aprile 5, 2015 | by Emilia Filocamo
“Il teatro non è una macchina, ma un insieme di corpi e cuori che pulsano” a tu per tu con Viviana Leoni, protagonista di Dalle Fragole a Dio, spettacolo dedicato alla figura di Etty Hillesum

Viviana Leoni colpisce, l’attrice Viviana Leoni, colpisce, andando dritta alla mente ed al cuore. Colpisce la sua bellezza, delicata ma forte, quasi algida per certi aspetti, di una creatura bloccata, e metà fra due universi opposti e paralleli. E colpisce per il suo essere insolita, nei gusti, nelle scelte, per un’attenzione ai dettagli che compongono la sua passione, appunto la recitazione, che è fatta di selezione accurata, di progetti in cui lanciarsi solo se ne vale la pena, se prendono al cuore, e non per fama o per successo, o ancora peggio per  soldi. Alla fine dell’intervista si definirà “basica” nelle sue necessità, eppure mi conquista con la sua interpretazione di teatro, come esperienza comune di battito cardiaco e vibrazioni del corpo, per il suo modo di entrare nei personaggi e per quel suo strano rapporto con la musica e con il silenzio, che spesso preferisce, per quel suo essere una creatura che è la musica stessa a stanare in certe ore del giorno ed in certi momenti importanti. E poi si consegna a questa intervista con lo spettacolo di cui è protagonista, Dalle Fragole a Dio, titolo curioso nato in un bar con un amico musicista e dedicato alla splendida figura di Etty Hillesum. È strano e coincidente per me scriverne esattamente un giorno dopo la giornata della memoria, ma forse tutta la vita è fatta di casi, coincidenze e scelte, come quelle che hanno fatto di Viviana Leoni un’attrice, una creatura particolare ed innamorata della recitazione.

Viviana, ci racconti dello spettacolo su Etty Hillesum e come è nata questa idea? L’origine di questo spettacolo è molto lontana. Nel 2008, quindi oramai 6 anni fa, quando ancora ero una dottoranda in filosofia e la carriera teatrale era solo un sogno nel cassetto, una mia docente, la professoressa Adinolfi, mi fece scoprire il pensiero della Hillesum; pagina dopo pagina, mentre leggevo quei diari, scoprivo un’anima che sentivo profondamente affine alla mia e ricordo che pensai che se un giorno avessi fatto l’attrice, se un giorno davvero fossi diventata un’attrice, avrei dedicato uno spettacolo a quella giovane donna olandese. A quel tempo anche io avevo 27 anni proprio come Etty e quanto trovavo nelle sue pagine rispecchiava pienamente quanto sentivo all’epoca: i miei dubbi, le mie paure, i miei desideri e soprattutto gli stessi interrogativi per così dire ‘esistenziali’. In quegli anni studiavo la filosofia di Wittgenstein e Adorno e mi interrogavo profondamente sui temi dell’amore, della libertà, del riconoscimento e sulla contraddittorietà insita nell’animo umano, su cosa volesse dire amare realmente qualcuno, su quanta distanza fosse necessario mettere tra me e l’altro per farlo sentire amato senza al contempo opprimerlo, limitarlo o violarlo nella propria libertà e identità, in nome di questo stesso amore. Poiché questi temi a me cari, sono tutti presenti nei Diari della Hillesum, va da sé che io abbia sentito il desiderio, una volta abbandonata la filosofia per il teatro, di metterli in scena su un palco. 

