maggio 10, 2014 | by Emilia Filocamo
La Festa del Teatro Buffo, un regalo per l’anima

Ore 22,30. Sono appena rientrata da “La Festa”: libero i piedi dal carcere delle décolleté con i tacchi aguzzi, sciolgo i capelli. Mi controllo, magari ho ancora qualche coriandolo appiccicato alle suole o ai gomiti, una reliquia mosaico della serata. Ma se lo trovassi, non andrebbe gettato via, piuttosto messo fra le pieghe di un libro come si faceva alle elementari con i fiori e le foglie per essiccarli. Belle le scuole elementari! A pensarci bene a “La Festa” c’erano tanti bambini. Lo eravamo un po’ tutti stasera, i grandi, quelli che ci controllavano e tenevano per mano perché non facessimo danni con il nostro disincantato gioco del quotidiano, erano tutti dalla parte opposta e non si sono quasi mai seduti, anzi ci hanno fatto scattare in piedi come soldatini. Mi sfilo la giacca, si impiglia, ma lo scoglio di tale frenata, frizione fra stoffa e pelle è solo la punta acuminata di uno dei miei bracciali. Un impedimento voluto e vezzoso. Vomero, Giuseppe Vomero, non so perchè ma il suo cognome mi balza in mente come il dorso del Vesuvio, si uno dei festeggiati, aveva più eleganza di me nello sfilarsi la giacca. Con quei suoi movimenti dinoccolati e perfetti, con quei tempi giusti e giustamente arrabbiati, inferociti contro il black bloch dei malefici blocchi con cui deve combattere ogni giorno. Forse i blocchi sono costruzioni, piccoli lego o zanzare fastidiose che ogni tanto bisogna accoppare con un accelerazione nervosa. Su e giù la giacca dalle spalle. Che poi penso a quante volte ripetiamo un gesto stupido come quello, un gesto che crediamo semplice,  senza renderci conto di quanto possa essere invece complicato per un altro. Bellissimo il guardaroba umano allestito appositamente per la Festa. Ogni giacca su un carattere, ogni storia  appesa ad una casa, che poi sia una casa famiglia fa lo stesso, tutti insieme, coperti e scoperti, la vita che si ripete e che trascina. Ho sempre avuto difficoltà nel ballare. Ok, diciamo pure tutta la verità: non lo so fare e non mi piace. Non l’ho fatto neanche stasera, farlo mi paralizzerebbe e mi farebbe sentire goffa. Simone era imponente quanto uno stambecco, leggero, delicato ed armonioso. Un fusto un po’ inclinato con le ali di fuscello. Elio non era da meno, avrebbe potuto guidare chiunque, in un tango o in un valzer. Lui e quella sua leggerezza da stelo in fiore,  soffiato dal vento senza difficoltà eppure con garbo e con rispetto. Le sue gambe si intrecciavano e liberavano come i due capi riottosi di uno stesso nodo. Avrei voluto assaggiare la torta fantasia di Roberto, intendere il suo stesso sapore ma credo che si debba possedere un dono particolare e che certi gusti hanno dei destinatari prediletti. Come spesso succede quando si è insieme e ci si diverte, si dimentica che alla porta può bussare la vita all’improvviso. Patrizia con il suo incedere deciso ce l’ha ricordato: agitava, roteava e poi liberava bicchieri, sciarpe e cappelli, Giusy e Davide la seguivano come burattini. Ma dove stavano i fili, dove? Mi sono sporta per cercarli, ma nulla. In fondo siamo tutti così, guidati dagli accadimenti, trascinati, abbattuti, gabbati e rialzati. Emilia era un gigante: quando è comparsa, sorretta da Davide, credo abbia battuto tutti in altezza, nemmeno io dall’alto dei miei arti alla moda, si quelli neri e tacco a spillo, potevo superarla, era più alta e lucente di una stella. Ah, a proposito: c’era un invitato di tutto rispetto alla “Festa”. Uno di quelli che arrivano magari camuffati per non essere scoperti ed infastiditi. Un vip, e non era nelle prime file, non sul palco dove andavano festeggiati i festeggiati, appunto. Lui ha fatto si che questa festa fosse straordinaria: ha permesso a persone distanti geograficamente e per vicende di “scontrarsi” in senso positivo, ha garantito un piccolo incidente buono, un incrocio a cui nessuno ha rispettato la precedenza, data da capacità o difficoltà. Poi, ecco: fuori i coriandoli, le sedie per gli ospiti, le lacrime e le risa dei bambini, i flash, gli schiaffi veri veri, le rime e gli stornelli. Dio si è camuffato, che attore, e ha messo su uno spettacolo incredibile. Bellissima la danza abbraccia pavimento, elegante ed ipnotica quanto un twist di serpenti in amore: tutti uguali, così, tutti stesi, come finiscono le filastrocche del girotondo, tutti giù per terra. I Bambini hanno sempre ragione. Ore 23, sono rientrata dalla festa, sono ancora truccata e un po’ stanca. La sera e’ piacevole forse solo un po’ umida e credo di aver visto il neo di Marte da qualche parte bucare il buio con la sua rossa, pulsante escrescenza. Tutto è stato perfetto. Una cosa sola ancora non l’ho capita: sono stata a la Festa e dovevo portare con me un regalo, di solito si fa così, è buona creanza, è educazione. Ma le mie mani erano vuote all’andata e non hanno consegnato nulla. Eppure in questo momento, alle 23 e qualche minuto del nove maggio, sono calde come pulcini appena sfuggiti alla cova. E tremano. Vado un po’ più su, dritto in mezzo al petto, c’è qualcosa che ancora impazza. Adesso ho capito, il regalo era per me, per noi che eravamo gli invitati: non era la nostra Festa ma la loro, eppure siamo tornati tutti con un microchip prezioso per farci spiare dalla gioia, con questa applique sotto pelle fatta di commozione e stupore. Lo scarteremo piano questo regalo, come il buon vino che, una volta versato, deve decantare e darsi con un lento rilascio. La sera è splendida, la vita miracolo centellinato a chi ne ha sete. Qualcuno cerca l’imperfezione? Vuole parlare con la strega diversità? Li chiami pure. Ci spiace: il numero è “Disabilitato”.

Gli artisti del “Teatro Buffo” in giro per Villa Rufolo

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