gennaio 10, 2015 | by Emilia Filocamo
“In Italia si dovrebbe usare più fantasia” Antonio Manetti ripercorre la storia del sodalizio Manetti Bros e anticipa la nuova serie dell’Ispettore Coliandro

Un’intervista, generalmente, è singola, univoca, oppure può biforcarsi, diventando doppia: due voci, due pareri, due opinioni, due modi diversi di rapportarsi alle mie curiosità e di raccontarsi. Ma è la prima volta che un’intervista, apparentemente singolare, e destinata ad un solo artista, diventa “ventriloqua” di un secondo protagonista, momentaneamente assente, ma perfettamente “dipinto” dall’interlocutore di spicco che raggiungo telefonicamente alle diciotto del pomeriggio. Il mistero è subito svelato: dall’altra parte del telefono c’è il regista Antonio Manetti, fratello di Marco, del noto duo Manetti Bros. di cui è forse pleonastico ripetere successi e prodotti. Antonio è il fratello minore ma non ci sarà domanda, un po’ per il contenuto, un po’ perché un duo di successo deve avere un segreto, ed il loro è sicuramente l’affiatamento, in cui l’ombra buona di Marco non si affaccerà a farci compagnia.

Signor Manetti, come nasce il sodalizio Manetti Bros.? Abbiamo iniziato insieme ed era una conseguenza ovvia, essendo cresciuti con la stessa passione per il cinema, per i corti; abbiamo appunto cominciato a girare piccole cose con le prime videocamere. Marco, essendo il maggiore, ha fatto la gavetta vera e propria nel cinema; io invece, avevo fatto un cortometraggio da solo e poi ne avevo scritto un secondo. Marco lo ha letto e ha deciso di farlo insieme e questo ha portato a realizzare il film ad episodi DeGenerazione. In quel periodo Marco aveva conosciuto un regista che appunto girava film ad episodi e che gli aveva chiesto del materiale su cui lavorare, e lui decise di portare il mio corto.

Quali sono le difficoltà e i vantaggi che ha riscontrato lavorando con suo fratello? Lavorare con mio fratello ha sicuramente dei vantaggi, ma anche delle difficoltà dovute al fatto che con lui divido tutto, lavoro e vita privata. Essendo il nostro un cinema veloce, abbiamo la fortuna, appunto essendo fratelli, di capirci al volo. Poi, relativamente ai problemi, ci capita di trovarci sul set e di avere qualche discussione e creare un po’ di caos. Ecco, diciamo che è come pensare ad alta voce, solo che siamo in due, e poi, alla fine, nonostante gli scontri apparenti che abbiamo, giungiamo, seppure per vie diverse, alla stessa conclusione e alla stessa visione, quindi ci accorgiamo di essere assolutamente in sintonia.

Cosa vi piace e cosa proprio no del cinema e della tv che vedete? Noi amiamo l’arte narrativa nella sua totalità, siamo degli spettatori a cui piace un po’ tutto. Certo, non posso dire di vedere moltissimo cinema, anche perché gli impegni e le famiglie a cui cerchiamo di dedicarci il più possibile nel tempo libero, non ce lo permettono. Siamo degli spettatori sicuramente positivi, più che delle cose che non ci piacciono, magari ci sono delle cose in Italia che non ci interessano.

Cioè? Ad esempio, anche un po’ per il nostro modo di lavorare, non amiamo molto le fiction biografiche o quelle puramente cronachistiche. Ci piace invece tutto ciò che è fantasia, un po’ sulla stregua delle serie americane. Forse in Italia se ne dovrebbe usare di più, penso a Gabriele Salvatores, al suo Il ragazzo invisibile, una prova di grande coraggio, anche perché il copyright della fantasia non è certo americano.

Il complimento più bello che avete ricevuto? Ma forse il fatto che nei nostri lavori si avvertono sempre la passione ed il divertimento con cui li facciamo. E poi ci è capitato che gli spettatori, dopo aver visto un nostro film, avessero l’emozione impressa sul volto, ecco quello è il complimento più grande che si possa ricevere. Sicuramente ci considerano un po’ diversi dagli altri per il nostro modo di lavorare, e questo ci fa piacere, anche perché abbiamo una cifra che ci contraddistingue in tutto ciò che facciamo, ad esempio anche adesso, lavorando alla fiction Rex, abbiamo portato il nostro carattere e la passione che abbiamo messo in tutti gli altri lavori.  