Come è nato lo spettacolo? Per quanto riguarda l’origine del titolo, è nata al bar, davanti a uno spritz: stavo presentando il mio progetto a un amico pianista molto bravo, Danilo Cubuzio, con il quale avrei poi collaborato nei primi nove mesi di gestazione di questo mio spettacolo e nel parlargliene avevo fatto riferimento ad un monologo a cui avevo lavorato al terzo anno di Accademia: era un lavoro a tema e il tema che trattavo era quello della lussuria e di come i vizi capitali potessero talvolta, se portati fino in fondo approdare al loro opposto. Dalla lussuria si passava così nel mio monologo all’amore per Dio. Per l’occasione avevo fatto uso di brani tratti dai Diari della Hillesum e varie poesie a tema. Il monologo cominciava con me che in modo provocante offrivo fragole al pubblico sulle note di I’m your man di Leonard Cohen e terminava con me che citando la Hillesum invitavo i presenti a leggere Sant’Agostino, dicendo che in fondo “quelle a Dio sono le uniche lettere d’amore che si dovrebbero scrivere”. Nel descrivere tutto questo al mio amico pianista, gli avevo detto che il lavoro che volevo fare era il medesimo: volevo raccontare il percorso interiore della Hillesum – che l’ha portata da un amore fisico/erotico/passionale a un altro amore di tipo spirituale e universale – come un percorso che va dalle fragole a Dio. Lui ha alzato lo sguardo dal suo bicchiere, mi ha guardata e mi ha detto: “però, bel titolo!” E da lì, lo abbiamo tenuto e abbiamo cominciato a lavorare.

Qual è la caratteristica principale di questo spettacolo, la nota che senti di sottolineare? È uno spettacolo ambientato nel periodo dell’Olocausto, ma non è uno spettacolo sull’Olocausto. Soprattutto non è uno spettacolo triste: non c’è nessun dramma. Il dramma è fuori, negli accadimenti storici, ma non nell’animo della protagonista. Lì ci sono solo fede e una grandissima forza interiore e, a mio modo di vedere, una grande e potente ironia. Se dovessi descrivere Etty con una parola la descriverei come una persona molto buffa e credo che lei sarebbe felice di questo appellativo. Una donna buffa e profonda al tempo stesso e certo, anche una grande scrittrice! Per questo ho deciso di bandire dal mio spettacolo qualsiasi aspetto compassionevole nei confronti del mio stesso personaggio e ho cercato di farlo vivere così come io lo vedo leggendo le sue pagine: un personaggio con tutte le proprie pulsioni, emozioni, paure e contraddizioni. Non una mistica, non una vittima, ma una donna di ventisette anni che si interroga su di se’ e sull’umano proprio nell’epoca in cui più è stato arduo per l’essere umano mantenere la propria umanità.

Per la seconda volta lavori con Pastrello: la vostra collaborazione è iniziata già con Desktop, come è nato il vostro incontro professionale? Cosa ti piace del suo modo di lavorare? Il mio incontro con lui è iniziato nel modo migliore in cui per me può iniziare un rapporto tra un’attrice e un regista. Non lo conoscevo né ne avevo mai sentito parlare e un giorno mi è arrivata una sua mail in cui mi diceva che aveva visto del materiale mio e che voleva lavorare con me. Fin dal primo giorno di lavoro assieme sul set di Desktop ci siamo subito riconosciuti come due anime profondamente affini. Per lo spettacolo, in principio gli avevo chiesto di aiutarmi con le musiche perché lui compone e il pianista di cui sopra per motivazioni personali era stato costretto ad abbandonare il progetto. Poi una serie di circostanze hanno portato che lui potesse direttamente produrre lo spettacolo e si è rivelato davvero essenziale per il concretizzarsi del tutto.

Chi è in breve Viviana Leoni e come nasce la sua passione per la recitazione e il teatro? Viviana Leoni è un’attrice e una donna, con tutti i pregi e difetti che questo comporta e sovente è ancora una bimba. Soprattutto è una persona che non so bene per quale ragione non riesce a vivere in superficie. Questo fa di lei una persona molto grata alla propria vita, al percorso fatto e ai risultati ottenuti. Per quanto riguarda la passione per la recitazione è qualcosa con cui convive dalle prime scenette che realizzava da piccola assieme alle sorelle per mamma e papà. Essendo nata in un piccolo paese piuttosto fuori dal mondo, ha dovuto attendere di fare ingresso in questo mondo prima di poter realizzare questa sua passione e soprattutto ha dovuto aspettare di essere sufficientemente matura per farlo. Questo ha fatto sì che cominciasse a dedicarsi al teatro molto tardi, quando si sentiva finalmente pronta per intraprendere quella strada. Da allora quella strada non l’ha ancora abbandonata pur non sapendo ancora quale sarà la sua prossima  meta.

