novembre 7, 2014 | by Emilia Filocamo
“Il sogno da solo non basta, bisogna essere consapevoli del proprio talento” Gabriele Pignotta a Ravello Magazine

Durante un’intervista, durante lo svolgersi di un’intervista, possono intervenire molteplici fattori, concomitanze, coincidenze e casualità. In quella con il regista, autore ed attore Gabriele Pignotta, gli “accadimenti” che hanno fatto da corollario al nostro contatto telefonico, sono stati diversi: un campanello che squillava all’improvviso, cose necessarie da sbrigare ed un filo del telefono troppo corto. Nonostante questo andirivieni di eventi e casualità, Gabriele Pignotta si è consegnato alle mie domande con grande spontaneità e gentilezza e ciò che mi ha impressionata, ovviamente in positivo, è stata la conferma, di cui avevo già sentore, che il vero talento non sta fermo a riposare;  il vero talento scalpita, si propone, combatte, e combatte con le proprie forze e le proprie armi. Il talento, corroborato dalla passione, dall’emozione sempreverde per ciò che si è e si fa, vince ostacoli, salta i tafferugli dell’insicurezza e del non riuscire, abbatte le paure e le difficoltà. Gabriele Pignotta è tutto questo, un ragazzo, un talento consapevole ed autentico che, dopo il successo delle commedie scritte e portate in scena, commedie in cui l’ironia è la lama affilata che seziona chirurgicamente la realtà, commedie che vanno da Una notte bianca, a “Scusami sono in riunione ti posso richiamare” e “Ti sposo ma non troppo“, è approdato al cinema. La scorsa stagione, infatti, ha portato al cinema la sua commedia “Ti sposo, ma non troppo” di cui è stata protagonista Vanessa Incontrada, prodotta dalla Lotus in collaborazione con Raicinema. Dopo essersi fatto notare con il cortometraggio “Il primo giorno di primavera”, nel 2013 ottiene il battesimo cinematografico, scrivendo il soggetto e la sceneggiatura dell’ultimo film di Carlo Verdone, ed ha firmato soggetto e sceneggiatura del prossimo film Filmauro di Natale “Un Natale Stupefacente”. Ed è impegnato in cause importanti, come lui stesso spiegherà nel corso dell’intervista. Quando lo raggiungo al telefono, è mercoledì, il giorno successivo al debutto della sua nuova commedia “Se tutto va male, divento famoso!”, commedia “anti-crisi” in scena dal 28 ottobre al 9 novembre al Teatro Ghione di Roma. E partiamo proprio da questo.

Gabriele, ci racconti come nasce il tuo ultimo spettacolo, che ha debuttato proprio lo scorso ottobre? Nasce su un argomento, quello della crisi, più che attuale e che sta a cuore a tutti. Poiché tutte le mie opere sono in genere letture in tempo reale della contemporaneità, questo spettacolo, già dal titolo, fa intuire che la crisi, diciamo questa molla scatenante, genera, proprio per istinto di sopravvivenza, una serie di reazioni che io mi sono divertito ad analizzare in tutte le possibili declinazioni. Ecco perché mi sono concentrato a valutare e sezionare il fenomeno del proliferare dei talent show e della partecipazione in massa di persone comuni, alla disperata ricerca di un tentativo per colmare il vuoto e lo spettro della precarietà e dell’incertezza lavorativa. E ho analizzato anche questo fenomeno: un tempo, prima della crisi, per fare questo mestiere si rischiava perché si abbandonava la certezza di un posto sicuro, ora no, ci si butta come verso un’ultima, salvifica spiaggia. Ed infatti il mio personaggio ad un certo punto dice una frase emblematica “Non è colpa mia se viviamo in un Paese in cui i talent show aumentano e le aziende chiudono”. La morale è che in Italia è quasi più semplice diventare un personaggio noto o fare un talent che trovare lavoro. Lo spettacolo nasce 4 anni fa e poi si è amplificato, io l’ho scritto e diretto oltre che interpretato: è la storia di 4 persone comuni, ciascuna con una propria storia e colpite dalla disperazione del licenziamento che accarezzano questa chimera impossibile del successo per poi tornare con i piedi per terra. Il tutto è ovviamente attraversato da un’amara, introspettiva ironia.

