agosto 10, 2014 | by Emilia Filocamo
«Il teatro è come l’astronomia: cerca l’ignoto». A tu per tu con il regista e attore Daniele Salvo

«Non sono la persona sicuramente più adatta e più preparata per ripercorrere nel dettaglio la straordinaria carriera teatrale del giovane e talentuoso attore e regista Daniele Salvo, carriera che si compone di nomi altisonanti e di grande, impetuosa passione. L’intervista è infatti una bella chiacchierata sulla bellezza del teatro tout court, sugli esordi e sui progetti di un artista poliedrico che dalla danza è passato al teatro senza mai dimenticare gli inizi e la “folgorazione” che ha cambiato d’istinto la sua vita. Ciò che mi colpisce di Daniele Salvo, nel corso dell’intervista, è la pacatezza con cui mi parla ed il timbro della sua voce, il tono delicato e garbato, tipico da teatro mi viene da pensare, ma poi credo di essere scontata e mi lascio solo cullare dalle sue parole che ripercorrono un’attività intensa e pluripremiata che conta fra le sue direzioni anche quella a Giorgio Albertazzi nel 2009 nell’Edipo a Colono e quella a Maurizio Donadoni nel 2012 nell’Aiace di Sofocle, solo per citarne un paio. Se si parla dunque di teatro, bisogna necessariamente partire dal teatro».

Daniele, mi daresti una tua definizione di teatro? «Non è una domanda semplice, perché richiede una risposta ampia e dettagliata, ma volendo riassumere, posso dirti che per me è soprattutto un’occasione unica di arricchimento spirituale. Uno spettacolo è un viaggio umano che si fa con gli artisti e che coinvolge tutti, ma è anche qualcosa che educa e forma la mente dei cittadini, se proprio vogliamo tornare alla originaria, antica, classica finalità del teatro. Purtroppo in Italia questo aspetto non è valutato nel modo opportuno. In una società come la nostra, in forte crisi di spiritualità, il teatro è un’occasione da proteggere assolutamente e per le sue molteplici sfaccettature è una specie di affascinante rompicapo, ecco un cubo di Rubik».

Quando hai capito esattamente che il teatro sarebbe stato nel tuo destino? Ci racconti i tuoi esordi? «La definirei davvero una sorta di folgorazione. A 15 anni ascoltai casualmente una Lectura Dantis di Carmelo Bene e mi affascinò a tal punto da riascoltarla per un anno intero. Alla fine mi convinsi che avrei fatto quello, che fare teatro era la mia strada. Ero totalmente ammaliato da artisti come Kantor e mi piaceva immaginare la scrittura e la drammaturgia che prendevano forma e vita. In realtà ho cominciato danzando, dunque dal movimento che comunque ha una parte fondamentale nel teatro».

La prima persona che ha creduto nel tuo talento, spronandoti? «Devo sicuramente molto al mio insegnante al liceo, un insegnante greco, cipriota esattamente: Andreas. E’ stato lui che per primo mi ha fatto capire il senso intimo del teatro, il teatro visto non solo come un giullare, ma come un prezioso testimone, il teatro non è solo un divertissement ma è un lavoro fatto di tanti sacrifici e di dedizione, è una creatura capace di plasmare completamente la vita di chi gli si dedica con tutti gli annessi e connessi, sia positivi che negativi».

Ci racconti la tua prima volta in scena? «Certo! Un’edizione del Piccolo Principe di Saint Exupery, io ero il principe e poi Misura per Misura di Shakespeare sotto la regia di Ronconi allo Stabile di Torino, nei primi anni novanta».

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «Sicuramente quello con il mio primo maestro Andreas, a 18 anni, e poi quello con Ronconi che è diventato il mio maestro. Sono stati questi gli incontri che hanno determinato in me la visione del teatro inteso nella sua totalità, anche come gioco di luci. Nessuno ha decodificato i testi teatrali come Ronconi, i registi di oggi spesso non sono in grado di leggere i testi e di metterli a fuoco nella maniera corretta».

Il giorno in cui ti sei detto: ce l’ho fatta! «Se devo essere sincero, non l’ho ancora detto. Purtroppo in questo mestiere, specie qui in Italia, sembra che si ricominci sempre dall’inizio, un po’ come quando si gioca al Monopoli e si resta farmi un giro. Ciò che spesso può scoraggiare è la mancanza di professionalità, le carriere sono spesso inventate e fanno strada persone senza alcuna seria preparazione teatrale. Non si dà il giusto rispetto a questo mestiere ed io stesso mi sento ancora come un ragazzo che tenta di fare il proprio mestiere onestamente».