I vostri prossimi progetti? Stiamo facendo le riprese della seconda serie di Rex, che ci piace molto, stiamo appunto montando alcuni episodi e vorremmo personalizzarlo ancora di più. Per il cinema non abbiamo ancora vagliato nulla, dopo il successo di Song’ e Napule, abbiamo deciso di prendere un momento di riflessione perché non vorremmo fare un film solo perché costretti dall’onda del successo precedente. E poi si parla di una nuova serie de L’Ispettore Coliandro, anzi diciamo che è già quasi certa.

Conoscete il Ravello Festival, ci siete mai stati e, conoscendo il vostro rapporto privilegiato con la musica, cosa ascoltate nel tempo libero? Vi piacciono, ad esempio, i contest dedicati alla musica? Conosciamo il Ravello Festival ma non ci siamo mai stati. La musica è sicuramente parte essenziale della nostra vita, prima dicevo che amiamo le arti narrative, ma amiamo anche la musica, spesso legata a tal punto all’immagine, che nei nostri lavori la musica anticipa l’immagine stessa. D’altronde i videoclip che abbiamo curato sono quasi una pubblicità per la musica stessa. Relativamente ai programmi legati alla musica, li vediamo, anche perché spesso ci riuniamo, con i nostri figli, io ne ho due, Marco tre, e li guardiamo insieme.  In genere mi piacciono, ma spesso non mi piace come i giudici indirizzano gli artisti, perché credo che ognuno abbia una propria peculiarità e non si può pretendere che tutti debbano cantare tutto. Per quanto riguarda la musica, abbiamo vissuto mode che vanno dal metal al pop, dal jazz al blues o al funk, ascoltiamo tanta musica ma quello che ci unisce è Bruce Springsteen che seguiamo nei concerti in Italia.

Oggi in Italia c’è spazio per i giovani attori? Purtroppo, a volte in Italia il talento è poco premiato, soprattutto quello dei giovanissimi. Negli Usa invece, i giovani attori hanno grande spazio perché hanno capito che per comunicare nella maniera corretta un film per ragazzi, servono attori giovani, che parlano quel tipo di linguaggio.

Avete un sogno ancora da realizzare, non so avere un attore in particolare o lavorare ad un film che immaginate da tempo? Sai la domanda sull’attore o sull’attrice, anche stranieri, con cui vorremmo lavorare, ce la fanno spesso ed io, onestamente, non so cosa rispondere perché una faccia non puoi sceglierla se non hai prima la storia, anche se è una faccia perfetta e di un attore straordinario. Quindi bisogna partire prima dalla storia e poi abbinarle un volto. Per quanto riguarda il film che vorremmo realizzare, ci piacerebbe fare Diabolik, qualcosa è stato già fatto nel passato, ma ecco, quello è un progetto che ci piacerebbe molto.

Il consiglio che lei da più spesso a suo fratello Marco e quello che suo fratello, invece, le consiglia di solito? Sai, non so risponderti. Caratterialmente io e Marco siamo molto diversi, Marco è sempre molto concentrato, e spesso si lamenta di lavorare troppo, mentre io amo prendermi delle pause, anche perché penso che aiutino a risolvere i problemi e a ripartire con slancio. Marco, invece, deve arrovellarsi, sta a pensare alla soluzione per tutto il tempo e deve trovarla subito. Si, ci critichiamo spesso, ma in fondo siamo in sintonia e, come ti dicevo all’inizio dell’intervista, arriviamo sempre alla stessa conclusione.

Anche questa intervista termina, ringrazio Antonio Manetti e, anche se non lo dico ad alta voce, ringrazio anche l’altro protagonista dell’intervista, invisibile e giustamente onnipresente: suo fratello Marco. Il segreto di un binomio di successo, forse, è anche questo: non ci si può dividere, non ci si riesce, nemmeno quando le due componenti sono distanti fisicamente l’una dall’altra.

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