aprile 4, 2015 | by Emilia Filocamo
“La creatività è coraggio, in Italia la musica dovrebbe scendere dal piedistallo su cui è salita”. La giovane cantante Frida Neri ci racconta la sua carriera

Ho un ricordo piuttosto nitido della sera del 27 Giugno 2014, sera di Ravello Festival in cui si esibì la straordinaria cantante Dulce Pontes. Ricordo perfettamente come ero vestita, ricordo il clima, estivo ma senza esagerare, piacevolmente tiepido, dopo l’impennata afosa del 21 giugno, respirabile. Ricordo il cielo quieto, il pomeriggio azzurro e viola in cui i fiori della Villa erano straordinariamente vivaci e dritti nelle aiuole, ricordo la gente che si accomodava, il ritmo, la voglia di lasciarsi coinvolgere e di sorridere. E proprio quella sera, la protagonista di questa intervista, la cantante Frida Neri, doveva essere una delle tante persone da accogliere in tribuna, se non ci fosse stato un imprevisto di lavoro che le ha impedito di ascoltare l’artista e di essere parte integrante del tripudio di colori e del cielo sereno della sera ravellese. Abbiamo già un punto in comune, inconsapevolmente, nel momento in cui la raggiungo al telefono: e tutto quello che viene dopo nella nostra chiacchierata è inevitabilmente intinto di musica, spruzzato di contaminazioni, partiture, suggestioni e tradizioni popolari. Frida, che guardo nelle foto che completano l’intervista, è quasi un personaggio fiabesco, misteriosa come solo le artiste sanno essere, bella e sicura di se, quasi non imbrigliabile in un periodo storico preciso, sfuggente nel senso mitico del termine, “contaminata” lei stessa da più vite, come se le immagazzinasse tutte, e tutte le affiorassero alla pelle, bocche di antiche cantanti, profumo di merletti e crinoline, è come se cento storie venissero via dalla sua voce. Tutto è ammantato da un segreto, a cominciare dal suo nome d’arte, volutamente mitteleuropeo come lei stessa mi preciserà.

Frida, cosa rappresenta per te la musica? Per me la musica è il linguaggio fondamentale, è quello che parte da un livello profondo dell’anima e racconta storie che servono ad arricchire e ad educare anche chi non è avvezzo o aduso a recepirle. Proprio stamattina ho tenuto uno spettacolo in una scuola alberghiera di Riccione e pur non essendo abituati a questo genere di spettacolo, gli studenti si sono divertiti e hanno apprezzato molto. Per me la musica è uno dei due modi di approcciare la vita, l’altro è un approccio puramente filosofico. Ed entrambi, combinati nella giusta maniera, servono ad essere autentici e consapevoli. La musica è arte, e l’arte ha bisogno di toni smorzati, di ritiro, non come adesso dove tutto è esibito, urlato; per me fare musica è respirare, faccio musica perché non potrei fare altro.

Come nasce il tuo pseudonimo, il tuo nome d’arte? È nato come un rituale, una sorta di nuovo battesimo che mi ha aperto ad una rinascita, ad una fase che mi ha dato linfa sia musicalmente che esistenzialmente. Lo paragono un po’ alle maschere della tragedia che non avevano certo funzione di copertura, ma di amplificazione di ciò che si era, come fossero una sorta di filtro. In termini più pratici, il nome ed il cognome suonavano bene insieme e poi Frida, oltre a ricordare la grande Frida Kahlo, è un nome di origine mitteleuropea che rende bene l’aspetto della mia musica, ricca di contaminazioni. Così come è pieno di contaminazione ogni rito che si rispetti.

A cosa stai lavorando adesso? Sto lavorando su due piani differenti, innanzitutto il nuovo album che sarà diverso dall’Ep di esordio, sarà concepito su un altro piano stilistico: ho infatti inserito canzoni mie, derivate anche dal grande innamoramento che ho per il Fado, e poi ci sono mie reinterpretazioni di musiche popolari. Ma fra i due livelli stilistici di questo progetto, fra le due componenti, non c’è competizione, anzi grande armonia, ci sono sonorità contaminate con  l’utilizzo di strumenti musicali di derivazione popolare come il flauto ed il salterio. E poi sto lavorando con un team di teatro canzone, dopo il successo ottenuto con il progetto i Canti dell’Amor Perduto realizzato con Loris Ferri, Massimo Ottoni, Antonio Nasone e Ilaria Mignoni, una storia di resistenza, sia storica che culturale, che viene affidata ad una simbologia che fa leva sui concetti di terra e natura.

Frida Neri ha qualche rimpianto? Ma in realtà più che di rimpianti, parlerei di amarezza, amarezza di fondo riguardo allo stato della musica nel nostro Paese. Spesso, per lavoro, mi capita di essere all’estero e mi commuovo letteralmente nel vedere quanto sia stimata la cultura lì, mentre da noi è quasi un regalo e quando un diritto diventa regalo c’è qualcosa che non va. Un tempo tutti i grandi venivano da noi in Italia ad imparare l’arte, incolpiamo gli altri ma poi la responsabilità è tutta nostra. Anche io molto spesso mi sono posta la domanda se non fosse il caso di lasciare questo Paese ed andare via, ma poi, subito dopo, mi sorgeva un altro dubbio: e se andiamo tutti via che facciamo? E quindi si è costantemente divisi. Io mi sento sempre divisa.

Hai un sogno ancora da realizzare?  Il mio sogno  è molto semplice, ed è quello di poter lavorare al 100% e cioè avendo le condizioni giuste, senza faticare per realizzare ciò che voglio, pur servendomi di dimensioni alternative. Molto spesso nel nostro campo non c’è biodiversità musicale, io so di esulare dal main stream e di non entrare nelle etichette varie, nelle varie definizioni. Vorrei solo avere le condizioni giuste per realizzare la mia intuizione artistica e vivere degnamente della mia arte, soprattutto adesso che sto per diventare mamma.

Da futura mamma, ti auguri che tuo figlio segua la tua stessa carriera? In realtà sia il papà che la mamma sono musicisti, magari farà il meccanico perché non ne potrà più della musica! Scherzo. Le passioni non le scegliamo, sono loro che ci scelgono, mi auguro solo che possa trovare ciò che solletica i suoi talenti e che possa realizzarsi.

Conosci il Ravello Festival? Assolutamente si! E parteciparvi è uno dei sogni da realizzare. L’anno scorso avevo in progetto di venire a vedere Dulce Pontes il 27 giugno, ma poi un impegno di lavoro me lo ha impedito.

Cosa auguri alla musica italiana? Il mio augurio è che ci sia una grossa crisi, da non vedere attenzione come momento negativo, ma come sprone per una rinascita, come ripresa da una ubriacatura in cui è finita la musica qui in Italia. La nostra musica deve scendere dal piedistallo su cui è salita e riprendere i pezzi che ha perso per strada. Siamo pieni di talenti ma si ignorano perché bisogna rispondere all’approccio industriale, come accade nei talent, che paragono a dei discount. Bisogna essere audaci, rischiare, perché la creatività è coraggio.

Sono le ultime parole dell’intervista a Frida Neri, ci salutiamo con un grazie reciproco mentre la immagino allontanarsi leggiadra e consapevole, quasi come il personaggio di una saga popolare fatta di boschi, antichi strumenti a corda e natura incontaminata.

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