settembre 1, 2014 | by Emilia Filocamo
Incontro col regista Ivan Zuccon: «Pupi Avati mi ha insegnato a stare sul set, la passione ha fatto il resto»

Ivan Zuccon, regista di talento, si fa scoprire poco alla volta, è uno svelarsi graduale che mi porta faccia a faccia, intendo ovviamente virtualmente, con una persona che ha il cinema nel sangue, un po’ per retaggio e per eredità e ancora di più per un istinto naturale. Scopro un uomo che ha fatto del cinema il proprio obiettivo senza mezzi termini, partendo da un lavoro quasi artigianale fatto di suggestioni, immagini simbolo, stimoli nati dalla fantasia di bambino per arrivare a scoprire una persona che al di là delle immagini cupe e al cardiopalma dei suoi film, si affida a Dio con semplicità estrema. Cominciamo quindi una chiacchierata interessante in cui spuntano anche una collaborazione importante, quella con il grande Pupi Avati, e Cannes.

Ivan, il tema del nostro Ravello Festival è il Sud, inteso non solo come riferimento geografico, ma anche come modo di essere e di vivere, puoi darci una tua definizione di sud? «Quando penso al Sud penso alla spontaneità, al calore, all’arte di arrangiarsi, alla creatività. Non esiste una definizione univoca ma un insieme di emozioni che spesso la gente del sud mi trasmette attraverso la conoscenza e la condivisione di esperienze».

Come hai iniziato questa carriera? Quando hai capito che fare film era il tuo destino? Ci parli dei tuoi esordi? «Già da piccolo mi immaginavo regista di film. Il cinema è sempre stato nella mia vita, prima come spettatore e quindi in modo passivo, e poi finalmente in modo attivo come regista e montatore. Ho iniziato a girare piccoli film con la cinepresa Super8 di mio padre, tagliavo la pellicola con la cesoia e facevo i primi montaggi con la giuntatrice a nastro. Tutto molto rudimentale ma veramente stimolante e creativo. I primi lavoretti erano action e horror, giravo bambole impiccate in cantina oppure legavo la cinepresa su supporti a molle per stabilizzare i cameracar per le scene d’azione. Mi ha sempre affascinato la quantità di elementi tecnici da studiare e comprendere durante il processo creativo cinematografico. Il cinema è un’arte che non può prescindere dalla tecnica. Il mio primo cortometraggio serio è del 1995, L’Amico di Nessuno, un film di 7 minuti che vinse molti premi. Ecco fu con quel breve film che capii che fare cinema era nel mio destino».

La prima persona che ha creduto in te e nelle tue scelte? «I miei genitori. Loro hanno sempre creduto in me e mi hanno sostenuto sempre. Mio padre pittore e musicista, mia madre appassionata di arte, sarta e costumista. Sin da piccolo ho vissuto la loro creatività, ho compreso molto presto che per vivere appieno la vita avrei dovuto assecondare questa spinta verso il processo creativo e così ho fatto. Ho sondato molti campi, dalla musica al disegno, per approdare infine al mondo di celluloide».

Perché hai scelto il genere horror? Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto in questa direzione? «Il racconto per immagini è il metodo migliore per dar sfogo alla mia creatività, mi sento completamente a mio agio, la macchina da presa è lo strumento perfetto per raccontare storie, evocare suggestioni e sondare terreni inesplorati, magari affrontando ossessioni, combattendo i propri demoni, sconfiggendo le proprie paure. Ecco forse il vero motivo per cui ho scelto il cinema horror è che mi permette di indagare gli altri e me stesso senza tabù, garantendomi una libertà espressiva senza limiti. In fondo nel cinema del terrore sono contenuti quasi tutti i generi, c’è sicuramente il dramma, è forse la forma di racconto più drammatica che ci sia, c’è la fantasia, c’è l’aspetto onirico e quello fantastico ed è possibile virare nel grottesco senza che il tuo racconto perda di credibilità o potenza, come è persino  possibile inserire elementi comici. Tutto sta nel dosaggio, nel come si miscelano gli elementi del racconto. E’ opinione tristemente condivisa che l’horror sia cinema di serie B, spazzatura, mentre è un genere importantissimo. Spesso ha un effetto catartico, serve a liberarci dalle nostre paure, a raccontarle, a metterle nero su bianco. Sovente nei film horror si nasconde una certa critica sociale e, ancor di più, si narrano e analizzano le pulsioni più recondite dell’animo umano. Tutto ciò rende questo un genere indiscutibilmente essenziale».

