marzo 19, 2015 | by Emilia Filocamo
La crisi vista sotto un altro punto di vista, come fermento per un cambiamento della società: intervista doppia ai registi Giovanni Ficetola e Matteo Fontana ideatori della web serie Shadowrunners

Lo ricordo bene il pomeriggio che ha preceduto questa intervista: era ancora tutto in divenire, il Natale non vicinissimo ma già nell’aria con gli addobbi nelle scatole scoperchiate e cavate fuori da cumuli di pacchi, i preparativi solo abbozzati, ipotizzati. Lo ricordo bene perché tutto è avvenuto in maniera diversa, insolita: una telefonata a viva voce che ha connesso il silenzio pomeridiano ed invernale di Ravello alla vivacità cittadina di Milano. Così Matteo Fontana e Giovanni Ficetola, autori e registi della web serie Shadowrunners, una serie che promette già dai contenuti, di essere diversa dal panorama nutrito delle web serie in circolazione, mi hanno introdotta nel loro mondo. Una web serie che parte dal tema della crisi isolandola in un contesto diverso di reazione e di sopravvivenza, di ribellione, sfacelo, raccontandola con un tono asciutto, secco. Non posso nascondere che sentendoli parlare, dopo aver messo in comune la mia curiosità, centellinata in poche domande, ed il loro entusiasmo creativo, mi sono trovata coinvolta e convinta al punto tale che, guardando le foto, necessario allegato in termini di immagini per completare questa intervista, ho avvertito quel solletico che mi capita quando ho “fame” di un prodotto televisivo interessante o di un libro: fame condensata nella voglia di vederlo subito, di trovarmi immersa nelle storie che i personaggi accennano nei loro profili o nelle movenze rubate con la macchina fotografica dal set.

Matteo, Giovanni, ci raccontate esattamente cosa è Shadowrunners? II progetto “Shadowrunners” nasce piuttosto lontano, un paio d’anni fa. Eravamo entrambi, come molti del resto, preoccupati dal fenomeno della “crisi”, che dura ormai da diversi anni. Come sta cambiando il mondo per effetto della crisi? Ci chiedevamo. E soprattutto: tutto quello che sta accadendo nel mondo (i riots, il ribellismo, i movimenti spontanei anti-sistema) come si inquadra in questo panorama? Posto che alcuni tentavano (e tentano) di far passare tutto ciò come “deviazioni”, come psicopatia o isterismo di massa, noi ci siamo invece avvicinati alla scottante tematica da un altro punto di vista, più aperto: e se tutto ciò non fosse che un sintomo, un gigantesco sintomo (o tanti diversi sintomi) di un cambiamento incipiente, di uno stravolgimento del mondo prossimo venturo che la vecchia classe dirigente non sta minimamente capendo? È sempre stato così, del resto: chi detiene il potere diventa perlopiù conservatore, chi il potere non ce l’ha e fa la fame o patisce le ingiustizie del sistema, si adopera per rovesciare la situazione. “Shadowrunners” è un’inquietante ipotesi sociale e politica, è il racconto, in 7 episodi, di quello che potrebbe essere un preciso piano dietro i riots, un piano per sovvertire il sistema, un piano che noi non indichiamo come perfetto o consigliabile. Noi non giudichiamo: ci limitiamo a suggerire una possibilità. Abbiamo voluto misurarci con la forma narrativa del serial, ad episodi brevi anche per evidenti limiti di budget, perché è secondo noi una forma estremamente attuale, quella che probabilmente meglio di tutte è oggi in grado di raccontare la realtà instillando in essa anche una certa dose di affabulazione, di ideazione, di interpretazione. La suddivisione in episodi che abbiamo scelto, fin dalla fase di scrittura, racconta, ancor più e ancor prima che una storia, un ambiente, dei personaggi e il loro background. Non a caso, i primi tre episodi sono dedicati, fin dal titolo, a tre dei protagonisti, e anche gli altri episodi rimangono, volta a volta, “agganciati” ciascuno ad un personaggio in particolare. Il serial conta 7 episodi della durata di 15 minuti circa. Lo stile che abbiamo scelto è tendenzialmente duplice: camera a mano e inquadrature brevi per le parti dedicate alla banda, e ovviamente per le scene di combattimento. Stile “da strada”, insomma!

