ottobre 5, 2014 | by Emilia Filocamo
«L’ innovazione è una strada da tentare». A Ravello Magazine Ivan Silvestrini, il regista della rivoluzionaria webserie Under

La rivoluzione spesso è nella mente, nell’idea che è improvvisa e geniale, nel percorso che gli altri non hanno battuto, che magari   hanno annusato, ma senza poi incuriosirsi a sufficienza per tentarlo. La rivoluzione è anche questo: è forse passare per strade inconsuete e farlo con scioltezza, con agilità, come se fosse un itinerario ordinario. La grandezza sta poi nel trascinare gli altri su quello stesso percorso. Ho avuto necessità di questo preambolo perché l’intervista ad Ivan Silvestrini, regista, me lo ha suggerito d’impatto. Mi addentro così nel suo mondo velocissimo ed insolito, fatto di scelte inconsuete e di una regia fuori dal coro. A cominciare da un prodotto di grande innovazione, la webserie Under, tratta dal romanzo di Giulia Gubellini,   la cui prima puntata è andata in onda sul web il 25 giugno scorso e con un cast di grande impatto che va da Giorgio Colangeli a Gianmarco Tognazzi passando per Chiara Iezzi di Paola e Chiara e da Valentina Bellè a Josè Dammert.  In un Paese allo sbando, il controllo del potere è assolutamente militarizzato e mette a punto ad un reality show, appunto Under, in cui vengono puniti i soggetti socialmente pericolosi.

Ivan, sei autore di un prodotto innovativo, Under – The Series, una web serie, appunto: ci racconti come nasce questo progetto e in quale modo pensi possa impattare il pubblico, essendo originale sia per formar che per contenuti? «L’idea è venuta alla produttrice Gloria Giorgianni, si pensava di fare una sorta di book trailer 2.0 per l’uscita di un romanzo su cui Rizzoli stava puntando moltissimo, poi beh…ho letto il romanzo, ho fatto le mie considerazioni circa l’adattamento e le cose sono un po’ esplose: la serie ha raggiunto una tale complessità e relativa autonomia che si è deciso di fare una vera e propria operazione crossmediale con uscita in parallelo di un libro e di una serie tratta dal libro. Penso, spero che il pubblico veda in Under il tentativo di rispolverare la narrazione di genere in Italia, da troppo tempo relegata a produzioni straniere. C’è bisogno prima di tutto di una nuova credibilità estetica, di volti, di luce, di immagini. Under è una cosa piccola rispetto a questo piano, ma da qualche parte bisogna pur iniziare».

Sei un regista sui generis, che sceglie lavori che esulano credo dai contesti tradizionali, penso non solo ad Under ma anche al prequel di una serie di successo, Una Grande Famiglia: da cosa nasce questa tua esigenza di distinzione? Qual è il tuo metodo guida insomma quando ti avvicini ad un nuovo lavoro? «Mi piace confrontarmi con diversi generi, credo che sia bello riuscire a mettere qualcosa di tuo in prodotti diversi come quelli che ho avuto modo di realizzare. Se un metodo-guida c’è, è solo il piacere per la sfida e un po’ di fiuto sui progetti che si realizzeranno concretamente».

Quando nasce il tuo desiderio di diventare un regista? Sei figlio d’arte oppure è una passione nata con te? «Non sono un figlio d’arte, i miei genitori mi hanno supportato (e sopportato) ma al massimo mio padre mi ha insegnato a suonare la chitarra. Al liceo volevo fare la rockstar, poi all’università ho capito che il mio amore per la fotografia, la narrativa e la musica poteva confluire nel cinema come mezzo espressivo».

Cosa vuol dire essere un regista oggi? Quali sono le difficoltà e le soddisfazioni del tuo mestiere? «Io sono davvero agli inizi del mio percorso, questa è una fase non facilissima, ho fatto troppe cose per essere chiamato a fare qualsiasi cosa, ma troppe poche cose per essere completamente assorbito nel Sistema. Ci sto lavorando, spero che questi duri anni di semina germoglino presto in nuovi progetti di cui essere orgogliosi. Le soddisfazioni per fortuna, quando si ha dedizione per il proprio lavoro, non mancano mai, ci sono molte persone che fanno il tifo per me, io le sento con me, mi danno forza e mi responsabilizzano rispetto al fare sempre meglio».

Un difetto ed un pregio della tua regia, insomma, qualcosa su cui ritieni puoi migliorare, ammesso che ci sia, e qualcosa di cui invece sei particolarmente soddisfatto e che costituisce la tua cifra distintiva in regia? «Le mie regie hanno molti difetti (almeno per il mio standard qualitativo interiore) spesso questi derivano da un margine di approssimazione inevitabile con i tempi serrati che il cinema indipendente ti costringe ad avere, io sono per il non spingere una troupe a fare straordinari impossibili, mi vergogno molto quando devo chiedere anche solo un’ora in più (anche se ho dovuto girare 16 scene in un giorno). In definitiva credo che il mio mestiere debba andare incontro a quello degli altri, il cinema è un lavoro di squadra, il regista è il traino, ma non può lottare coi mulini a vento a discapito di tutti, ci sono tot ore al giorno, a volte qualcuna in più, quello che si riesce a fare è quello che avrai al montaggio e poi si vedrà… un giorno potrò forse chiedere giorni extra, ma ad oggi il mio modello è questo, e va bene così. Sono soddisfatto che ci siano persone che riconoscono le “silvestrinate” in quello che faccio. Di certo mi piace il rapporto che sto imparando a stabilire con gli attori. A volte gli attori sono tutto quello che hai, spero un giorno di poter girare anche storie di più ampio respiro, con grandi scenografie e tutto, ma per ora non mi lamento».

Un incontro che ti ha segnato, professionalmente parlando? «Di certo avere come maestro al Centro Sperimentale di Cinematografia Daniele Luchetti mi ha aperto gli occhi su tante cose».

C’è stato un gruppo di lavoro, un set su cui ti sei trovato meglio, insomma un momento magico e che non si è più ripetuto? «Sono stato fortunato, ho avuto sempre troupe fantastiche, motivate, che hanno reso ogni set indimenticabile, certo la prima web series (Stuck) fatta “in famiglia” non la scorderò mai».

Cosa consiglieresti ad un giovane che si avvicina al mondo della regia, che vuole fare questo nella vita? «Consiglierei di lasciar perdere, e quando questo tornerà da me dicendo che non intende farlo gli direi che non ho certezze, perché il mio metodo non mi ha portato così lontano ancora, ma se c’è una cosa che fa di me quello che sono è la continua, spasmodica ricerca dell’unicità, partendo da quello che sei, quello che ti ossessiona, evitando il citazionismo, il tributo a tutti i costi; bisogna non essere freddi, ma mettere in gioco le proprie emozioni, cercare una comunicazione emotiva col pubblico. Studiare tantissimo e non smettere mai di farlo, essere voraci e prendere da tutti un qualcosa, nel bene e nel male, tutto ci insegna qualcosa se siamo disposti a imparare».

I tuoi prossimi progetti ? «Sto per cominciare un progettino sperimentale, un mokumentary, una cosa molto personale e dai dubbi esiti, e poi sto lavorando a 2 film».

Come ti vedi fra venti anni? C’è un sogno che vorresti realizzare, un’idea, un progetto che magari speri di portare a termine con il tempo? «Vivere di quello che amo fare e dimostrare che esiste un modo di farcela anche se nessuno è davanti a farmi strada. Se ce l’avrò fatta, tra 20 anni sarò lì».

 

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