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «Ciascun incontro ti cambia la vita. Ogni persona che s’interseca con la tua esistenza ti trasforma se tu sei abbastanza ricettivo da cercare di apprendere e far tesoro delle esperienze altrui. Certamente ci sono incontri più importanti di altri. Dal punto di vista artistico l’incontro con Pupi Avati è quello più significativo ed ha dato luogo ad una lunga collaborazione che dura ancor oggi. Sono passati quindici anni e ancora ricordo quando da giovane regista chiesi un consiglio al Maestro su come dovevo comportarmi con la mia crew sul set. Avati mi disse una cosa così semplice eppure così importante ed efficace: “anche se non sai cosa fare, anche se non hai ancora deciso come girare la scena, tu parti, dai disposizioni, indica dove mettere la cinepresa e vedrai che tutti ti seguiranno”. Un consiglio veramente prezioso».

Il tuo primo lavoro? «Se per primo lavoro intendiamo il primo lungometraggio allora parliamo di “The Darkness Beyond”. Ho iniziato a girare nel 1998 e con i pochi soldi a disposizione riuscii a realizzare solo i primi 40 minuti. Inviai questo montaggio ad alcune case di produzione americane e la Prescription Films lo trovò così interessante che mi aiutò a trovare le risorse per completarlo giusto in tempo per il Market di Cannes. Era il 2000 e a Cannes il film venne venduto molto bene. Cominciò tutto così, in modo molto semplice ed entusiasmante. Da allora ho avuto alti e bassi, anche dal punto di vista creativo, ma a parte un film di cui non sono soddisfatto, sono orgoglioso di ogni opera cinematografica che ho realizzato».

Quali sono i registi a cui ti ispiri, i tuoi modelli di riferimento? «Verrebbe da dire i soliti noti, i soliti grandi che hanno fatto grande il cinema: Kubrik, Hitchcock, Bergman, Buñuel… potrei andare avanti all’infinito, eppure a volte mi ritrovo davanti ad un film e ne resto rapito, vengo pervaso da un senso di gioia per le emozioni che l’opera ha in me suscitato che sapere chi l’ha fatto passa in secondo piano. Ci sono film meravigliosi di cui nemmeno so chi sia il regista. Nel gergo cinematografico esiste una tecnica registica chiamata “regia invisibile”, ovvero quando la mano del regista si sente poco, cioè gira al servizio della storia e non per mostrare la sua perizia tecnica o artistica. Ecco, a volte mi piace pensare che il regista debba essere invisibile, è l’opera che fa le sue veci, è il film che conta, il regista può anche restare nell’ombra, il risultato di sicuro non cambia».

Il giorno in cui ti sei detto: ce l’hai fatta! «Non l’ho mai detto e credo che non lo dirò mai. La strada è sempre in salita. Il mondo del cinema è un teatro dell’assurdo dove ciò che sembra non è ciò che è, dove tutto può cambiare da un momento all’altro, dove le certezze si trasformano in incertezze, dove ciò che hai conquistato lo puoi perdere semplicemente sbagliando un film. Forse per questo ogni qualvolta finisco le riprese di un film mi ritrovo a pensare di smettere, dico che è l’ultimo che non tornerò sul set, che sono stanco. E non parlo di stanchezza fisica, ma stanco delle dinamiche perverse che ruotano intorno a questo mondo, stanco di come in Italia viene mal gestita un’industria che si è ormai sgretolata e che è moribonda, stanco di vedermi costretto a pensare troppo spesso a quanto costa un film piuttosto che concentrami sui suoi contenuti artistici. Fortuna vuole che questa stanchezza passi, che l’amore per il cinema così come si assopisce si risveglia e si rigenera ogni volta, ed è così che si riparte a pensare ad un nuovo film, con un risveglio, con una rinascita».

Hai mai dei rimpianti? «No, ho fatto delle scelte difficili, alcune giuste, altre sbagliate. Dagli errori ho appreso molto, dai successi pure. Alla fine quello che conta è sempre questo: imparare, apprendere, migliorarsi sempre».

