maggio 1, 2014 | by Emilia Filocamo
“Insegnavo ai reduci del Vietnam”. David Morrell, ci dice come è nato Rambo, uno dei più grandi successi cinematografici di sempre

Ho quasi una sorta di formula per capire quando si è davvero di fronte ad un grande scrittore, ammesso che il  talento sia ingabbiabile in una formula. Uno scrittore di successo è quello che, potenza dell’ispirazione a parte, fa della scrittura un esercizio quotidiano e costante, con un numero di ore preciso, una sorta di  turno “in  fabbrica” un po’ sui generis che consta di prime stesure, correzioni, riletture e rielaborazioni. Fin qui prevalgono la tecnica e la disciplina, ma poi interviene qualcosa di più, qualcosa che fa capire quanto essere scrittore significhi soprattutto non poter fare a meno neanche per un istante dello scrivere. David Morrell, autore più volte nella top ten degli scrittori più letti del New York Times, e soprattutto padre di un personaggio leggendario, Rambo, magistralmente portato sugli schermi da Sylvester Stallone, e oggi autore di un acclamato thriller, Murder as a Fine Art (in Italia tradotto come La perfezione del male), spiega questo bisogno, questa sorta di pulsione irrefrenabile.
Morrell-MurderasaFineArthighresFaccio questo mestiere da ben 42 anni ed è diventato una parte di me a tal punto che quando non sono in grado di scrivere o non mantengo il mio ritmo, sento che in quella giornata c’è davvero qualcosa di sbagliato. Il suo ultimo capolavoro, acclamato dal Publishers Weekly e da Bookpages come uno dei migliori dieci thriller del 2013, ripercorre la terribile scia di sangue dei delitti della Ratcliffe Highway avvenuti nel dicembre del 1811, e noti come i più efferati di quel periodo. Mai spiegati completamente, portarono tutta la città di Londra in un periodo di panico generale. Nel romanzo di Morrell, quarantatrè anni dopo quegli eventi, l’altrettanto famoso Thomas De Quincey torna a Londra. Conosciuto per il testo Confessions of an english opium eater (Confessioni di un mangiatore di oppio), diventa tristemente famoso anche per un saggio intitolato On murder considered as one of the Fine Arts. Pochi giorni dopo il suo arrivo in città, una famiglia viene barbaramente massacrata secondo lo schema dei delitti del 1811, sembra quasi che qualcuno stia usando il saggio di De Quincey come vademecum ed ispirazione ed, ovviamente, De Quincey è il primo sospettato. Costretto a nascondersi e tutelarsi grazie anche all’aiuto di sua figlia, la brillante Emily, e di due agenti di Scotland Yard, De Quincey dovrà fare di tutto per scoprire la verità prima che la scia di sangue distrugga altre vite e la stessa città di Londra.
David Morrell racconta la genesi di questo romanzo di successo e come, soprattutto, Rambo abbia cambiato la sua vita.

Signor Morrell, quando ha cominciato a scrivere e a capire esattamente che avrebbe voluto fare questo nella sua vita? Quando avevo diciassette anni debuttò in tv una serie televisiva intitolata Route 66 (che allora era una delle più note autostrade americane). La serie raccontava di due giovani uomini che attraversavano gli Stati Uniti a bordo di una corvette decappottabile e vivevano tantissime avventure. Tutta la serie era girata esattamente sulle location indicate e l’autore della sceneggiatura, Stirling Silliphant (che poi avrebbe ricevuto anche l’Oscar per In the heat of the Night) mi impressionò a tal punto per quel mix di azione ed idee, che decisi di diventare uno scrittore. Scrissi addirittura una lettera a Silliphant, dicendogli che volevo essere lui. Silliphant mi rispose incoraggiandomi e da allora non mi sono mai guardato indietro.

Chi è stato il suo primo fan? La prima persona che ha creduto in lei? Per esercitarmi e prepararmi come scrittore ho frequentato l’Università della Pennsylvania dove ho incontrato Philip Klass, uno scrittore di  fiction, per lo più fantascienza nel periodo d’oro di questo genere, negli anni ’50 e che si firmava con lo pseudonimo di William Tenn. Io non scrivo di fantascienza ma i principi dello scrivere sono immutabili, indipendentemente dal genere. E Klass mi ha incoraggiato a scrivere First Blood, il romanzo appunto in cui per la prima volta appare il personaggio di Rambo.

