novembre 22, 2014 | by Emilia Filocamo
“Il teatro è l’abc, l’alfabeto artistico di un attore” parola di Lorenzo Acquaviva

Lorenzo Acquaviva, l’attore Lorenzo Acquaviva, attore di teatro, innanzitutto, e va sottolineata questa priorità, ma anche di cinema e di tv, è un’armonizzazione di opposti, sarà lui stesso a confermarmelo nel corso dell’intervista. Lo si potrebbe paragonare ad una tavolozza di colori sgargianti negli angoli della quale emerge di tanto in tanto una puntatina più cupa, come di sottofondo, tante bollicine in superficie che nascondono, anzi, nascondere non è il termine adatto, che sottendono un fondo denso di consapevolezze e di incroci. Il suo essere metà in ombra e metà in luce è la prima cosa di cui parliamo non appena lo raggiungo al telefono, una composizione mista, chiamiamola così, dovuta alla presenza in lui di due influenze, una triestina, per parte di madre, ed una pugliese, anzi quasi campana. Così in lui convivono due poli opposti che, amalgamandosi, danno vita ad un ragazzo effervescente e pacato, ad un “timido rieducato” come si definirà lui stesso, ad una persona dai toni accesi e pastello.

Ci racconti brevemente chi è Lorenzo Acquaviva? Sono figlio di un pugliese e di una triestina, di due culture dunque, anzi di una cultura totalmente mitteleuropea. Di triestino ho la tipica anima nostalgica, a volte ombrosa ma, nello stesso tempo, sono anche solare, questa è la parte pugliese che affiora in me. Mio padre è di Orsara di Puglia, l’ultimo paese della provincia foggiana e dunque vicinissimo alla Campania, ecco perché comprendo anche molto bene il vostro dialetto. Sono un entusiasta ma anche un timido, rieducato grazie a questo mestiere, anche perché, crescendo, si resta timidi ma in un’accezione diversa. E poi sono un curioso che ama ascoltare la gente e per questo fare l’attore mi ha aiutato tanto, perché mi ha permesso appunto di ascoltare e di conoscere. Ho anche una buona dose di ingenuità, che spesso mi ha portato a prendere delle fregature, ma non rinnego questa parte di me assolutamente spontanea.

Recitare perché? Sei figlio d’arte oppure tutto è nato con te? No, non sono figlio d’arte, anzi. Mio padre era un maresciallo della guardia di finanza e mia madre una casalinga però anche una grande cinefila con una spiccata passione per i film hollywoodiani anni ’50 e per il grande cinema italiano di Risi, De Sica e Monicelli. Ho un ricordo ben nitido nel cuore, quando andammo insieme al cinema a vedere il primo Rocky. Ecco lei è stata la persona che mi ha trasmesso il grande amore per il cinema. In verità, essendo sempre stato molto timido, non avrei mai immaginato di fare l’attore, mi sono iscritto all’Università, a Scienze Politiche, e, un giorno, casualmente, ero al primo anno, in un ristorante ho letto la pubblicità di un corso di teatro sulla Beat Generation. Così, ho deciso di provare a frequentarlo: bene lì mi si è aperto un mondo, ho sentito, ed in questo totalmente in antitesi al mio essere sostanzialmente timido, la necessità di farmi guardare e conoscere attraverso la recitazione. Non ho lasciato l’Università, mi sono anzi anche laureato, credo che la cultura, una base culturale siano fondamentali per un attore, e ho frequentato laboratori, workshop, fino all’arrivo a York, in Inghilterra, alla scuola ARTTS, che oggi purtroppo non esiste più. È stata un’esperienza formativa di altissimo livello, ma anche molto sacrificata, rigida e faticosa, restavamo in aula dalle nove del mattino alle diciannove e con una disciplina assolutamente severa. La parte più bella è stata il fatto che lì non ci consideravano dei semplici studenti, ma dei veri e propri apprendisti, quindi ci buttavano letteralmente sul campo, per vedere, durante spettacoli e rappresentazioni quale fosse la nostra risposta, la nostra reazione. E poi c’erano corsi di acting, producing e directing, quindi ho potuto apprezzare il percorso creativo sotto ogni punto di vista e sfaccettatura.

Il teatro è una componente fondamentale del tuo percorso artistico. Ci dai una tua definizione di teatro? E, soprattutto, quanto conta il teatro nella formazione di un attore? Il teatro è un rito, c’è una sacralità nelle rappresentazioni teatrali che è assolutamente unica. Un gruppo di persone sceglie di andare a vedere un altro gruppo di persone che hanno in progetto di fare accadere qualcosa. Lo definirei uno scambio, perché non siamo solo noi attori a prendere dagli spettatori, ma sono anche gli spettatori a dare tanto agli attori, in quel buco nero dove sono collocati gli spettatori, che ovviamente gli attori, complice l’oscurità, non riescono a vedere dal palcoscenico,  noi recepiamo energia e capiamo quanto stiamo dando e se lo stiamo dando nel modo giusto. Io direi che il teatro è assolutamente fondamentale, è l’abc, l’alfabeto artistico di un attore.