Ci parlate dei protagonisti della serie? I personaggi principali sono Micko e Sadho (nomi di battaglia di Michelangelo Passigli e Stefano Sgarella), due ragazzi di borgata, nati e cresciuti ai margini di Milano, in una terra di nessuno tagliata a fette dai binari della ferrovia e dai treni che sfrecciano veloci senza mai fermarsi, venuti su a forza di botte, in famiglie difficili. Micko è il riflessivo, ha studiato, è diventato elettrotecnico, conosce un mestiere, è rispettato, si porta dietro – come un guru – i ragazzi del quartiere. Lo interpreta un fenomenale Davide Fumagalli. Sadho è violento e psicotico, risponde ai pugni coi pugni, ha conosciuto il riformatorio e la galera. È il leader violento della banda, quello che tutti ammirano nel quartiere perché non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, perché piuttosto che cedere lotta sempre, perché non ha paura della galera… Sadho è interpretato da Daniele Balconi, che offre un’eccezionale performance tanto da attore quanto da stuntman, la sua prima occupazione. Tutte le coreografie dei combattimenti  sono state progettate e curate da lui e dal suo gruppo di stuntmen, i Flying Without Fear. Dietro ai due leader, cresce Rino (vero nome Chiarino Dominici), un giovanissimo, appena entrato nella banda (il primo episodio racconta proprio il suo rito d’iniziazione, a base di sesso e violenza). Il serial vede, in un certo senso, come protagonista assoluto, nel senso che è soprattutto attraverso il suo sguardo che attraversiamo la vicenda. Lo interpreta un esordiente assoluto: Jacopo Brognoli, ballerino di professione e attore alla prima esperienza. L’antagonista-ma-non-troppo della banda, che con le sue scorrerie e col suo ribellismo tende a sovvertire l’ordine dapprima del quartiere, per poi allargarsi ulteriormente, è un commissario di Polizia, Francesco Estiarte, quarantenne sposato con una donna notevolmente più giovane, Laura. Un matrimonio difficile, lei è una ragazza complicata, pittrice mai soddisfa. È il personaggio più dolente e irrisolto del film, se vogliamo; lo interpreta, offrendo una performance intensissima, Ilario Carvelli, solidissimo attore professionista, di formazione teatrale. Laura, sua moglie, è invece interpretata da Marta Ferradini, cantautrice di professione ma anche ottima attrice, che offre un’interpretazione vibrante e sottile di questa ventottenne pittrice irrequieta e delusa da tutto.

Qual è il fil rouge che vi ha guidati nella scelta del cast? Voglio dire c’è stata una caratteristica particolare che cercavate negli attori e che poteva rendere concreta la vostra idea dei personaggi protagonisti? Dunque, visto l’argomento del serial e la sua natura drammaturgica (parte documentaristica e parte fiction), volevamo un cast bipartito: sia attori “pasoliniani”, molto spontanei e verosimili nei ruoli di strada, sia attori più marcatamente professionistici, per le parti squisitamente di fiction. In generale, amiamo una recitazione mimetica e minimale, non troppo teatrale e non troppo sottolineata. Alcuni degli interpreti dei ragazzi della banda non sono attori professionisti, mentre sono tutti professionisti gli interpreti dei ruoli principali, tra i quali teniamo a citare Ilario Carvelli, che ha dato vita a un commissario di polizia molto umano e contrastato. Accanto a lui, ad interpretare la sua fragile moglie, è Marta Ferradini, attrice e cantautrice, mentre i ruoli dei due capi degli “Shadowrunners” sono stati affidati a Davide Fumagalli e Daniele Balconi. Jacopo Brognoli, alla sua prima esperienza nel video, interpreta invece il più giovane accolito della banda, un ragazzo di periferia che trova nella banda la sua vera famiglia.