In genere per tutti gli scrittori gli esordi sono difficilissimi con numerosi rifiuti da parte delle case editrici. È stato così anche per lei? Posso dire di essere stato davvero molto fortunato. Philip Klass, organizzò una festa a cui parteciparono il suo agente e il leggendario autore di thriller Donald E. Westlake. Durante la festa Klass chiese ai suoi due ospiti di ascoltarmi mentre raccontavo la trama di First Blood. Entrambi furono entusiasti del soggetto e della storia e subito mi procurarono un agente. Quando terminai la storia, fu venduta ad una casa editrice nel giro di sei settimane. Questa è la parte facile della storia, poi il difficile sono stati i tre anni trascorsi a scrivere tutto il romanzo e i dieci che sono serviti perché il romanzo diventasse un film, Rambo, appunto.

morrell_000In che modo Rambo le ha cambiato la vita? Come è cominciato tutto? L’ispirazione da dove le è nata? Tutto è iniziato sempre all’Università della Pennsylvania. Allora guadagnavo insegnando ai corsisti del primo anno di college come scrivere un saggio. Era il 1968 e molti di quegli studenti erano giovani reduci dalla guerra in Vietnam. Mi raccontarono come fosse per loro complicato passare da una mentalità militare, da soldato, a quella di un cittadino che tornava alla vita cosiddetta normale. Soffrivano di terribili incubi notturni, erano alcolizzati, non riuscivano a dormire, provavano una rabbia irrefrenabile e in genere mostravano dei chiari sintomi di quello che noi oggi chiamiamo un disagio mentale provocato da uno stress post traumatico. Così decisi di scrivere un romanzo in cui un reduce dalla guerra in Vietnam dava la propria versione di quell’evento arrivando in una piccola città dell’America: First Blood e quindi Rambo furono il risultato di quell’idea. Non avrei mai immaginato che quel soldato nato dalla mia fantasia potesse arrivare ad essere conosciuto in tutto il mondo, il romanzo fu pubblicato nel 1972 e ancora oggi, quarantadue anni dopo, viene ristampato. Non a caso a Dicembre, sarà pubblicata una nuova versione anche in Italiano. Un giornalista polacco una volta mi raccontò che quando i polacchi si ribellarono contro la presenza sovietica nel loro territorio, guardavano e traevano ispirazione proprio dai film di Rambo, si vestivano come lui e uscivano a protestare nelle strade. Il giornalista mi disse che Rambo aveva in qualche modo contribuito alla fine dell’Unione Sovietica. La mia gioia più grande è sapere che nell’era dei film solo cinque personaggi sono stati riconosciuti come i più apprezzati del mondo: Sherlock Holmes, Tarzan, James Bond, Rambo e Harry Potter. Io sono felicissimo che il mio Rambo sia fra questi magnifici cinque.

Ma che soddisfazione si prova a sapere che il proprio libro diventerà un film? Quali sono state le sue emozioni? I diritti di circa metà dei miei romanzi sono stati acquistati dagli studi cinematografici ma solo alcuni sono diventati film. Il fattore fortuna è così determinante nel mondo dei film, che sono sempre piuttosto scettico quando un progetto si muove dalla carta e sembra progredire verso il grande schermo. Detto questo è ovvio che si prova un’emozione grandissima a vedere la propria creazione lì, al cinema. Non potrò mai dimenticare la mia incredulità quando nel 1982, vidi per la prima volta Rambo al cinema. 

Nelle foto Morrell con Stallone

Esiste una ricetta particolare che permette ad un personaggio di essere consacrato universalmente e di rimanere indimenticabile? Non credo esista una ricetta, così come non credo esista una formula per il successo. Tutti i miei romanzi sono fatti di suspence e azione, ma poi cerco di trovare anche nuovi stimoli. Credo che la ragione per cui dopo ben 42 anni, i miei romanzi sono ancora pubblicati e letti sia che cerco di rinnovarmi e di non fermarmi mai nello stesso posto. Il mio ultimo lavoro, “Murder as a Fine Art”, ne è un esempio: ero così affascinato dalla degradazione e dalle nebbiose strade della Londra del 1854 che ho trascorso due anni alla ricerca della location e della storia giusta per convincere i miei lettori che fossero davvero in quel posto.

