marzo 14, 2014 | by Emilia Filocamo
In viaggio verso la quinta dimensione: Nabil Al Zein ci accompagna nel Temporalismo

È il 23 agosto 2013, la sera, lattiginosa, calda, serena, è una pennellata di azzurro in perfetta armonia con il colore del mare. Dietro la bocca turrita del palco su cui sta per esibirsi la European Union Youth Orchestra, formazione squisitamente giovanile e coloratissima, la Costiera vive il suo tramonto di luci che si accendono, di una serpentina di  traffico appena accennata, di qualche fuoco d’artificio che esplode in lontananza. Nabil Al Zein, artista siriano esponente del Temporalismo, ed un suo amico, entrano a Villa Rufolo in perfetto orario e l’emozione per quella location assolutamente straordinaria ancora risuona nelle sue parole come fosse appena trascorsa. “Quella sera della scorsa estate, parlando con il mio amico, ho usato un paragone: assistere al Ravello Festival è stato come prendere  a scelta un fiore da un giardino immenso ed accorgersi che ogni fiore era messo lì appositamente per soddisfare il gusto di ogni spettatore. Un’offerta incredibile che varia dalla musica alla pittura, dalla scultura all’arte in genere. Il tutto poi preziosamente arricchito dalla bellezza delle luci notturne e della luna sulla nostra testa. E poi un’organizzazione perfetta, studiata minuziosamente ma senza sovraccarichi o pesantezze, appositamente creata per farci viaggiare nel sogno. Una full immersion nella cultura a 360 gradi, mi sono sentito coccolato, amato. È come fare un viaggio e ciascuno di noi sceglie dove approdare in una mappa intensa di sapori, colori e profumi”. Nabil Al Zein parla di Ravello con grande emozione, reduce da un ulteriore successo, condensatosi l’8 marzo nell’evento di Tolentino: la firma, con la presenza  di numerosi membri della stampa specializzata, del Manifesto Temporalista. Un evento unico ed importante che segna la consacrazione di un percorso iniziato da Nabil molto tempo prima, un itinerario faticoso che gli ha permesso di coinvolgere e convincere più di quaranta artisti, non solo nazionali ma anche internazionali ad abbracciare la sfida della quarta dimensione, proponendo egli stesso, ed in questo un assoluto antesignano, la quarta dimensione in molti dei suoi lavori. Ma cosa è esattamente questo manifesto Temporalista e soprattutto cosa si intende per Temporalismo? È l’artista stesso a spiegarlo. “Il Temporalismo è una recherche costante ed instancabile – spiega Nabil Al Zein – il temporalista stesso è una sorta di pioniere, di avventuriero. Il Temporalismo non si adagia più nelle futili celebrazioni del passato ma cerca la libertà nell’arte, un’arte viva che non conosce limite alcuno. Un temporalista è figlio di oggi ma anche di domani, non si ferma dunque a contemplare quanto è stato già realizzato in passato e senza il proprio contributo, ma si pone mire ed obiettivi sempre più alti, distanti. È un moto perpetuo, per usare un termine musicale, una ricerca, appunto, di continuo rinnovamento”.

ALCUNE OPERE 

Ma quali sono gli strumenti di comunicazione del Temporalismo? Trattandosi di un linguaggio essenzialmente sperimentale, il Temporalismo coinvolge ogni organo sensitivo ed utilizza tutte le tecnologie possibili ed immaginabili, spaziando dalla fotografia alla pittura, dai video-art alle installazioni, dal cinema alla poesia e all’architettura e finendo in rete. Il temporalista è sostanzialmente uno spazialista perennemente affamato che non sa più accontentarsi della terza dimensione e dunque naviga verso la quarta e sogna la quinta. Spazio e Tempo sono gemelli siamesi ed inseparabili che interagiscono l’uno con l’altro e questa interazione è segno inequivocabile di vita, come già sosteneva Leonardo.

E su spazio e tempo Nabil fa un importante riferimento al passato, riferimento che ci permette anche di capire, emotivamente e non solo artisticamente, quali siano stati gli impulsi a direzionarlo verso questo tipo di linguaggio artistico assolutamente innovativo e dirompente. “Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento c’è stata una rivoluzione epocale perché dal solito dipinto piatto e bidimensionale si è passato a quello materistico di Van Gogh in cui già assistiamo ad un primo accenno di terza dimensione – spiega – con Kandinskij si arriva addirittura alla quinta dimensione perché l’artista olandese era in grado di scaricare se stesso sulla tela. L’opera cubista di Picasso che evidenziava lo stesso soggetto da varie proiezioni è stato un ulteriore passo verso la tridimensionalità. Per arrivare a Lucio Fontana che, con il suo Manifesto Blanco, e la sua volontà di andare oltre la tela, ha letteralmente spalancato le porte allo spazialismo e alla terza dimensione. Non a caso i suoi lavori offrivano tele monocolore tagliate, estro o introflesse. Questa strada sarà poi ancora battuta dai vari Simeti, Bonalume e Castellani”.