Le difficoltà del tuo mestiere e le maggiori soddisfazioni? Le difficoltà temo superino di gran lunga le soddisfazioni. È un mestiere davvero arduo, una sfida continua, un continuo lottare con le onde per tenersi a galla e un continuo desiderio di abbandonarsi supini lasciandosi travolgere dai flutti. Le maggiori difficoltà credo riguardino l’aspetto umano. La convivenza strettissima che in teatro l’aspetto umano ha con il lavoro in senso stretto. Si vorrebbe poter procedere nel lavoro come si dà avvio ad una macchina che poi va da sé, ma a ogni avvio dato ci si avvede che la macchina si arresta, l’ingranaggio si blocca e questo blocco è dovuto nella maggior parte dei casi non a questioni economiche o pratiche, ma all’incepparsi di qualcosa che pertiene solo ed esclusivamente l’ambito puramente umano-sensibile. Il teatro non è una macchina, è fatto da corpi vivi, da menti che pensano e da cuori che pulsano. Sono dell’idea che il teatro sia davvero qualcosa di magico: il confluire di energie diverse in un’unica energia comune e per ciò stesso potentissima. È lavoro d’ensemble.

Prossime tappe del vostro spettacolo? Progetti futuri? È molto complesso rispondere a questa domanda. Al momento non c’è nulla di certo, è tutto in fieri e come sempre in questo lavoro si viaggia sempre sul bordo di un burrone senza sapere se si riuscirà a mantenere l’equilibrio abbastanza a lungo da riuscire ad arrivare non dico in salvo, ma quanto meno su un terreno un po’ più stabile e meno franoso. Per quanto riguarda i progetti futuri mi piacerebbe moltissimo essere coinvolta nel lavoro di qualche compagnia, lavorare in teatro per qualche regista che stimo. Mi piacerebbe lavorare in un lungometraggio, ma non uno qualsiasi, deve essere in ogni caso un progetto in cui io creda e un ruolo che io senta di poter affrontare al meglio.

C’è un ruolo che vorresti interpretare e che rimane un po’ il tuo sogno nel cassetto? Di certo quello di Helen Keller, meglio conosciuta come Anna dei miracoli. Tra l’altro il primo spettacolo che io abbia visto a teatro era proprio su di lei. Sono però ormai troppo vecchia per poterlo fare, ma potrei interpretare il ruolo della sua istitutrice, la signora Sullivan e lo troverei altrettanto significativo per me. Un sogno più concretizzabile sarebbe invece quello di interpretare La donna del mare di Ibsen, in assoluto il testo teatrale che amo di più e nella cui protagonista mi rispecchio profondamente.

Il Ravello Magazine è legato al Ravello Festival, un festival essenzialmente musicale. Che musica ascolti nel tuo tempo libero? Devo ammettere che in generale provo una profonda necessità di silenzio; c’è talmente tanto rumore nel mondo, talmente tante parole, che quando ne ho la possibilità preferisco di gran lunga sprofondare nella pace della mia anima, piuttosto che cercare quella pace in un supporto esterno tipo CD. La melodia del silenzio è davvero la più soave che conosca. In periodi particolari vado a caccia di musica, cerco il suono adatto per il mio mood del momento e allora sono capace di passare ore ad ascoltarla, ma arrivo sempre a un limite in cui il mio organismo dice STOP. Forse semplicemente sento troppo… in tutti i sensi, e quando il mio corpo recepisce troppe informazioni tutte assieme, arriva presto a saturazione. Nonostante ciò è molto raro che non mi svegli con in testa una canzone, o una melodia che poi mi continuo a canticchiare per tutta la giornata fra me e me. È raro dunque che sia io ad ascoltare la musica, di solito è lei che si fa ascoltare in me.

Il tuo primo pensiero appena sveglia? Sono due: il primo è “ho fame” e il secondo è “ho sonno”… malgrado tutta l’arte e la filosofia, sono un essere molto basic nelle mie necessità.

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