C’è un personaggio dei suoi romanzi a cui è affezionato maggiormente, escludendo Rambo, ovviamente? Sicuramente il protagonista di “La Perfezione del Male”, Thomas De Quincey, uno dei più brillanti ed apprezzati scrittori dell’era vittoriana. È stato il primo ad usare la parola subconscio anticipando di circa mezzo secolo le teorie di Freud; con il suo saggio “On Murder Consider as a Fine Arts” ha inventato il thriller e per primo ha scritto un libro sulla dipendenza da droghe con il suo “Confessioni di un mangiatore di Oppio”. Dopo averlo letto sono rimasto così affascinato da essere capace di rileggere all’infinito tutti i suoi lavori, ho divorato tutte le sue opere e le sue biografie e quando ho deciso di iniziare a scrivere La Perfezione del Male, mi sentivo quasi una sua reincarnazione, tale era l’osmosi e l’influenza che si era stabilita fra me e lui.

È mai stato in Italia e cosa pensa degli scrittori italiani? C’è qualcuno che la affascina particolarmente? Quindici anni fa ho avuto modo di visitare gran parte del Nord Italia, da Venezia a Milano, passando per Portofino e Siena. Avendo ricevuto un’educazione classica, avendo letto Petrarca, Dante e Boccaccio, sono stato letteralmente ammaliato dalla bellezza del vostro Paese e dalla vostra arte. Non ho grande familiarità con gli scrittori italiani di ultima generazione, il mio mito rimane Umberto Eco con il “Nome della Rosa”. 

Quando ha iniziato questo mestiere, quali sono stati i suoi modelli? Il primo è stato sicuramente Ernest Hemingway, aveva un modo speciale di usare la lingua e le frasi, tale da rendere perfettamente le emozioni e la psicologia dei personaggi. Poi ho adorato il capolavoro di James M. Cain, “Il Postino suona sempre due volte” e “Rough Male” di Geoffrey Household, un thriller del 1939 su una sorta di caccia all’uomo ad Hitler. Le scene di azione di Household sono incredibilmente attuali e brillanti.

Cosa c’è nel suo futuro? Quali sono i suoi progetti? Credo che mi fermerò ancora per un bel po’ nella Londra del 1850, infatti ho appena ultimato il sequel a “La Perfezione del Male” che si intitola “Inspector of the Dead”. La trama questa volta coinvolge anche la Guerra di Crimea e i numerosi tentativi di assassinio della regina Vittoria. Il mio progetto è di scrivere almeno tre romanzi su Thomas De Quincey e l’era vittoriana. Quell’epoca ha avuto uno scenario culturale così vario e particolare che entrarvi è come andare su Marte. Poi deciderò che direzione prendere. Ho anche scritto per i Fumetti della Marvel. A dicembre sono stati pubblicati i miei due lavori dedicati ad una serie a fumetti sull’Uomo Ragno e ad agosto uscirà un mio lavoro su Wolverine. Scrivere fumetti è complicatissimo: io scelgo il numero di scene su ogni pagina e descrivo quello che succede in queste scene, poi i grafici e gli artisti interpretano la mia storia nei dettagli. È come scrivere una sceneggiatura partendo però dal film. 

Cosa consiglierebbe a chi nella vita vuole fare lo scrittore? Il mio consiglio è molto semplice e diretto: sii te stesso. Non imitare mai nessuno, cerca di essere il primo del tuo genere piuttosto che la copia mal riuscita di un autore già conosciuto.

Cosa la ispira prima di iniziare a scrivere un romanzo? Ho l’abitudine, prima di iniziare a scrivere un libro, di scrivere una lettera a me stesso in cui mi faccio questa domanda: “Che cosa ha questo libro per cui devi perderci dietro uno o due anni?” Ed in genere la risposta deve essere innanzitutto una trama convincente, il modo in cui è scritto, la ricerca e l’attenzione costanti, al punto tale da farmi sentire una persona più completa una volta che il lavoro è terminato.

Ha dei riti particolari quando comincia a scrivere o quando termina un libro? Ogni scrittore ha un proprio metodo. In genere sono molto più produttivo di mattina: mi alzo, faccio colazione, leggo il giornale ed inizio a scrivere intorno alle 8.30 e continuo così fino a mezzogiorno. Poi faccio ginnastica, pranzo e torno a scrivere almeno fino alle cinque del pomeriggio. La mia meta fissa è quella di scrivere almeno 5 pagine leggibili alla fine di ogni giorno che è un obiettivo più complicato di quanto possa sembrare. Quando sono sul punto di consegnare alla casa editrice, lavoro sette giorni su sette, altrimenti solo cinque giorni a settimana. 

Un impegno davvero costante insomma? Che necessita di grande disciplina. La cosa più bella ed importante che abbiamo è il tempo ed io cerco di utilizzarlo nella maniera più giusta e più saggia.

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Rambo – Il trailer (1982) 

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