Qual è secondo te oggi il rapporto fra i giovani ed il teatro? «Purtroppo il rapporto come ti anticipavo prima è estremamente difficile. Ci sono tanti giovani di talento a cui non vengono offerte chances o che peggio, vengono totalmente ignorati. Io stesso visiono tantissimi curricula ogni giorno e le possibilità purtroppo che spesso vengono offerte a questi talenti sono solo occasionali. Tutto ciò crea un clima di totale smarrimento nei giovani. E poi c’è un altro dato importante: io ho 43 anni e ho avuto la fortuna di conoscere dei maestri come Ronconi o Strehler. Questi giovani non hanno avuto la stessa sorte, non hanno avuto modo di conoscere nessuno. E poi in Italia si fa ben poco, se paragoniamo il nostro teatro a quello Francese, c’è da sottolineare che in Francia si rappresentano anche 20 testi all’anno, in Italia non si arriva mai a questi numeri.  Nei giovani ci sono talento, curiosità, interesse, ma la società non aiuta».

Hai lavorato anche in tv: puoi spiegare ai nostri lettori e ai non addetti ai lavori la differenza principale fra queste due realtà? «Sono appunto due mondi diversi che potrebbero sembrare parenti, ma che non lo sono assolutamente. Le leggi che li regolano sono diverse, il mondo della tv è molto più veloce ma dire che è superficiale rispetto al teatro, come spesso si fa, non è giusto. Tutto è diverso, a cominciare dalla recitazione. Il problema vero è che fra queste due realtà non c’è osmosi, non c’è permeabilità come ad esempio in Inghilterra dove un attore di teatro passa agevolmente dai ruoli appunto teatrali a quelli televisivi e viceversa. In Italia, invece, c’è una sorta di chiusura fra i generi».

Se non avessi fatto teatro, oggi saresti? «Sicuramente un astronomo! Ho sempre avuto una grande passione per la matematica e per la chimica. E, riflettendoci, il teatro è molto simile all’astronomia, entrambi esplorano e tentano di sondare e decodificare l’ignoto. Io guardo il teatro così come guardo le stelle».

Quali sono i tuoi modelli? A chi ti ispiri sia nel cinema che nel teatro? «Nel cinema Tarkovsky, Bergman, Ridley Scott, che adoro. Per quanto riguarda il teatro sicuramente Carmelo Bene, Kantor e tanti altri».

Fra tutti i lavori che hai realizzato, ce n’è uno che preferisci? «Sicuramente ci sono dei lavori che mi hanno dato più emozioni, anche se li amo tutti indistintamente. Uno di questo è i Sognatori realizzato, alla fine degli anni ’90, nel 1999 esattamente. E’ una straordinaria rilettura dei poeti russi suicidi o deportati dal regime di Stalin. E’ stato uno spettacolo straordinario non solo per la poesia che lo componeva, ma perché è stato anche un modo di intendere la poesia, intesa in questo caso come scrittura compromettente, rischiosa. La poesia vista dunque come uno strumento di condanna e di rischio e che dunque esalta il coraggio degli autori».

I tuoi prossimi progetti? «Fare un lavoro su Pasolini, in realtà è un mio spettacolo che è stato ripreso ultimamente. Si intitola “Siamo tutti in pericolo” ed è l’ultima intervista fatta a Pier Paolo Pasolini da Furio Colombo, un modo per celebrarlo a 40 anni dalla sua morte. Ma è tutto ancora piuttosto in bilico, come sempre in Italia. Poi di sogni e progetti ce ne sono tanti: io dico sempre che ho i cassetti zeppi di sogni!».

Il giorno più bello sul palcoscenico? «Ma più che quello più bello, ricordo con piacere un giorno divertente. Ero al teatro Argentina di Roma e, all’improvviso, ho dovuto sostituire uno degli attori nel Pasticciaccio di Ronconi, l’attore non si era presentato ed io da regista assistente mi sono trovato sul palcoscenico dove fra l’altro, recitava anche il grande Corrado Pani. Io facevo il mio ingresso in una scena in cui entravo bussando il campanello e non potrò mai dimenticare la faccia degli altri attori quando si sono trovati davanti non l’attore che aveva provato con loro, ma un estraneo. E’ stato divertentissimo, un’esperienza pericolosa e divertente».

Il tuo primo pensiero quando cala il sipario? «Sembra forse strano, ma io sono una persona che difficilmente pensa a se stesso. Preferisco pensare agli altri, alle persone che hanno condiviso con me il “viaggio” dello spettacolo portato in scena. Quindi, solitamente, il mio primo pensiero, è rivolto al pubblico, al tentativo di capire, soprattutto dall’applauso agli attori, il grado di coinvolgimento e di piacere degli spettatori. Penso ai sacrifici, alla fatica di tutto l’ensemble che ha lavorato per mettere su lo spettacolo e tutto ciò, sentendo il riscontro della platea, mi riempie il cuore di gioia. Poi penso a me. Ma solo alla fine».

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