maggio 28, 2014 | by Emilia Filocamo
In giro per il mondo ad incontrare scrittori: il viaggio perenne di Tim Tomlinson, presidente del New York Writers Workshop

Il primo contatto con Tim Tomlinson, scrittore eclettico ed instancabile, Presidente del New York Writers Workshop, associazione che raggruppa scrittori emergenti e non, organizzandosi in sezioni con finalità ad hoc e istituendo conferenze itineranti, avviene un paio di anni fa. Ci scambiamo solo qualche impressione sul mondo dell’editoria, sulle difficoltà che si incontrano nel momento in cui si vuole pubblicare il proprio libro e, soprattutto, parliamo di scrittura, passione comune che io tuttavia maneggio con risultati modesti se paragonati alla sua esperienza e competenza. Quando poi riesco a ricontattarlo per chiedergli un’intervista in cui possa descrivere il suo mondo fatto di New York, autori, pagine, libri e conferenze, mi risponde dalle Filippine, da Antulang, dove ha appena tenuto un weekend di conferenze. Con la sagacia che lo contraddistingue, precisa e mi promette che si dedicherà alle mie domande solo dopo aver fatto almeno un po’ di giorni di immersione. Promessa mantenuta. Nella mia mente si affollano tante domande, ma la prima, forse anche la più banale e scritta sotto dettatura di una notevole curiosità, è relativa proprio alla nostra passione comune.

Tim, cosa è per te scrivere? Ci dai una definizione? Scrivere è per uno scrittore quello che è il canto per un uccello. È il modo per esprimere la propria natura, ciò che si è. Mia moglie mi dice sempre che sono un pessimo cantante (non sono d’accordo). Per sua fortuna sono uno scrittore e non un cantante!

Cosa rende uno scrittore bravo ed un altro, invece, assolutamente indimenticabile? Norman Mailer diceva che il lavoro di uno scrittore può godere di riconoscimento solo se esprime la piena consapevolezza delle ingiustizie che controllano il mondo, altrimenti è solo un pout pourri di ideologie rigurgitate. Susan Sontag, invece, scriveva che un grande scrittore deve possedere quattro requisiti: deve essere maniacale perché non può fare a meno di scrivere, deve essere sciocco perché non teme di continuare ad esporsi, deve essere un esteta che non riesce a smettere di giocare con la lingua, con le parole, ed un critico che non smette di dire “no, no, questo non va ancora bene”. Lei sostiene che uno scrittore ce la può fare con i primi due requisiti, ma non si è scrittori con gli ultimi due, tuttavia per essere indimenticabile e grande deve necessariamente possedere tutti e quattro i requisiti. Per me il grande scrittore è colui che mi fa venire voglia di scrivere leggendolo. Ce ne sono tanti, farò solo qualche nome: Mary Oliver, Charles Wright, Henry Miller, James Salter e tanti altri.

Sei il Presidente del New York Writers Workshop: puoi spiegare ai lettori italiani di cosa si tratta e di cosa ti occupi esattamente? Insieme ad altri undici scrittori, tutti residenti a New York, abbiamo fondato il New York Writers Workshop nel 2000. Abbiamo tre sezioni: il Workshop, che è l’organo destinato all’insegnamento, Ducts, costituito dal magazine letterario, www.ducts.org e Greenpoint Press, il nostro organo di pubblicazione. Siamo un’associazione no profit e questo ci offre un margine di manovra sui progetti che prendiamo in carico ma, dall’altra parte, ci permette di pubblicare libri che sono stati ignorati dagli altri editori. Nella sezione Ducts, di cui sono editore per la narrativa, diamo ampio spazio a tante voci, in particolar modo come editore di narrativa, sono molto interessato a storie che abbiano un messaggio globale, storico, universale o che raccolgano testimonianze dalle comunità emarginate. Con il New York Writers Workshop, garantiamo sessioni semestrali per tutti i generi di scrittura e mettiamo gli scrittori a confronto con le maggiori case editrici, dalla Random House, a Viking Penguin, fino a Simon e Shuster oppure con case editrici indipendenti più piccole ma molto interessanti come Akashik Book e Soho Press. Io sono supervisore al New York Workshop Writers mentre i miei collaboratori Charles Salzberg e John Kravetz si occupano rispettivamente del Greenpoint Press e del Ducts. Coinvolgere le varie comunità è per noi l’obiettivo più importante, infatti offriamo workshop in varie sedi, dalla New York Public Library, alla Brooklyn Public Library o per altre associazioni no profit come la Andrew Glover Youth Foundation. Questo è un periodo di grande espansione: abbiamo fatto conferenze e workshop in Australia, a Singapore, in Cina, in Thailandia e nelle Filippine. Il nostro motto infatti è “presto nel paese a te più vicino”.

Avrai conosciuto tantissimi scrittori nell’arco della tua carriera: c’è qualcuno che ti ha impressionato particolarmente? Gli scrittori nelle Filippine mi hanno stupito tantissimo, dovrei menzionarli tutti ma sono davvero tanti. Molti di loro sono multitasking e passano dalla poesia alla prosa, dal giornalismo alle sceneggiature, hanno una conoscenza della letteratura globale ed anche un notevole plurilinguismo che va dall’inglese al Waray, senza contare tante altre lingue. Nei loro lavori vedo una libertà di linguaggio impressionante, da un lato il classicismo su cui si sono formati, dall’altro la volontà di innovare. Ecco, per dirla in breve, questi scrittori mi fanno venire voglia di scrivere.