Cosa pensi della situazione attuale del cinema italiano? Quali sono il più grande pregio ed il più grande difetto del nostro cinema? «Il pregio più grande è che ha difetti, il difetto più grande è che ha pregi. Sembra un paradosso ma è così, e sto parlando forse di un cinema che in pochi vedono. In superficie vediamo le commediole di derivazione televisiva o i rari casi di eccellenza che purtroppo danno lustro ma non risollevano il nostro cinema perché solo casi eccezionali. Ma se scaviamo e andiamo underground, allora ci si trova innanzi ad un cinema genuino, sconosciuto ai più, imperfetto eppure così potente, vivo. Il cinema italiano ormai non vive più alla luce del sole ma c’è, è nascosto da una coltre di polvere che nessuno sembra avere interesse a scostare, ma quando questo accadrà finalmente si potrà cominciare a ricostruire e a parlare di vera rinascita».

Qual è il rapporto fra il cinema ed i giovani registi? Credi vengano offerte chances sufficienti per chi si propone in un mondo così competitivo? «Emergere nel mondo del cinema è sempre stato difficilissimo ma ora lo è ancor di più. Essere bravi non basta, essere i migliori nemmeno, ma queste restano comunque due condizioni essenziali per ottenere un successo duraturo. A tutto ciò dobbiamo aggiungere un pizzico di fortuna. La buona sorte ti deve dare una mano altrimenti il tutto rischia di trasformarsi in una profusione di sforzi atti a produrre pochi risultati concreti. La fortuna va anche cercata, creata, sollecitata. Tenere la mente aperta ed essere pronti ad afferrare le occasioni quando si presentano è un buon metodo per imboccare la giusta strada».

Il film, ovviamente horror, di cui vorresti essere stato tu il regista? Anche del passato. «I miei film preferiti non sono necessariamente horror, anzi. Mi piacerebbe aver girato “Il fascino discreto della borghesia” di Buñuel, oppure “Il silenzio” di Bergman o, in epoca recente, avrei voluto curare la regia di un film come “L’ultima eclissi” o “Gattaca”. Tra gli horror direi senz’altro “Shining” e “Non aprite quella porta”».

Se non avessi fatto il regista, saresti stato? «Probabilmente avrei fatto l’insegnante, semplicemente perché lo ritengo uno dei mestieri più utili che ci siano. La trasmissione del sapere è cruciale ora più che mai. Quando sento dire la frase “chi non ha talento insegna” mi irrito assai. Essere un bravo insegnante è di per se un grande talento. Per certi versi insegnare è un po’ come dirigere un film, ci sono molte affinità. Credo che certi bravi insegnanti possano essere degli ottimi registi».

Come vengono guardati all’estero i giovani registi italiani? Qual è stato il tuo impatto con il mercato straniero? «Per anni l’unico mercato di riferimento per me è stato quello estero. L’Italia mi ha ignorato per lunghi anni mentre dal resto del mondo ho ricevuto attenzioni e gratificazioni. L’impatto è stato buono sin da subito e non c’è nulla di strano in questo. E’ l’Italia l’anomalia. E’ per questo che noi registi italiani siamo costretti a girare in inglese con attori americani, per garantirci una via di accesso più lineare nel mercato estero. Assurdo da italiani non pensare nemmeno per un attimo al mercato nostrano già all’atto della concezione di un film. E’ triste ma è la dura realtà. Da questo paese se ne andranno tutti se le cose non iniziano a cambiare in tempi rapidi».

A chi vuoi dire grazie oggi? «Ringrazio la vita, ringrazio Dio. Non sono un grande uomo di fede ma mi piace pensare che dietro ogni incontro, dietro ogni atto umano ci sia un perché. Pensare che tutto sia dettato dal caso è stata per anni la mia convinzione ma ora esprimo una volontà diversa. Questo cambio di percezione rende la vita migliore e ti fa apprezzare anche le cose più piccole e apparentemente insignificanti. Ringrazio mio padre e mia madre che mi hanno fatto dono della vita, che mi hanno insegnato il rispetto per gli altri e l’amore per l’arte, ringrazio mia figlia che mi aiuta a comprendere ogni giorno quanto prezioso e difficile sia crescere ed educare. Ogni mattina apro gli occhi e ringrazio per l’opportunità di avere un nuovo giorno da spendere per me e per gli altri, per le persone che amo ed arricchiscono la mia vita».

Il tuo ultimo pensiero prima di dormire? «Prima di tutto prego. Ribadisco che non sono un uomo di fede, che credere è difficile ed è un processo ancora denso di conflitti. Credo però nella forza della preghiera soprattutto quando è indirizzata verso le persone che ami. Dopo di che mi immergo nei pensieri più intimi, penso alle storie che vorrei raccontare in un prossimo film, immagino scene e situazioni e lascio che i sogni si confondano con i miei pensieri mentre lentamente sprofondo nel mio mondo onirico».

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