dicembre 8, 2014 | by Emilia Filocamo
“Il teatro? Cibarsi della vita” Franco Picchini da “C’era una volta in America” al prossimo spettacolo

Il fascino è qualcosa di complesso, con sfaccettature imprevedibili, è un rebus la cui chiave è difficile da afferrare. Il fascino è una variante carismatica della bellezza, perché arriva oltre, permea, coinvolge ed avvolge, ha qualcosa di inspiegabile, più spesso di intangibile: il fascino è una voce, una parola detta nel modo giusto, un modo di raccontare e raccontarsi che non ha paragoni, che sfugge alle regole comuni e colpisce proprio per quel possedere qualcosa in più, di diverso, di originale, di unico. Il fascino è esperienza, quella accumulata, inglobata in anni di attività, in occasioni non solo prestigiose ma soprattutto “storiche”, il fascino è un modo di vestire le parole che non appartiene ai più. Tutto questo per introdurre l’intervista all’attore Franco Picchini, attore e doppiatore, nata grazie alle parole, come sempre, e alla voglia di offrire, nel suo caso, appunto, esperienze, gli episodi salienti di una carriera importante e fatta di tanti incontri emblematici, e, per quanto riguarda me, alla volontà di mettere a disposizione le mie domande quasi come un coltello capace di “sbucciare” la vita di questo artista fatta di palcoscenico, registi di grande spicco, di musica e di passione. La splendida voce di Franco Picchini, diventa veicolo prezioso per tutto ciò, una carrozza che conduce, inevitabilmente e come una calamita, nella sua direzione.

Chi è Franco Picchini in poche righe e come nasce la tua passione per il teatro e per la recitazione? Figlio d’arte o hai esordito tu in questo campo? Sono nato in Toscana ma dopo pochi anni ho seguito i miei genitori in vari spostamenti prima nel Lazio e poi in Umbria dove sono cresciuto e qui, studiando a Terni ma come convittore presso i Salesiani per motivi di logistica (non c’erano scuole superiori dove abitavo). Loro ci permettevano di fare sport, ascoltare musica, vedere film nella loro sala parrocchiale e fare teatro, basta che la mattina si andava a messa. Qui ho iniziato ad appassionarmi alla recitazione, che poi si è tramutata in una delle mie fonti di vita.

Ci dai una tua definizione di teatro? Cibarsi della vita.

Hai avuto anche esperienze di cinema e come doppiatore, ma in quale ambiente ti senti più a tuo agio? Ho spaziato un po’ ovunque, compresa la musica e da ogni esperienza ho tratto insegnamenti che hanno accresciuto il mio bagaglio, però credo che le emozioni date dal calcare un palcoscenico, respirare la polvere delle sue tavole, il contatto con gli spettatori, siano impagabili.

C’è stato un incontro che, professionalmente, ti ha segnato positivamente? Diversi incontri devo dire. Nel cinema l’aver conosciuto registi meravigliosi come, Stanley Kubrik, Federico Fellini, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Pier Paolo Pasolini. Con questi ultimi tre ho lavorato con grande piacere, ma chi mi ha trasmesso emozioni in ogni senso è stato Sergio Leone con cui ho lavorato in “C’era Una Volta In America”, un uomo sornione, burbero, ferreo, ma meravigliosamente geniale, profondo, con un cuore e una dolcezza immensi.

Il lavoro che ti rappresenta meglio o al quale sei più legato? Sono tutti nel mio cuore, ma il prossimo è sempre il più bello, è come assistere al parto di un tuo figlio e sei colmo di amore per lui.

Si fa abbastanza per il teatro in Italia? E come valuti il rapporto fra i giovani ed il teatro? Non è mai abbastanza. Tanti addetti ai lavori spesso straparlano di teatro, ma alla fine c’è poco di concreto. In Italia è difficile fare teatro, le istituzioni latitano, non lo considerano, ne hanno timore e poi parlano dell’Italia come culla della cultura. In altri paesi è materia di studio a partire dalle scuole di ogni ordine e grado, è formativo. Molti giovani si avvicinano al teatro con entusiasmo, passione ma se non vengono supportati da un minimo di aiuto è logico che cerchino vie alternative e più incentivanti come accade in altri paesi.

Un ruolo che ti piacerebbe affrontare e che ancora non hai fatto? Un monologo, senza scene, io e una sedia.

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? Oltre ad alcune sessioni di doppiaggio che avrò prossimamente, attualmente con la compagnia teatrale in cui lavoro, che si chiama GADNA’, stiamo allestendo un lavoro tratto da due racconti di nostre amiche scrittrici che ha come titolo “Appunti per un quadro”. È la storia di un amore che va oltre la morte, molto avvolgente e emozionante, almeno per noi che ci lavoriamo. In scena saremo io e la collega Miriam Nori, per la regia di Flavio Cipriani, con cui lavoro da più di 10 anni. Contiamo di andare in scena tra febbraio e marzo. Oltre non posso dire, top-secret.

Il complimento più bello che ti è stato fatto, sul lavoro ovviamente? Ne ho avuti diversi, ma il più bello è quello che ti danno gli spettatori quando escono dal teatro parlando di ciò a cui hanno assistito, sia positivamente che negativamente. Questo dimostra che hanno delle risposte da darsi su quello che gli abbiamo proposto. Questo è un vero complimento per un attore o un regista, sapere che hai smosso qualcosa dentro le persone.

Se non fossi diventato un attore, saresti stato? Non ci ho mai pensato, forse un musicista.

Hai mai dei rimpianti? Può capitare, ma di solito fanno male. Meglio speranze.

Cosa auguri al teatro italiano? Che riesca a uscire risanato e più vivo con la volontà e caparbietà di tutti gli addetti ai lavori, ricordiamoci sempre che il Teatro è cultura, è speranza, è gioia, è emozione, è vita. Dove non c’è Teatro c’è il buio.

Sei mai stato al Ravello Festival e ti piacerebbe essere presente ad una delle kermesse che si svolgono sul palco di Villa Rufolo? Non ho mai avuto il piacere e l’onore di partecipare al Festival. Sicuramente proporrei sempre l’ultimo lavoro della nostra compagnia.

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