare ad una persona a cui ho voluto molto bene e anche di attraversarne ancora una volta il dolore».

Il film è stato girato nella Locride, fra Bianco, Locri, Africo Nuovo, zone tradizionalmente difficili. Come siete stati accolti dalla popolazione? «All’inizio, come avviene forse in tutti i centri dove c’è la cultura del “ diverso” che arriva, anche in Sicilia, perfino nel mio paese, venivamo guardati ovviamente con curiosità e con qualche bisbiglio. Poi appena mi hanno riconosciuto, hanno riconosciuto il mio ruolo ne Il Capo dei Capi o in Squadra Antimafia, sono cominciati gli inviti a cena e a pranzo, quel modo di accoglierti e di darti il benvenuto che è squisitamente tipico del Sud».

E con il resto del cast come è stato l’affiatamento? C’è stato qualcuno con cui hai stretto di più, con cui la sintonia è stata maggiore? «Il rapporto è stato stupendo con tutti, anche con la stessa Barbora Bobulova che è stata di una gentilezza e di una disponibilità uniche. Lei diceva sempre “ questo è il film vostro, nostro”. Abbiamo iniziato le riprese in montagna, per raggiungere Casalinuovo, la frazione dove si svolge la scena del pranzo a cui partecipa anche la famiglia Tallura, partivamo da Bova Superiore e occorrevano circa 40 minuti di strada sterrata e a strapiombo. Stare lassù, isolati, ci ha anche agevolati a stare di più insieme, di sera non c’era nulla da fare e appunto trascorrevamo diverse ore insieme. Poi con Peppino Mazzotta, che interpreta Rocco, la sintonia è stata perfetta, infatti abbiamo in progetto di lavorare insieme il prossimo anno. Munzi ha creato un’atmosfera splendida. E poi ho una convinzione, se sei una brava persona, dotata di umanità, puoi essere anche un bravo attore».

Hai scelto di recitare perché? Sei figlio d’arte? «Assolutamente no, i miei genitori sono fisioterapisti e ricordo ancora quando ho esternato a mio padre questo mio desiderio che spesso lui mi replicava che non conosceva nessuno nell’ambiente e che non avrebbe mai potuto aiutarmi. Lui voleva che facessi un mestiere sicuro, che mi permettesse di vivere e quando studiavo a Roma, per un certo periodo, ho anche fatto il cameriere. Se non fossi riuscito a diventare un attore, probabilmente oggi sarei un massofisioterapista, adoro fare massaggi».

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? «Certo, sarò protagonista del prossimo film di Mimmo Calopresti con Isabella Ferrari, Giorgio Panariello, intitolato Uno per tutti, in realtà siamo 4 protagonisti e poi il 28 novembre debutto a Cosenza alla Scena Verticale con la mia compagnia teatrale, la Marino Ferracane e portiamo in scena l’Orapronobis. Stiamo anche ipotizzando di fare un documentario proprio sul testo dell’Orapronobis e poi Peppino Mazzotta ha riscritto le anime morte di Gogol e forse lavoreremo il prossimo anno insieme su questo».

L’incontro che ti ha segnato? «Quello con Munzi sicuramente e poi con il mio primo maestro Michele Perriera che mi ha trasmesso l’amore per l’arte tout court. E poi con un regista Dario Manfredini, con cui spero di lavorare presto. Certo Munzi è quello che mi ha davvero dato la possibilità di esprimermi con un ruolo complesso e completo che ha occupato interamente il film».

Chi vorresti ringraziare? «Ringrazio la mia tenacia e la mia ostinazione, ma ringrazio soprattutto i miei genitori che mi hanno aiutato nei momenti peggiori, quelli in cui mi sfogavo con loro e riversavo su di loro tutte le mie angosce come su un parafulmine. Quindi loro soprattutto».

Fabrizio, hai mai dei rimpianti, non so per qualcosa che avresti dovuto fare e a cui magari hai rinunciato? «Fortunatamente non ho dei rimpianti, tendo a fare sempre ciò che voglio, che desidero e tutte le mie scelte sono state frutto della mia volontà. L’intervista si chiude qui, Fabrizio Ferracane prima di salutarmi mi consiglia di utilizzare come foto da allegare all’intervista quella meravigliosa in cui è ritratto con un cane, creature che deve amare molto e poi, ovviamente, quelle dal set di Anime Nere in cui i suoi occhi, divenuti quelli di Luciano, gridano con disperata poesia e grande talento tutta l’ingiustizia di una terra maledetta e bellissima».

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