agosto 30, 2014 | by Emilia Filocamo
«Il sud è capacità di ascolto». Sebastiano Somma a Ravello Magazine

Agosto è un mese difficile: è il mese in cui la libertà la fa da padrone, il mese in cui bisogna staccare, andare in pausa, fermarsi e contraddire il “tran-tran” di tutti gli altri mesi. Il mio stupore nel raccontare questa intervista al noto attore Sebastiano Somma nasce proprio da questo: la sua totale disponibilità a lasciarsi bersagliare dalle mie domande proprio ad agosto, e oltretutto di lasciarsi intervistare mentre è con la famiglia. Durante la nostra chiacchierata su cinema e sud, avverto infatti un paio di volte la presenza di una bambina.

Se le dico Sud a cosa pensa? «Sono un uomo del Sud, essendo nato a Castellammare di Stabia e mi sento un cittadino del Sud. Il sud è una metafora del mondo, nonostante spesso diventi coacervo e facile bersaglio di tutti i mali, spesso procurati da altri. E’ una terra con mille sfaccettature e per questo culla di grandi artisti. Anzi sono convinto che sia una fucina di talenti per la grande capacità di ascolto che il sud possiede, qualcosa che, inevitabilmente, ci plasma. Io stesso porto anche a Roma il mio essere un uomo del sud e avendo avuto la possibilità di viaggiare, mi rendo conto delle affinità fra i sud del mondo, tutti istintivi, predisposti all’ascolto e sicuramente meno algidi di altre zone».

Ci può raccontare i suoi esordi e come ha capito che il cinema sarebbe stato il suo destino? «Io dico sempre che il mio ingresso nel mondo del cinema è stato assolutamente naturale, un’evoluzione naturale. La consapevolezza vera e propria è arrivata solo in seguito. Da ragazzo ero nel calderone del teatro filodrammatico di Napoli, fino a 22 anni ho vissuto a Fuorigrotta e con gli amici facevo teatro. Anche il mio passaggio a Roma è stato del tutto naturale e, poco alla volta, mi sono reso conto che essere un attore faceva parte di me, che non potevo che esprimermi con la recitazione. Ma questa consapevolezza è arrivata piuttosto tardi, intorno ai 39 anni. Poi con il tempo mi sono reso conto che, in questo mestiere, splendido e complicatissimo, bisogna far combaciare le due parti, quella artistica e quella più spiccatamente manageriale. Ma questo è un discorso un po’ lungo ed articolato, anche perché io ho scelto un mio percorso, soprattutto teatrale e un po’ fuori dalle mischie».

Lei è stato protagonista di fiction di successo, da Un Caso di Coscienza a Sospetti, solo per citarne alcune. Come spiega questo grande successo della fiction nei palinsesti televisivi? «In verità, ultimamente, anche la fiction sta registrando una battuta di arresto e, come un po’ tutto, sta soffrendo per i tagli. Sicuramente la fiction ha preso il posto di quelli che una volta erano gli sceneggiati, poi a seguire c’è stata l’invasione dei prodotti americani. La fiction è un prodotto comodo, da poter guardare a casa, e ciò che noto è che mentre la tv, nonostante i problemi, riesce ad essere conforme all’utenza e ai gusti del pubblico, il cinema, invece, accontenta solo determinate fasce. Un caso di coscienza, ad esempio, è stata una fiction che ha ottenuto grandi consensi e non a caso è stata anche venduta all’estero. Nel cinema riscontro invece il problema ad internazionalizzarsi, ad emergere con storie che possano andare oltre».

Quali sono secondo lei il principale pregio ed il principale difetto del cinema italiano? «Il pregio, lampante e sotto gli occhi di tutti, è che abbiamo autori straordinari, registi di grande talento, bravissimi e non parlo solo di quelli del passato ma penso a Genovese, a Miniero, a D’Alatri, che fra l’altro mi piacerebbe vedere lavorare di più, a Costanzo o a Martone. Ma come ho detto prima, il nostro cinema risente di una difficoltà notevole ad internazionalizzarsi e tende invece a cristallizzarsi secondo delle mode, dei cliché. In questo, molto spesso, la fiction riesce ad insinuarsi e a sopperire. Le faccio l’esempio del film di Antonio Baiocco, in cui ero protagonista, il Mercante di Stoffe, di cui sono stato anche produttore. E’ un film che ha una storia interessante, con un respiro internazionale e purtroppo molto spesso questo genere di film trova difficoltà perché gli stessi distributori o produttori preferiscono non tentare nuove strade ed investire in qualcosa di sicuro. Antonio Baiocco, ad esempio, è un regista non solo di grande capacità ma anche di grande coraggio e che esula dalla mischia e non lo dico perché ho recitato nel suo film, ma perché ha questo afflato a non omologarsi. La tv, e sembra quasi un controsenso, invece, riesce a raccontare storie diverse. Penso ad esempio al mio lavoro sul commissario Giovanni Palatucci, che pure ebbe notevole consenso di pubblico».

C’ è stato un incontro che le ha cambiato la vita? «Ma la vita me l’ha cambiata la vita stessa, non di certo un incontro, non si dipende dagli incontri. Sicuramente ci sono le persone che si ricordano di te e che magari ti sostengono ed in questo senso quelli sono incontri importanti, ma poi la vita è qualcosa che plasmiamo noi stessi. Tuttavia l’incontro con il regista Luigi Perelli, regista de La Piovra e che ha lavorato con me in Sospetti ed Un caso di coscienza, è stato fondamentale: è stato lui a farmi il provino ed a credere in me. Poi, per il resto, la vita è fatta di studio e di ostinazione e dalla mia parte ho la fortuna di avere una grande forza di volontà, tanta energia e voglia di fare questo mestiere, oltre ad una buona dose di umiltà».

I suoi prossimi progetti? «Al momento sono impegnato con 2 recital, uno tratto da Il Gattopardo in cui lavoro con un gruppo molto affiatato di attori e musicisti. L’altro è tratto da Il mio Nome è Nessuno di Valerio Massimo Manfredi con Isabelle Adriani e saremo a Palinuro il 1 Settembre. Poi in inverno riprenderò il teatro, dopo 4 stagioni tutte su Sciascia, sono stato diretto a fine stagione da Proietti in Remember me con Sandra Collodel ed in una veste nuova, comica, poi dal 1 Ottobre partirà al Golden di Roma la commedia in cui recito con Benedicta Boccoli. Per quanto riguarda il cinema sono presente nell’opera prima di Luciano Luminelli, Una dieci mila lire, una storia particolare, quasi una on the road ambientata fra Roma e la Lucania, una storia di emigrazione di 2 ragazzini ed  in cui interpreto il proprietario di un bar della Garbatella  che influenzerà molto le scelte di uno dei 2 ragazzi. Reciterò in dialetto romano e in verità ho già recitato diversi ruoli in dialetto siciliano, credo sia venuto il momento di interpretare qualche ruolo in dialetto napoletano».

A chi vuole dire grazie oggi? «Oggi dico grazie a mia moglie, a mia figlia di nove anni e a mia madre, sono loro che mi danno la forza e l’energia tutti i giorni. Poi per il resto ho tanti amici ma è la famiglia che mi sostiene. E Dio. E non lo dico come una frase fatta ma con sincerità».

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