Come hai capito che scrivere era nel tuo destino? L’ho capito piuttosto in fretta. In terza il mio insegnante era molto severo ed io ero un mezzo delinquente. Secondo lui scrivere era una punizione e la punizione consisteva nelle paginette. Cinquanta parole sul perché non dovevo parlare in classe, altre cento sul perché non dovevo dare fastidio ai miei compagni. A me piaceva scrivere quelle cose prive di senso, ed ero capace di scrivere cento parole nello stesso lasso di tempo che i miei compagni di classe impiegavano per indossare la giacca. Quindi riuscivo a tirarmi fuori dai guai facilmente. Con il tempo, poi, ho iniziato a leggere i libri che mi infiammavano.

Il tuo primo fan da quando hai intrapreso questo “viaggio” nel mondo della scrittura? Alcune ragazze di cui mi ero innamorato e a cui indirizzavo frasi, mi piaceva stupirle. Questo non significava necessariamente essere ricambiato, ma mi dava una certa popolarità e mi permetteva di passare del tempo con loro. Nancy, Eva, Carrie, Pam, mi state ascoltando?? Ride.

Chi sono i tuoi modelli, anche del passato? Richard Yates, nessuno è in grado di scrivere con il suo modo diretto, e non ha mai avuto paura di scrivere della disperazione. Per la narrativa James Salter, John Cheever, Junot Diaz, Mary Gaitskill, per la poesia Charles Wright e Kim Addonizio. Anche Alving Yang di Singapore ha scritto cose bellissime, adoro la sua libertà espressiva.

Il libro che ti ha cambiato la vita? Tropico del Cancro”, di Herry Miller: è pieno di passione, disperazione, è ironico e anche pieno di amore, sebbene questo, come per John Lennon, sia sempre contrassegnato dalla sofferenza. In genere lo rileggo ogni due anni e di volta in volta, lo trovo più ricco, più sorprendente sebbene sia uno dei libri meno letti e forse meno apprezzati: questa è una vergogna.

Sei mai stato in Italia e cosa pensi degli scrittori italiani? Hai qualche preferenza? Certo, ho vissuto in Italia nell’anno accademico 2008-2009, quando insegnavo all’Università Di New York a Firenze, località La Pietra. L’Italia è stato l’unico posto del mondo in cui mia moglie ha pianto quanto è arrivato il momento di partire. Adoro Montale e sono un fan di Elena Ferrante e di Moira Egan, moglie del traduttore Domiziano Abeni, lei è nata a Baltimora, ma risiede a Roma. È una fonte di ispirazione continua.

Cosa ne pensi del sistema editoriale, da addetto ai lavori, e cosa è sbagliato in questo sistema e spesso scoraggiante per i giovani scrittori? Il sistema editoriale è quello di cui abbiamo sentito parlare da sempre, negli anni ‘70 come negli anni ‘80 e ‘90, con le sue pecche e i suoi lati positivi. Il problema è che le grandi case editrici, e io sono quasi sempre a contatto con loro nei miei workshop, devono badare al profitto, ai guadagni, così come ad Hollywood fanno gli Studios prima di lavorare ad un film. Sicuramente le grandi case editrici sono animate da intenzioni letterarie serie, soprattutto chi ci lavora e per i quali ho grande ammirazione, ma spesso devono piegarsi alla legge del profitto, del guadagno. Molti giovani scrittori che arrivano ai nostri workshop, pensano subito che i loro lavori siano adatti alle grandi case editrici, dimenticando spesso che ci sono altrettante possibilità con quelle piccole o medie.

Cosa ne pensi degli ebook? Ti senti a tuo agio con questo tipo di prodotto o pensi che il libro vero sia sempre quello che si può toccare in “carne ed ossa”? Io porto sempre con me un lettore di ebook, è fondamentale, dieci o quindici anni fa non avrei potuto farlo, e siccome viaggio molto, è l’unico modo per poter avere i miei libri con me.

Hai un figlio prediletto fra tutti i lavori a cui ti sei dedicato? Non sono certo di aver compreso pienamente la domanda, se ti riferisci al libro che più ho amato da ragazzino, è sicuramente il lavoro di William O Steele, se invece ti riferisci ad uno scrittore che mi ha colpito per talento, ti rispondo  Keertana Jagadeesh, indiana di Bangalore, con cui ho lavorato prima a Londra e poi a New York. Lei non ha solo talento, ma anche dei doni innati, incredibili, adesso è ritornata a Bangalore e credo si sia dedicata all’insegnamento con dei workshop organizzati da lei stessa. 

I tuoi prossimi progetti? Siamo nelle Filippine adesso, ho appena concluso una settimana di conferenze alla Silliman National Writers Workshop, poi ci sposteremo a Giugno a Tacloban che, come saprai, è stata colpita dall’uragano Yolanda. Il mio obiettivo è di raccogliere testimonianze dalla gente, dalle popolazioni locali e realizzare un libro, di circa 60 pagine, che dovrebbe uscire prima di Natale 2014 ad opera della Greenpoint Press. Adesso viviamo a Brooklin e sia Brooklin che Tacloban hanno vissuto un’esperienza simile dovuta ai cambiamenti climatici, Brooklin dopo l’uragano Sandy, ed entrambe le zone non si sono ancora riprese del tutto da quelle catastrofi.

Il libro che hai sul comodino in questi giorni? La raccolta di poesie di Alvin Pang, “Quando arrivano i Barbari”.

A chi vuoi dire grazie oggi? A Bob Dylan.

Tim è spiazzante, come sempre.

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