Lo sfondo è Milano, anzi, i quartieri meno agiati di Milano: in che modo la vostra città vi ha ispirato e come viene rappresentata all’interno del vostro prodotto? Milano in realtà ci ha quasi più ostacolati che aiutati! Beninteso, Milano come location, perché è una città nella quale non è facile trovare ambientazioni adatte ad un noir urbano. Abbiamo usato perlopiù quartieri periferici, ma non tanto per un afflato di denuncia, quanto piuttosto per disegnare un’atmosfera ben precisa, un’atmosfera da banlieue. Il serial punta molto su location marginali come ferrovie, sottopassaggi, stradoni di periferia, piccoli parchi riarsi dal Sole… Non mostriamo, volutamente, la Milano da cartolina. Ci ha aiutati molto, nella ricerca e nella messa a disposizione delle location, la Lombardia Film Commission.

Parlando di crisi, leitmotiv di partenza della serie, quali sono le difficoltà a cui il vostro mestiere ha dovuto far fronte in questa situazione di difficoltà ed incertezza economica generale? Tutte le difficoltà possibili e immaginabili. Già per via del soggetto molto duro e critico, sapevamo che non sarebbe stato facile trovare fondi per produrlo. In più, ci siamo scontrati con una serie quasi infinita di problematiche produttive e logistiche, dovute proprio al fatto di aver lavorato a zero budget. Dobbiamo un grandissimo ringraziamento a tutti gli attori e ai tecnici che, come noi, hanno creduto nel progetto, senza la loro partecipazione non saremmo riusciti a fare nulla. Se la produzione è durata più di due anni, il motivo è proprio che, senza budget, non abbiamo potuto imporre una nostra tempistica alla lavorazione, ma abbiamo dovuto approfittare di tutti i momenti propizi per portare a casa il lavoro. Ce l’abbiamo fatta e siamo molto felici.

Parliamo un po’ di voi e qui ognuno credo dovrà darmi una risposta differente: come nasce la vostra passione per questo lavoro? Siete figli d’arte o avete cominciato voi? Abbiamo amato il cinema fin da quando eravamo piccoli. Giovanni addirittura si vanta di aver visto per la prima volta “2001 – Odissea nello Spazio” a tre anni! Non siamo figli d’arte, anzi, abbiamo entrambi instillato nelle rispettive famiglie la passione per il video e il cinema iniziando già da ragazzini, ciascuno per suo conto perché non ci conoscevamo, a girare i nostri primi esperimenti. Ci siamo conosciuti nel 2005 e da allora la strada è stata comune.

Le web serie sono un po’ la novità del momento e stanno prendendo piede molto bene anche in Italia, mi avete anticipato che il vostro prodotto è piuttosto sui generis rispetto agli altri: che target volete raggiungere con il vostro lavoro e che messaggio volete condividere e lasciare? Sì, è vero, i web serial sono in forte espansione, per questo, dopo avere fatto un lungometraggio,  abbiamo deciso di misurarci con questa forma espressiva. Ci tenta molto la narrazione seriale, la possibilità di espandere il respiro narrativo. Il nostro target è un pubblico interessato a cose nuove, non alle solite produzioni trite e ritrite fatte di sketch e parodie ne a cose amatoriali fatte per essere guardate con l’occhio sinistro mentre si fa dell’altro. Non intendiamo inviare nessun particolare messaggio, crediamo di più in un cinema a suo modo “amorale”, non nel senso di ignavo o incapace di prendere posizione, ma perlomeno non necessariamente legato ad una morale. Raccontare è il nostro principale obiettivo, il motivo per cui scriviamo e filmiamo. In questo caso, abbiamo cercato di raccontare una delle tante realtà possibili di marginalità sociale e di rivolta verso un mondo economico-politico sempre più percepito come ostile.