Quando però ha capito che era venuto il momento di andare oltre? Ero sempre solito dire ai miei amici che nel giro di quaranta anni sono stati fatti passi avanti incredibili poiché si è passati dal bidimensionalismo e dalle forme espressive piatte alla terza dimensione. Ora poiché secondo i fisici le dimensioni sono più di venti mi chiedevo come mai dopo un secolo non si era riusciti ancora ad arrivare alla quarta dimensione. E poi sono sempre stato convinto che non avesse più senso parlare di spazio strappato al suo gemello tempo, trattandosi di due elementi armonizzanti. Dunque un tipo di spazio che non tenga conto del tempo come ingrediente fondamentale e di moto, dunque di vita, è uno spazio incompleto, monco, irrisoluto, morto e di qui è nata la mia famosa frase con cui identifico il mio concetto di arte: “Dare più spazio al tempo per avere più tempo per lo spazio ed oltrepassare la terza dimensione”.

Ma come è iniziato il suo percorso artistico? Sono siriano ma italiano d’adozione dal 1966. Tutto è cominciato quando ero solo un bambino. Sono principalmente un autodidatta che sin dall’età di otto anni si divertiva con i pennelli e con i colori. Quindici anni fa, poi, alcuni amici mi convinsero a proporre i miei lavori. Ho iniziato un percorso, anzi è il caso di dirlo, un vero e proprio viaggio che ha spaziato attraverso correnti diverse e molteplici, dall’iconico  al concettuale passando per l’astrattismo fino ad approdare al Temporalismo. Ho utilizzato diverse forme espressive, dalla pittura alla scultura passando poi per i video – art e infine le installazioni. Così ho ricevuto anche i primi premi, quello della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, il premio Sulmona. Sono numerosi i musei che espongono in permanente i miei lavori, l’ultimo dei quali il MediaMuseum di Pescara dove ho lasciato la mia installazione “Italia nel mondo” e la foto del mio ultimo lavoro diventerà logo e simbolo definitivo dello stesso museo.

Quali sono stati i suoi modelli? E chi considera il suo primo maestro? Senza ombra di dubbio Enrico Baj che nel suo testo “Impariamo la pittura” sosteneva che la creatività esplosiva, tracimante di un autodidatta può essere messa pericolosamente in declino dagli studi accademici. L’artista autodidatta è soprattutto un uomo libero e senza limiti in cui le contaminazioni e le suggestioni provenienti da altre correnti artistiche non fanno che accrescerne la genialità senza imporgli sterili paletti o steccati, un po’ come se si trattasse di un fiume con i suoi numerosi affluenti”

Ha degli artisti simbolo? Insomma delle guide, diciamo così, da cui trae ispirazione costante? Ho sempre ammirato  Fontana e Pomodoro, inoltre è stato per me fondamentale vivere per anni a contatto con Iperspazialisti quali  Ettore Le Donne e Leo Strozzieri. Il Premio Sulmona, poi, è stato il trampolino di lancio per conoscere e farmi conoscere da Vittorio Sgarbi, Duccio Trombadori, Toti Carpentieri,  ed il maestro Gaetano Pallozzi, fondatore e segretario instancabile del Premio Sulmona.

Dove è possibile ammirare le sue opere , oltre al MediaMuseum di Pescara? Fortunatamente è un continuo proporsi di nuove offerte per esporre le mie installazioni: l’ultima in una galleria la He5- Cappa Arte Contemporanea per una mia personale terminata proprio l’8 marzo, data di firma e presentazione del manifesto Temporalista.

Cosa si aspetta da questa firma ormai avvenuta? Quali sono adesso i suoi obiettivi? Il mio desiderio più grande è portare ovunque il messaggio Temporalista che non è solo un messaggio divulgativo ed artistico, ma soprattutto di speranza. Bisogna ormai capire che l’arte ha svoltato e che è in atto una rivoluzione. L’arte non deve essere più relegata in ambiti e spazi angusti o destinata a pochi intenditori o, peggio, solo appesa ad un muro. L’arte è una creatura vivente e deve dialogare inserendosi anche negli spazi pubblici e non solo privati, deve dialogare contemporaneamente con l’uomo e con la natura. Può essere sospesa nel vuoto o adagiata per terra o penzolante dal soffitto o addirittura essere soltanto intuita senza individuarne visivamente la presenza.

L’arte, sostanzialmente, deve per lei contenere un messaggio universale? Assolutamente. Il Temporalismo non è un concetto sterile ed accademico, fine a se stesso, perché questo renderebbe l’artista isolato nel proprio mondo. Il Temporalismo è anche e soprattutto impegno sociale e vitale nei problemi che affliggono il mondo, dal degrado all’inquinamento. E quando parlo di degrado ed inquinamento non mi riferisco solo a quello ambientale, ma soprattutto quello delle coscienze” aggiunge Nabil Al Zein. L’artista come messaggero, dunque, e l’arte come missione. “È un po’ quello che ho provato al Ravello Festival: arte nell’arte, bellezza e natura. Non un’arte stereotipata ed isolata, racchiusa, congelata, ma un’arte dialogante, fatta di plurilinguismo, adattabile ai gusti e alle sensazioni molteplici di ciascun intervenuto. Una mirabile fusione di spazio e di tempo”. Una cosa è certa: Nabil al Zein quella serata sospesa fra il cielo e il mare di Ravello non riuscirà proprio a dimenticarla.

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Nabil – Watch the watch – AR[t]CEVIA International Art Festival 2008

Nabil Al-Zein – OIL – AR[t]CEVIA International Art Festival 2008

 

 

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