ottobre 7, 2014 | by Emilia Filocamo
«La mia soddisfazione come artista è la vita da artista». A tu per tu con il maestro Carlomoreno Volpini

La musica chiama altra musica. E’ un gioco strano, un po’ particolare, fatto di rimandi, di echi, di ritorni e di linee parallele. L’intervista con il Maestro Carlomoreno Volpini, il noto direttore d’orchestra vincitore del premio Nascimbene, nasce appunto su questa scia fatta di note che si rincorrono e si richiamano. E’ infatti il maestro e compositore Marco Werba a parlarmi di Volpini con toni entusiastici, frutto non solo di una consonanza di mestiere, ma anche e soprattutto di grande ammirazione ed amicizia, ed è lui a farmi da gancio alla scoperta del Maestro. Volpini mi “ accompagna” dunque virtualmente e con un garbo ed una preparazione davvero piacevoli, nel suo mondo fatto di passione, di sacrificio, di vita dedicata alla musica, nonostante le difficoltà, di Puccini, prove e di momenti struggenti e fondamentali nella vita di un’orchestra. In modo del tutto infantile ,me lo immagino un po’ come un nocchiere, spavaldo e sicuro alla guida di una ciurma con archi, tasti e fiati al posto delle vele.

Maestro, innanzitutto mi racconta le emozioni dopo la vittoria del premio Nascimbene, racconta ai nostri lettori di questa esperienza? «E’ stata una vittoria particolare, quella del Nascimbene. Le vicende giudiziarie che hanno riguardato un politico della Regione Abruzzo, e che hanno coinvolto suo malgrado l’organizzatore del concorso Nascimbene Andrea Mascitti, hanno procrastinato la finale del concorso al giugno 2014 quando, nei fatti, doveva svolgersi nel giugno del 2013. Tutti i concorrenti finalisti (cinque) hanno dovuto aspettare un anno intero prima di veder concluso il Nascimbene; si dice che il piacere stia nell’attesa e quindi la soddisfazione è aumentata proporzionalmente. Le strip che erano state date da musicare erano due: i titoli di testa del film Barabbas, (regia di Flaischer) e circa quattro minuti del film Ti voglio bene Eugenio diretto da Fernandez, che era il Presidente della Giuria del Concorso. L’aspetto che più mi ha inorgoglito è stata senza dubbio la motivazione per la quale mi è stato assegnato il primo premio: “Per la sperimentazione in sintonia con lo spirito di Mario Nascimbene usata nella scena di “Barabbas” e per il rispetto nei confronti dei silenzi, dei dialoghi e degli effetti sonori nella scena di “Ti voglio bene Eugenio”. Tale motivazione è il riflesso di una mia attenta analisi delle scene in fase di progettazione del lavoro; l’osservare in profondità le immagini mi ha portato a delle intuizioni musicali che hanno trovato aderenza, appunto, nei confronti delle immagini e conferma nel responso della giuria (tra i quali membri spiccavano anche, oltre a regista Fernandez, anche il compositore Marco Werba ed Alessandro Polcini».

Fare musica oggi, dirigere, comporre è sicuramente fonte di soddisfazione ma anche, credo, di ansie o problemi che vanno affrontati. Le chiedo quali sono state le più grandi difficoltà e, ovviamente, le più grandi soddisfazioni legate alla sua attività artistica? «E’ vero, essere artisti oggi, lo sappiamo, è piuttosto difficile; anche se può sembrare retorico e retorico lo è, tutto questo dipende da un fattore principale ovvero il NON riconoscimento dell’arte, e della cultura in generale, come traino, o meglio come propulsione per una buona e sana società civile. Pertanto se la politica non riconosce questo aspetto fondamentale e non si mette nelle condizioni di ripartire da qui, ci ritroveremo sempre esattamente come siamo oggi, con poco riconoscimento del merito, poche possibilità lavorative rispetto alle necessità non solo dei musicisti ma della società, troppe lottizzazioni, troppi inciuci, troppo di tutto ciò che non serve. La più grande soddisfazione legata alla mia attività artistica è la mia vita artistica; tutti i giorni che posso essere tutto quello che sono e lavorare per essere un po’ meglio del giorno prima, mi da una soddisfazione che nessun altro tipo riconoscimento può rendermi».