C’è stato un incontro importante che ha forgiato meglio la vostra passione e che considerate emblematico nell’ambito della vostra carriera? Non per sminuire altri, ma l’incontro più importante è stato quello tra di noi!

Prima di Shadowrunners a cosa avete lavorato? Abbiamo girato un lungometraggio, “Lupo della notte”, ambientato nel sordido e oscuro mondo dei combattimenti clandestini. È stato un lavoro molto istruttivo e formativo, che ci ha regalato grandi soddisfazioni nei festival, anche se soltanto all’estero: abbiamo vinto premi negli Stati Uniti e in giro per l’Europa, mentre in Italia non siamo riusciti ad ottenere che qualche proiezione. Prima di “Lupo della notte”, ci siamo fatti le ossa girando diversi cortometraggi.

Lavorando insieme, in  cosa vi differite  in cosa vi completate e compensate? E avete mai degli “scontri” in senso professionale intendo? Non abbiamo mai “scontri” propriamente detti, sia perché ci integriamo molto bene, sia perché pianifichiamo accuratamente ogni cosa prima di girare. Inoltre, lavoriamo assieme fin dalla fase di scrittura dei progetti, per cui l’accordo vien quasi naturale. Quanto alla collaborazione, è anch’essa molto naturale: Giovanni segue il lato più strettamente tecnico (fotografia, montaggio) mentre io mi occupo assai più volentieri di scrittura e direzione degli attori.

C’è mai stato un momento in cui avreste voluto mollare tutto o la passione per questo mestiere è sempre prevalsa su tutto il  resto? La tentazione di mollare tutto viene, di tanto in tanto, purtroppo. Gli ostacoli sono tantissimi, e a volte si ha l’impressione che si moltiplichino. Però ci siamo anche resi conto che non sapremmo che altro fare! E, in fondo, non ci andrebbe neanche di fare altro, per cui, andiamo avanti!

Qualche rimpianto?

Matteo: Aver perso un po’ troppo tempo tra studi prima e set non particolarmente brillanti poi. D’altro canto, io e Giovanni ci siamo conosciuti tardi, quando entrambi avevamo già avviato i nostri rispettivi percorsi.

Giovanni: L’unico rimpianto è che alcune cose si potevano fare meglio, abbiamo provato a farle al massimo con i mezzi che avevamo.

Quale genere di webserie vorreste che fosse realizzato in Italia nei prossimi anni? Beh, noi propendiamo per lavori di peso e di sostanza, dalla qualità elevata sotto tutti gli aspetti: scrittura, regia, recitazione. Preferiremmo poche web serie di questo tipo piuttosto che una pletora di serie di poco conto. Sul medio-lungo periodo, anzi, la nostra speranza è che il fiorire dal basso di lavori più “seri” possa portare ad una rinascita dell’industria produttiva e cinematografica, una rinascita a livello strutturale, con tanti autori validi in grado di proporre opere di valore anche internazionale. Alcuni decenni fa, in Italia, si producevano tanto i filmetti comici di poco pregio anche se di botteghino quanto grandi film che mietevano successi ai Festival e sul mercato internazionale. Oggi, ci si è seduti sui filmetti innocui, che oltretutto non si possono vendere all’estero. Noi vorremmo contribuire all’inversione di questa tendenza.

Cosa vi piace del cinema e della tv italiana e cosa proprio non sopportate?

Matteo: Della TV italiana non salvo niente. Il cinema, ho l’impressione che abbia vissuto le sue grandi stagioni (Sergio Leone l’ultimo grande rappresentante, secondo me) e che sia in fase in cui vivacchia  senza infamia e senza lode. È una cinematografia, quella italiana, che semplicemente non incide, non lascia il segno, e non è ambita all’estero, salvo qualche prodotto di punta confezionato appositamente (l’esempio è “La grande bellezza”, ovviamente).   