Tu nasci con il cabaret, o sbaglio? Come e perché hai scelto di fare questo mestiere? No, non sono nato con il cabaret, anzi, devo essere sincero, la comicità fine a se stessa mi sta stretta, così come il cabaret. Di sicuro ho sempre usato l’arma della comicità, affinata poi in ironia, soprattutto agli inizi, puntando ovviamente alla tv che è un megafono immediato, bastava scrivere un pezzo magari di soli 3 minuti e andare in tv a fare degli sketch. Poi però ho puntato più in alto, perché il cinema è sempre stato il mio obiettivo ed il teatro è stato il ponte che mi ha permesso di centrare e scoprire la mia vera identità artistica, che è quella di raccontare storie attraverso la commedia, storie che fanno ridere, emozionare, riflettere. Dai primi successi delle commedie sono arrivato al mio primo film e a scrivere la sceneggiatura di Sotto una buona stella, il film di Carlo Verdone. Ma   tengo a precisare che nulla è arrivato per caso o senza difficoltà: tutto quello che ho vissuto si è esteso su un arco temporale di 15, anzi di quasi 18 anni. 

C’è stato nell’arco della tua carriera un incontro professionale che ti ha folgorato? Incontri folgoranti proprio no, anche perché, senza presunzione, mi sono creato tutto, giorno dopo giorno,  grazie al mio grande spirito di iniziativa e alla mia tenacia. Di sicuro gli incontri fondamentali sono stati quello con Marco Belardi, produttore del mio film “Ti sposo ma non troppo”, poi quello con Rai Cinema con cui è nato un bel dialogo per la campagna contro la violenza sulle donne. E poi, ovviamente, su tutti, l’incontro con Carlo Verdone, perché ho lavorato con il mio mito, quello è stato un incontro pazzesco.

A proposito della campagna contro la violenza sulle donne, come è nato questo progetto? Ho scritto e diretto “Racconta un’altra storia”, una campagna sociale nazionale, prodotta da Rai Cinema e Onemorepicture, in collaborazione con l’associazione Doppia Difesa e partita il 22 Ottobre. Si tratta di tre mini storie ed un cortometraggio interpretati da Giannini, da Ksenija Rapparport, da Claudia Gerini, dalla Mastronardi, da Troiano e Pasotti in cui Rai Cinema mi ha lanciato una sfida e cioè quella di utilizzare le armi dell’ironia e della commedia romantica per parlare di violenza sulle donne. Sono episodi che sembrano portare, sfociare in violenze, nella violenza di un uomo su una donna, ma in realtà poi ad un certo punto prendono una svolta e diventano invece sorprese fatte dall’uomo alla donna, in una sorta di happy ending. Inoltre, la scorsa estate ho girato un documentario sui bambini orfani del centro America che verrà presentato a Milano il prossimo 23 novembre. 

Un giorno che non riesci proprio a dimenticare, professionalmente parlando? Essere presente alla prima del mio film è stato realizzare il mio sogno di bambino, ed il primo giorno di set in cui dirigevo un film scritto da me, così come l’incontro con Carlo Verdone, sono stati momenti indimenticabili. È rendersi conto che quello che hai sognato per tanto tempo, puoi finalmente toccarlo con mano e vederlo concretizzato. Ma, pur ritenendomi molto fortunato, resto con i piedi per terra, perché le cose belle così come arrivano, possono esserti tolte in un istante e finire. Quindi tengo sempre a mente questo.

Cosa consiglieresti a chi sceglie di fare il tuo stesso percorso artistico? Cose da fare, errori da evitare? Solo il sogno non serve a nulla, bisogna avere la consapevolezza e la capacità di fare cose vendibili, perché voler fare l’artista solo per il successo, per la visibilità, per fare il figo, non ha senso. Se ci si riconosce un’identità artistica, si deve indirizzare questo potenziale, canalizzarlo, altrimenti è meglio lasciar perdere e cercarsi un lavoro sicuro.

I tuoi prossimi progetti? Partita la stagione teatrale con tutta una serie di titoli, cominciamo le prove con la Incontrada per “Mi piaci perché sei così”, dopo Natale debuttiamo, esattamente l’11 Gennaio, a Civitavecchia. Poi sarò impegnato con un’altra sfida, una commedia francese che mi terrà appunto in lavorazione fino a Maggio e sto scrivendo il mio secondo film.

Gabriele Pignotta ha mai  dei rimpianti? Qualche volta ci penso e magari riconosco di averne, ma poi dico a me stesso: a che serve? Se sono qui è perché ho fatto quella scelta o quell’errore, è un attimo, un pensiero che mi balena in mente, poi passa e si va avanti. In fondo se sono arrivato fino a qui, qualcosa vorrà dire.

A chi vuoi dire grazie oggi? Lo dico a me stesso, ma senza presunzione: solo con orgoglio e con lucida oggettività.

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