Musica e cinema, un binomio particolare e necessario. Cosa la musica traghetta al cinema di irrinunciabile ed imprescindibile e cosa il cinema offre alla musica? «La musica nel cinema, quando è ben scritta, è la compagna palese e subliminale delle immagini che ci permette di vivere la visione delle immagini anche con un’altra dimensione, quelle uditiva. La musica è capace di sottolineare un silenzio di un attore o di farti piangere guardando una scena apparentemente allegra o di anticipare (a livello sonoro )un evento che, di lì a poco, si paleserà anche sotto forma di immagine. Per contro, il cinema offre alla musica la possibilità di manifestarsi in un contesto molto suggestivo e stimolante. Le immagini suggeriscono alla musica una via da percorrere, possono essere una fonte per la forma, per l’armonia, per il colore strumentale e tanto altro ancora».

L’incontro che le ha cambiato la vita, professionalmente intendo? «Lo sto ancora aspettando».

Trovo estremamente affascinante il momento in cui l’orchestra è nella fase di accordatura, quando tutti gli strumenti cercano la loro identità di intonazione e in quell’apparente confusione, si avverte invece la grande precisione, la tecnica. Quali sono i momenti più esaltanti o più complessi durante la direzione di una esecuzione musicale? «Forse i più complessi sono, a loro modo, anche esaltanti e sono nella fase preliminare al concerto, le prove. La complessità, come si dice, fa parte del gioco e c’è complessità e complessità. Ad esempio la sinfonia Jupiter di Mozart è, dal punto di vista tecnico, meno difficile da dirigere che non la Sagra della primavera di Stravinsky. Si parla quindi di una complessità oggettiva, tecnica, materiale, organica. Probabilmente (ed io ne sono convito) la sinfonia Jupiter è molto più difficile musicalmente e pone al direttore delle domande le cui risposte musicali sono molto complesse da tradurre in suoni, sono plurime, spesso non chiare e scegliere è molto difficile. Pertanto, in un modo o nell’altro, ci si trova sempre in un mare di difficoltà. Ma il bello è questo, risolvere le criticità di una partitura  per rendere omaggio alla partitura; ecco perché il momento delle prove è, per me, quello più esaltante. E’ il momento in cui tutto si crea, il suono si manifesta ed avere la possibilità di trasformarlo alla ricerca di un ideale lasciato su della carta…beh, in effetti, può essere esaltante! Il momento del concerto è un’altra cosa. Ciò che è stato fatto nelle prove da tutti i musicisti deve essere reso al pubblico nella sua totalità; occorre un altro tipo di energia, in quel momento, alla quale corrispondono diverse altre emozioni».

Come lei saprà, il Ravello Festival è legato a Wagner, che raggiunse Ravello a schiena d’asino e trovò negli splendidi giardini mediterranei di Villa Rufolo, il magico giardino del suo Parsifal. Ci da una sua considerazione sulla musica wagneriana, o meglio, come affronta la direzione di Wagner, quando le è capitato o quando le capita? «Ho diretto pochissimo Wagner, niente in confronto alla sua imponente produzione: Idillio di Sigfrido, un brano meraviglioso scritto come dono di compleanno per Cosima, sua moglie. La musica di Wagner è ricca di riferimenti extramusicali; simboli, miti e leggende fanno parte della sua musica come della sua vita, legandosi indubitatamente con i suoi amori, le sue lotte ed suo il misticismo. Per capire, e quindi studiare, la sua musica è fondamentale immergersi in quel tessuto storico-sociale e nella visione del mondo favolistico delle Saghe. E’ un mondo complesso, contorto e meraviglioso, ma tanto distante dal mio. Wagner è uno di quei compositori a cui si deve dedicare la stragrande maggioranza della propria vita musicale e io, nella mia, ho deciso di dedicare questo tempo a Puccini».

Il tema del Ravello Festival 2014 è stato il Sud, inteso non solo come riferimento geografico  ma anche come modo di essere e di vivere. Se le dico Sud, d’impatto, a quale opera musicale, o quale partitura o compositore associa questa parola? «Così d’impatto me ne vengono in mente due: Cavalleria Rusticana, come sappiamo ambientata nella Sicilia di Verga, ma scritta da un esimio livornese come Mascagni, e Pagliacci, che trae origine da una storia vera accaduta a Montalto Uffugo (Cosenza) e scritta dal napoletano Leoncavallo».

Progetti futuri? «Oltre a dirigere diverse produzioni da qui alla fine del 2015, sto scrivendo un saggio sull’orchestrazione di Turandot di G. Puccini, mi sto impegnando nella costituzione di un festival lirico internazionale in Toscana ed ho in cantiere molta musica per immagini».

Se non fosse diventato un direttore d’orchestra oggi sarebbe? «Un astronauta».

A chi vuole dire grazie oggi? «A tutti i miei cari familiari che mi sopportano da sempre».

Se dovesse descrivere la sua vita, professionale e non, con l’opera di un compositore, quale sceglierebbe e perché? «Forse non è stata ancora scritta».

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