luglio 28, 2014 | by Emilia Filocamo
La bellezza e l’inquietudine

Il mercoledì del 1991 era intoccabile, sacro quanto un’edicola votiva, un rituale, la vigilia di una grande, immancabile festività. Cominciavo a parlare di quell’appuntamento già alle 07,30 del mattino, aspettando l’autobus che mi avrebbe portata al liceo, già si ipotizzava, si sperava e si tentava di dare una direzione o una gomitata alla trama ingarbugliata e splendida. Una chitarra, anzi quella chitarra, ossessiva, cupa, intimidatrice, forse perfino più dell’usignolo ritto sul ramo, accompagnava solitamente due apparizioni: quella del camionista Leo Johnson, perennemente intabarrato nelle seriali camicie di flanella a quadri rossi, perennemente in collera con Shelley, la bionda cameriera che serve a più riprese fette di torta alla ciliegia, si Leo Johnons, con il codino di capelli castani legato alla rinfusa e gli occhi scuri di chi sta per fare una strage e quella che era condita dalle movenze sinuose di Audrey Horne, figlia del ricco e cinico Benjamin Horne, proprietario del Great Northern Hotel, dove ho sempre sognato di trascorrere almeno un mese.

Audrey era una bambolina peccaminosa e con mille segreti sotto i golfini di lana d’angora, antesignani dei cropped top visti a tante ragazzine in questa estate così balorda. Le scarpe lucide, bellissime, bianche e nere, sotto le gonne a vita alta e a tubino, strettissime. La chitarra, ossessiva, cupa, intimidatrice solitamente accompagnava le apparizioni di questi due personaggi nell’osannato, splendido Twin Peaks di David Lynch. Mercoledì sera quella stessa chitarra, solleticava le braccia lunghissime e le curve da gatta di Chrysta Bell. Quando è apparsa sul palco, che lei stessa ha definito unico, il più bello fra tutti quelli solcati nelle sue ultime credo 45 apparizioni, sembrava una Jessica Rabbit inquietante, venuta fuori non da un innocuo cartone animato, ma da un racconto noir, da uno di quei sogni strani alla David Lynch in cui ognuno non è quello che sembra, in cui ognuno non è quello che dice di essere e si accoda alla catena di incubi, più o meno svelabili, a quella carrellata paradossale di personaggi assurdi, la signora col ceppo, l’uomo con un braccio solo, il dottor Jacoby e le sue cassette con sopra incisa la voce di Laura Palmer, le terribili confessioni, i giochi erotici ed il senso di persecuzione.

Quando Chrysta Bell è apparsa sul palco, così statuaria nel corpo e flautata nella voce, così inquieta in quel suo ancheggiare, ha ricordato Twin Peaks e il momento in cui la bellissima cantante del telefilm che accennava a The Nightingale, testo ossessivo di Lynch, improvvisamente prendeva le sembianze del Gigante vestito di rosso che rivela il nome dell’assassino di Laura Palmer. Il gigante ed il nano che parla al contrario erano due figure chiave, per chi ricorda e ha amato come me Twin Peaks. Anche i video alle spalle di Chrysta Bell, specie quello del treno, mi hanno rimandato all’allucinato racconto dell’incredibile regista: le ferrovie e le segherie sembrano ossessive nel suo linguaggio cinematografico e le fiamme, che all’improvviso si sono viste alle spalle della sinuosa interprete, le famose fiamme del “ Fire walk with me” che ha accompagnato da un pezzetto di carta bruciacchiato al mistero finale tutti i fan del telefilm, perché allora era un telefilm, non una fiction, non un serial, non uno spin off. Alle spalle dunque i binari color seppia, inquietanti, ferrosi ed arrugginiti come quelli percorsi in trance da Ronette Pulasky, vestita di brandelli beije, che non parlerà mai più dopo aver rischiato la stessa sorte di Laura Palmer ed essere riuscita a fuggire. Anche Ronette, preda e vittima del misterioso Bob, l’uomo che sembra un misterioso capo indiano dai capelli sudici e bianchi e che compare come un totem maledetto ovunque nella casa di Laura Palmer dopo la sua morte: dietro un divano, dove la madre urla disperata, nello specchio dove il padre di Laura, diventato canuto per la perdita della figlia nel giro di pochi giorni, si osserva e vede riflesso l’assassino, o se stesso?

Le immagini alle spalle della voce “velluto blu” di Chrysta Bell erano magnifiche, lei lo era, così come lo era quel trittico di colori e di misteriose forme di strana consistenza che sembravano venute via dal corpo umano dopo un intervento chirurgico, come tre tumescenze da estirpare e di cui non si riusciva a capire il senso. Mi hanno ricordato la strana foto che era sulla cassetta della colonna sonora di Twin Peaks ad opera di Badalamenti e Lynch e che conservo ancora con gelosia. La foto ritraeva una sorta di occhio, o forse una pietra, non ho mai decifrato il significato di quell’immagine, credo nessuno lo abbia mai fatto. So solo che è stato strano, tremendo e bellissimo rivederla, simile, sul palco del Ravello Festival, mentre dietro si agitavano Atrani, il traffico e le lampare. Il mercoledì del 1991 per me era sacro ed intoccabile, e la sera di Chrysta Bell a Ravello era quella di mercoledì: non è una strana, inquietante coincidenza?

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