luglio 20, 2015 | by redazione
Il trio di Joey Calderazzo InCanta Ravello

di Olga Chieffi 

La stella è Branford Marsalis ma è stata la formazione composta dal pianista calabrese, con Eric Revis al basso e Justin Faulkner alla batteria ad impreziosire il jazz evento del LXIII cartellone di Villa Rufolo

Tribuna di Villa Rufolo al gran completo per assistere all’evento della sezione jazz della LXIII edizione del Ravello Festival: sul palcoscenico erano attesi il sassofonista Branford Marsalis con il suo trio d’appoggio composto dall’eccellente pianista calabrese Joey Calderazzo con Eric Revis al doublebass e Justin Faulkner alla batteria. Serata caldissima che inizia con The Mighty Sword, tracklist dell’ultimo lavoro Four Tunes MF Playn’, che ha salutato Marsalis al sax soprano, con cui il gruppo ha lanciato il proprio biglietto da visita, con il soprano splendido protagonista, tecnicamente dotatissimo, stilisticamente ingegnoso, sonorità aperta con qualche capriccio di vibrato, un fraseggio guizzante, spesso spinto con grande naturalezza verso il registro acuto. Il quartetto ha lavorato su forme dichiaratamente boppistiche, in continua evoluzione, con un linguaggio creativo, il cui fascino è risultato proprio quello di sbilanciarsi in avanti con una “forward intention” di accenti e fraseggi, frutto di una miscela originale di melodie accattivanti e liriche, arrangiate in modo non prevedibile. Una sorta di work in progress, in cui il jazz diventa una forma di vita attiva, dal cuore ostentamente pulsante, i cui tratti essenziali vanno espressi comunque in maniera limpida, inequivocabile e senza alcuna esitazione, con un linguaggio che, da una parte, ha sviluppato ai massimi livelli le ragioni estetiche quali quella delle divisioni ritmiche articolatissime, unitamente ad archi melodici resi spigolosi da strutture armoniche complesse, il tutto, naturalmente, eseguito, come da tradizione ad una velocità ben al di sopra delle righe, sviluppando fiorite composizioni estemporanee, attraverso valori metronomici piuttosto alti e ben calibrati, dall’altra, chiudendo i vari brani con una specie di ritorno alle linee semplici e pure. Il pianoforte di Calderazzo non ha ricorso a sotterfugi particolari, restando fedele a una sana, schietta, onesta, moderna tradizionalità a cui si può arrivare unicamente avendo tutte le carte in regola e giocandole con trasparente sincerità ed ironia. Abbiamo apprezzato un pianismo agile, duttile nell’enunciazione stilistica, ora peculiarmente ispirato ai fraseggi sassofonistici, ora aggressivamente compatto ora allargato a tutta la tastiera, ora recuperando il valore comunicativo del riff che, in alcune situazioni si è trasformato in un vero e proprio ostinato, e delle formule antifonali, tornando alla pronuncia “fisica” e ad un senso ritmico che sancisse il legame indissolubile con le pulsazioni dell’esecutore, fino allo stile rarefatto e soffuso delle ballad o nelle introduzioni riservate al piano solo.  Ne è emersa una poliedricità, anche se focalizzata in un periodo ben preciso della storia del jazz, implacabilmente personalizzata da un’originalità definita in ogni dettaglio, che tende ad evidenziarsi nella scansione del fraseggio, nella ricercata preziosità armonica del tocco, che ha pochi eguali. Al sax tenore Marsalis ha un po’ deluso sicuramente nella prima delle ballad in cui abbiamo rilevato scoppi d’ancia e polvere negli acuti in scelte in cui l’ espressività timbrica e il ritmo, e la chiara adesione ai concetti ritmici del jazz, alla cura e alla ricerca minuziosa del sound non permettono questi piccoli inciampi. Scorre il tempo con i sei brani in programma, da The Windup a Ceek to Ceek, in cui il tenore si è posto quale ponte tra il pianoforte in stile di Calderazzo e lo sguardo moderno della formazione, sino ad una perfetto St.James Infirmary, il più triste dei blues che ha evocato la tradizione del funerale di New Orleans, nel decennale della distruzione da parte dell’uragano Katrina della città del jazz, il brano più emozionante e meglio eseguito con Marsalis al soprano, per il quale ha scelto il suono di tradizione con il contrabbasso di Revis solido come una roccia, nel pieno delle proprie facoltà espressive, profondo e affascinante, e la batteria di Faulkner che è risultata l’ossatura sicura di ogni brano, andando a completare un insieme il cui quinto componente è risultato essere il divertimento, l’ironia che ha ammantato sia l’aspetto tematico che le fasi “libere”, soprattutto quando il gioco improvvisativo si è fatto multiplo, scambievole, incrociato. Applausi scroscianti e bis ellingtoniano con Marsalis al tenore per It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing), un’idea di equilibrio e musicalità, con un’oscillazione perfetta e sensata, incorruttibile, un’immagine da cui si ricava l’impressione affascinante che la vita stessa, la nostra famosa esistenza, sia dotata di un suo proprio swing

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