Quali sono stati gli incontri che ti hanno segnato professionalmente? È difficile scegliere, sono stati tanti gli incontri per me fondamentali. Il primo è stato sicuramente quello con Dario Manfredini, che considero uno dei più grandi attori italiani e guardarlo, ancora adesso, mi da delle emozioni uniche e mi commuove. Poi ancora un’altra figura fondamentale per me è quella di Steven Berkoff: ho avuto la fortuna di essere selezionato a Reggio Calabria per lavorare con lui, ma al di là del rapporto professionale, siamo  diventati anche molto amici. Ecco lui mi ha insegnato ad avere padronanza del corpo in teatro. Ho interpretato Bottom nel Sogno di una notte di Mezza estate, e quando la sua testa si trasforma in quella di un asino, Berkoff ha preferito che invece di indossare un paio di orecchie finte, usassi le mie mani per fare le orecchie; in questo modo le orecchie, mobili, risentivano anche delle emozioni e avevano una partecipazione attiva all’azione. Il corpo è fondamentale a teatro, noi italiani che abbiamo inventato la commedia dell’arte, ma spesso dimentichiamo quanto sia importante il corpo e preferiamo un teatro di parola, che è assolutamente valido, ma merita completezza con il corpo. Un teatro che non ha vita mi annoia. E poi fra gli altri incontri devo obbligatoriamente citare quello con Vajavec, con Michael Margotta dell’Actor’s studio. Al cinema cito Marco Tullio Giordana che mi ha diretto in Sangue Pazzo e con cui siamo stati a Cannes, è stata una soddisfazione personale incredibile. E poi il regista Davide Del Degan che mi ha dato l’opportunità di fare un personaggio diverso dai miei soliti ne Il Prigioniero.

Dove si sente veramente a casa Lorenzo Acquaviva? A teatro, al cinema o in tv? Ovviamente il teatro è casa mia, ho fatto tanti spettacoli, ho cominciato lì ma ti dirò che il rapporto con la macchina da presa mi coinvolge e mi affascina tantissimo. La macchina da presa ti spia, ti fruga dentro, ti scandaglia, come dicono gli americani, non voglio farmi fotografare perché mi rubano l’anima. Nel cinema fai parte di un sistema, di un ingranaggio, a teatro c’è più autonomia. La tv ti da notorietà, ricordo che quando ero a Napoli perché giravo Un posto al Sole o la Squadra, la gente mi fermava per strada e mi chiedeva gli autografi. Ecco, diciamo che con il cinema e la tv ho un rapporto occasionale e, ad essere sincero, vorrei “fidanzarmi in casa” con il cinema. Per quanto riguarda il teatro, lo definirei un bel matrimonio con qualche occasionale tradimento!

Il lavoro che ti rappresenta meglio? O quello in cui ti riconosci maggiormente? Da un punto di vista teatrale ce ne sono due, per la regia di Giovanni Boni. Il primo è La Tana, di Kafka, l’altro è Zona 17 tratto da Stalker di Tarkovskji. In tutti e due i lavori c’è il tema dell’enigma, del mistero, che mi attrae molto. Il primo, è la storia di una talpa umana, in Kafka l’uomo e l’animale tendono sempre a confondersi, ed infatti la scenografia era molto particolare, era un quadrato in cui gli spettatori guardavano dall’alto ed io strisciavo  steso su uno skateboard e passavo sotto o sopra gli spettator. Il tema fondamentale è l’ossessione dell’arrivo del nemico, che poi non arriva mai, e che quindi imprigiona. Recitavo coperto d’argilla e ho studiato anche per prepararmi il comportamento degli animali. Per quanto riguarda Stalker, si è svolto nel porto vecchio di Trieste, un luogo unico con la presenza dei magazzini storici. Gli spettatori entravano nel porto a bordo di un treno e poi facevano questo percorso nei magazzini, in cui il magazzino 17 è appunto la stazione finale. Il tema è la ricerca di una stanza dei desideri a cui sono destinati solo i meritevoli che, una volta entrati, potranno realizzare i propri sogni guidati dagli Stalker. Un tema fra l’altro a me molto vicino, visto che sono direttore della sezione teatro dello Scienzeplus Fiction, il Festival internazionale della Fantascienza di Trieste. E poi ho un ricordo molto positivo di uno spettacolo, in cui interpretavo Brighella, dunque un personaggio in maschera ed in cui ho sostituito un attore che non poteva. Praticamente  ho debuttato facendo solo due giorni di prove, una cosa folle ma che mi ha divertito tanto.