Giovanni: Della TV italiana, l’unico lavoro che mi ha colpito è “Gomorra”, la serie. Del cinema italiano, ci sono o potrebbero esserci alcuni lavori interessanti, soprattutto noir o drammatici. Il problema è che spesso non vengono distribuiti o vengono distribuiti malissimo. Non sopporto, ad ogni modo, che il cinema italiano si sia spesso ridotto ad essere una replica della televisione. 

La vostra o le vostre serie straniere preferite?   

Matteo: “The Shield”, “Californication”, “E.R.” (di cui “Dr. House” non è un seguito, ma una sorta di geniale reinvenzione, in chiave investigativa!) e “The Closer” (scritto superbamente).   

Giovanni: “The Shield”, “Californication”, “Big Bang Theory”, “Boardwalk Empire”, “Dr. House”, “Black Mirror”. I serial stranieri, spesso, hanno il coraggio di scardinare la narrazione pedissequa del cinema-fotocopia e di reinventare le strutture stesse del racconto.   

Il Ravello Festival, a cui Ravello Magazine è legato, si occupa soprattutto ma non solo di musica: che genere di musica ascoltate e per la vostra web serie che tipo di musica avete scelto e perché?

Matteo: Più di tutto e sopra tutto, Pink Floyd! Per il resto, devo dire che ho gusto molto oscillanti ed eclettici, vado a periodi, e posso spaziare da Ludovico Einaudi e Fabrizio De Andrè, da Moby ai Blue Foundation passando per Anathema, Decemberists… Insomma, mi piace cercare anche in ambiti non troppo noti!

Giovanni: Mi piace una vastissima gamma musicale che va dalla musica classica alla musica elettronica sperimentale, passando per pietre miliari come i Pink Floyd, i Depeche Mode, The Cure, i Joy Division… Diciamo che mi piace la musica bella! Per “Shadowrunners” abbiamo optato per una colonna sonora originale composta da un validissimo gruppo industrial del milanese, gli “Scum from the Sun”. Ci sono anche alcuni brani di musica non originale, contestualizzati nella trama delle puntate (per esempio i Clash, con la celeberrima “London calling”, canzone simbolo del ribellismo punk).

Chi sono Matteo e Giovanni fuori dal lavoro? Hobby, altre passioni, cose che proprio detestate?

Matteo: Giovanni ha un solo, vero, grande hobby: dormire! Lui e il sonno hanno una storia d’amore che dura da decenni. Nelle pause tra un sonnellino e un pisolino, è riuscito a laurearsi a Brera in pittura, a realizzare una quantità di video meravigliosi e, recentemente, a girare – con la mia collaborazione – un lungometraggio e un web serial! Detesta profondamente il formaggio le teste coronate. 

Giovanni: Matteo legge troppo, libri di altri e soprattutto libri propri. Per fortuna cucina ottime pizze ed è l’unico regista che io abbia conosciuto degno di questo nome. Ovviamente essendo monarchico di lungo corso, odia chi odia le teste coronate, ma sopratutto odia la pessima letteratura, che riempie le librerie e gli fa perdere un mare di tempo alla ricerca dei bei libri, sepolti sotto libri fotocopia.

Il vostro consiglio a chi vuole intraprendere la vostra stessa carriera? Cosa fare e cosa evitare assolutamente?

Giovanni: di non farlo.

Matteo: D’accordo con Giovanni! Aggiungo, però, se proprio si sente il bisogno di intraprendere questa ardua carriera, di evitare come la peste i luoghi comuni e la standardizzazione. Meglio essere autodidatti, imparare sulla propria pelle, tentando e ritentando. Così, male che vada, si sarà comunque fatto qualcosa di originale!

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