novembre 7, 2014 | by Emilia Filocamo
“Il teatro è l’unico posto in cui la verità si fa spettacolo” a tu per tu con il regista Matteo Tarasco

C’è sempre uno stupore che mi pervade quando “inauguro” un’intervista tagliando il nastro del primo contatto. Lo stupore è quello che nasce dal fatto che le parole, la curiosità del perché un sogno ed un talento, una premonizione ed una sensazione annodata nel ventre, spinta primordiale di ogni passione, diventino vita e carriera, alla fine, attirano ed emozionano, fanno da ponte e da richiamo. Comunicare, darsi, raccontarsi, magari trattenersi per poi far cedere gli argini e far straripare quanto si è fatto, il perché lo si è fatto ed in quali termini, diventano componenti essenziali e per me, per me che accolgo come un bacino ciò che arriva, un’occasione unica per imparare, ammirare e per accorgermi di quanta, incredibile bellezza ci sia intorno e sotto le forme più disparate, parlando appunto di arte. Matteo Tarasco, regista teatrale, l’unico italiano ad essere stato nominato membro del Lincoln Centre Theatre Directors Lab di New York, insignito nel dicembre del 2006 dal Presidente della Repubblica come migliore regista emergente, regista che ha diretto grandi attori, da Tullio Solenghi a Simona Marchini, da Romina Mondello a Mariano Rigillo, accoglie la mia richiesta di un’intervista con un grazie che potrebbe sembrare ai più scontato, ma non lo è affatto. Perché dalle sue parole colgo non un’autocelebrazione, e potrebbe, potrebbe farmi un puntuale inventario di titoli e successi, ma ciò che mi arriva è solo amore, sconfinato, eruttivo, esplosivo, amore per ciò che fa, per il modo in cui lo fa. Amore per il buio ed i profumi bui del teatro, per l’istante che precede lo svelarsi del sipario, quasi come una sposa che si scopre al bacio, ancora amore per il momento in cui il velo si ricompone nuovamente sul volto della rappresentazione conclusa, della celebrazione finita. Così mi faccio trasportare dalle sue parole, intatte e precise, così imparo che ognuno, forse, ha al mondo un proprio posto, una smussatura, una curvatura o un’asperità per adattarsi ad un piano, ad un disegno, ad un enorme mosaico di tasselli. Ed il posto di Matteo Tarasco è fatto di assi, di costumi e di spettatori che sollevano le mani per applaudire.

Chi è Matteo Tarasco in poche righe? Sono un regista teatrale italiano, sono nato a Verona quarantadue anni fa. Vivo a Roma, lavoro in Italia, a Londra e New York.

Quando esattamente hai capito che il teatro sarebbe stata la tua vita? C’è stata una sorta di folgorazione sulla via di Damasco? Posso dire che il teatro mi ha salvato la vita, mi ha dischiuso luoghi misteriosi e fatto conoscere persone straordinarie. Direi che ogni giorno cammino verso Damasco e ogni giorno vengo folgorato.

So che sono due mondi e due realtà simili ma, nel contempo, diversissime. Da addetto ai lavori, cosa il teatro possiede che il cinema non potrà mai avere? Emozione, fascino: raccontaci tu. Quando uno spettatore siede nel buio di una platea in un teatro può sentire gli odori, ascoltare il respiro degli attori sul palco, e se questo spettatore fosse pazzo di desiderio potrebbe salire sul palco e persino toccare gli attori. Nel buio di un cinema incontriamo ombre, le proiezioni dei nostri sogni, immagini evanescenti. In teatro l’effetto speciale è l’essere umano. Il teatro è l’unico luogo in cui la verità si fa spettacolo, mentre il cinema è una fantastica finzione, un piacevole inganno per l’occhio.

Il teatro è un’anticamera necessaria per essere un bravo attore o si può fare a meno di una preparazione teatrale? La vita è un’anticamera per essere un bravo attore; bisogna prima essere una bravo essere umano per provare ad essere un buon attore. Ma cosa significhi essere un bravo attore non lo so. Penso che ogni attore dovrebbe cercare di non essere bravo ma di essere grande! Senza un anelito alla grandezza è inutile salire sul palcoscenico o mettersi davanti all’obiettivo.

Il giorno più bello sul palcoscenico? Il prossimo, sempre il prossimo.

C’è stato un incontro che, professionalmente, ti ha cambiato la vita o che comunque ha avuto su di te un impatto notevole? Più che un incontro, un evento. Un giorno a Londra, stavo allestendo la Dodicesima Notte di Shakespeare, come saggio con gli Allievi Attori della London Academy of Music and Dramatic Art. Leggevo il testo in inglese, e all’improvviso mi sono reso conto che non facevo più, dentro la mia mente, l’automatica traduzione in italiano, ma coglievo senso e musicalità dei versi inglesi, per la prima volta in vita mia. Fu come quando ti si stappano le orecchie scendendo da una montagna o come quando respiri dopo essere riemerso dall’acqua. Una bella sensazione di libertà.

Il lavoro teatrale che ti rappresenta di più? ALICE. Un viaggio nel manicomio di Wonderland che ha debuttato al Festival di Borgio Verezzi nel 2011 e che anche quest’anno sarà in tournée.

I tuoi prossimi progetti? Racconterò la storia di Achille, dal punto di vista delle donne che lo hanno amato, lo spettacolo si intitolerà ILIADE – LE LACRIME DI ACHILLE.

Se Matteo Tarasco non avesse realizzato il suo sogno, oggi sarebbe? Avevi pensato ad un piano B? Non ho ancora realizzato i miei sogni! Avrei potuto essere un tennista, poi avrei voluto essere uno psicanalista, ma c’è sempre tempo.

Il complimento più bello che ti è stato fatto? Professionalmente, intendo. Occhi emozionati di spettatori al termine di uno spettacolo, sono complimenti silenziosi e partecipi. I più belli.

Se potessi, paradossalmente, un po’ come i protagonisti di  Midnight in Paris, incontrare un grande del teatro del passato e trascorrere un po’ di tempo con lui, chi sceglieresti e perché? Cechov, credo che ci divertiremmo molto insieme.

A chi vuoi dire grazie oggi? Alla mia famiglia.

Il primo pensiero quando si alza il sipario ed il primo quando si chiude? Evviva. Evviva.

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