Qual è il tratto distintivo del tuo modo di recitare e cosa vorresti migliorare? È il lavoro della mia vita ma ho ancora tanto da imparare e sperimentare. Io dico sempre che quello che deve avere un attore è una lucida schizofrenia, questo ossimoro è fondamentale per capire il compito di un attore. La differenza fra un attore ed uno schizofrenico, o una persona malata mentalmente, io faccio anche teatro sociale e quindi ho consapevolezza di questo, è che un attore si immedesima in un personaggio, una persona con difficoltà mentali crede di essere quel personaggio. L’attore opera un’immersione, ed io credo di essere riuscito già in parte in questo. E la bellezza di questo mestiere è proprio fare l’esperienza di una verità scenica diversa da se stessi. Gli attori devono cercare la verità, e far succedere qualcosa, è questo il nostro compito.

C’è un ruolo che non hai ancora interpretato e che ti piacerebbe ottenere? Sicuramente, pensando ad un cattivo shakesperiano, vorrei interpretare Riccardo III che è un personaggio che mi affascina tanto, un cattivo ma anche un folle, un giullare. Lui si definisce un half done, un incompiuto, è cattivo ma anche comico, mi immaginerei, se proprio devo sognare in grande, un Riccardo III con la regia del grande Tarantino, credo che gli esiti sarebbero sorprendenti. E poi vorrei interpretare un prete cattolico: ecco, sono estremo come al solito, cattivo e prete. Nella recitazione, in fondo, dobbiamo trovare il buono nel cattivo ed il cattivo nel buono.

I tuoi prossimi progetti? Aspettiamo la risposta sui finanziamenti per una riduzione di Giovanni Boni del Deserto dei Tartari di Buzzati in cui Drogo che rievoca la sua vita, dall’inizio alla fine sull’onda dei ricordi. E poi riprendiamo lo spettacolo dedicato al barone Revoltella con Ivan Zerbinati e Del Degan, dedicato ad un personaggio chiave della storia di Trieste, la location è proprio nella sua casa e da 5 anni che lo replichiamo sempre con il tutto esaurito, considera che sono ammessi solo 40 spettatori alla volta. Siamo già a 150 repliche. Su cinema e tv, ci sono progetti in corso ma di cui non parlo per scaramanzia!

Chi è Lorenzo Acquaviva quando non è sul set o su un palcoscenico? Cosa fai nel tempo libero, il tuo hobby preferito? Sono un grandissimo amante della musica e colleziono tanti cd, vado spesso a vedere concerti con gli amici, mi piace l’amicizia, essendo figlio unico la considero fondamentale. Ma mi piace anche stare da solo a leggere un buon libro, come sempre ho le due componenti ad armonizzare in me. E poi adoro viaggiare, ho visitato tantissimi paesi, ma a volte ciò che lamento è che anche le mete più lontane risentono di una eccessiva globalizzazione e di somiglianze sterili.

Se non fossi diventato un attore, cosa saresti stato? Avevi un piano b? Forse avrei lavorato nella cooperazione internazionale, avrei raccontato storie come inviato, insomma la voglia di raccontare c’è sempre, ma con un confronto fra le diverse aree culturali.

Hai dei rimpianti? E chi non li ha! Solo credo che bisogna attuare una strategia fondamentale e farseli amici, tendere ad andare avanti senza fare l’errore di Euridice, voltandosi indietro. Ecco, forse il mio unico rimpianto, amando così tanto la musica, è non aver imparato a suonare uno strumento.

Il tuo pensiero al mattino? Io sono un ipercinetico, direi che sono ossessionato dal movimento, dallo spostarmi, in genere sono più uno da riflessione notturna, quando vado a letto la sera mi interrogo su quello che ho appena fatto e realizzato. Anzi, ogni anno faccio una sorta di inventario teso ad individuare le novità che ho sperimentato nell’anno trascorso. Al mattino, invece, penso solo a cosa di bello potrà capitarmi, magari un incontro, una novità. Ecco, io credo che alla base di tutto bisogna aver fame di imparare, di sapere, di conoscere e preservare l’entusiasmo, perché quello è la molla di tutto.

Prima di chiudere l’intervista, Lorenzo Acquaviva, mi confida di usare anche molto le mani parlando, di gesticolare, gli faccio notare che la parte pugliese/campana riaffiora anche in quello e terminiamo parlando proprio di Napoli, che lui definisce un teatro a cielo aperto. Ci troviamo a parlare dunque di pizza, e di un piatto di spaghetti al soffritto assaggiati proprio in Campania qualche tempo fa. Poi ci fermiamo, perché da bravo ipercinetico, potrebbe saltare sul primo treno e venire a Napoli. Così gli piace essere, così gli piace vivere.

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