maggio 7, 2014 | by Emilia Filocamo
“La musica era nel mio destino” Clyde Gilbert degli Emerald Rose ripercorre la sua carriere

Nell’intervista a Clyde Gilbert, componente, voce, bassista e percussionista della band di musica celtica del Nord Georgia, Emerald Rose, è difficile decidere cosa riassumere degli aneddoti legati alla sua lunga carriera e agli avvenimenti che racconta. Gilbert spazia infatti, dagli esordi e dai primi successi fino alla partecipazione, datata 2013, al party che ha seguito la grande festa data in onore del film “Lo Hobbit” di Peter Jackson, candidato a tre premi Oscar. Clyde è un fiume in piena, e ciò che colpisce in lui è la grande umiltà, pur essendo parte integrante di una band di successo la cui musica è stata elogiata da All Music Guidecome una mirabile fusione di musica tradizionale celtica e spunti originali, eccitante, divertente ed esuberante. Con loro la musica Celtica è rock!”. Una delle risposte che colpisce di Clyde è la sua definizione di Sud, assolutamente ancestrale e poetica.
Io sono nato e tuttora vivo nell’America del Sud. Negli Stati Uniti, il Sud è ritenuto un territorio saldamente ancorato alle tradizioni, all’eredità familiare e all’orgoglio regionale, d’altronde è la culla della Guerra Civile Americana ma anche del rock, del jazz, della musica country e di una gastronomia molto particolare, oltre che di una pastiche letteraria unica. Andando dal Nord verso il Sud, la temperatura aumenta, e anche se questa sembra una sciocchezza, è come se questo cambiamento fosse dovuto al fatto che al sud si è più vicini alla propria istintualità, in senso positivo, al proprio spirito dionisiaco. La cultura stessa è più sensuale, tutto si muove più in fretta e con maggiore energia. Da un punto di vista metafisico, il Sud è come se fosse associato all’elemento del fuoco, alla scintilla creativa, alla fucina delle idee, ed è l’espressione audace di ogni emozione. Nello studio di incisione io lavoro con questo fuoco ispiratore e anche quando lavoro alle mie creazioni di gioielli, perché sono anche un creatore di gioielli, al banchetto uso il fuoco per saldare o forgiare. Il fuoco è l’inizio di ogni cosa, ed il Sud è permeato da questa forza primordiale”.

emerald_roseClyde, come hai capito che la musica era nel tuo destino? Per i primi due anni, dopo che la band degli Emerald Rose si era formata, per lo più amavo divertirmi insieme a loro, ma di certo non potevo immaginare che sarei rimasto con loro a fare musica per vent’anni. In realtà avevo già raggiunto un discreto successo come artista e designer di gioielli intorno ai venti anni. Questo accadeva molto prima della scoperta che la musica sarebbe stata parte del mio futuro. Nel 1998 pubblicammo “Freya, Shakti” su mp3.com, all’epoca maggior sito di musica indipendente di tutto il pianeta. La canzone salì in testa alla classifica del suo genere e vi rimase per più di un anno, ed in breve tempo molte altre delle nostre canzoni raggiunsero la cima delle hit con milioni di download. Fu proprio allora che compresi che la musica mi avrebbe accompagnato per il resto della vita. La musica ha risvegliato il mio spirito da una fase di letargo, è la forza preponderante della mia esistenza e mi ha aperto tante porte che mi hanno permesso di sfruttare il mio talento. Adesso in verità divido il mio tempo fra la famiglia, la passione per i gioielli che realizzo nel mio laboratorio, le registrazioni e i concerti con la band. Negli ultimi anni ho anche lavorato come direttore del Dragon Con, la più grande convention di musica pop a livello mondiale che si tiene ad Atlanta. La manifestazione è organizzata da centinaia di volontari ed ha un seguito di circa sessantamila persone. È bellissimo vedere migliaia di fan che ballano, che si abbracciano, è un’esperienza unica ed incredibile, molto diversa dal calore che si riceve sul palco. Credo che il mio destino sia tutto in divenire.

Ma come è iniziata la tua carriera? Sono stato sempre un grande appassionato di musica. Quando vivevo ad Atlanta, avevo creato in casa un piccolo studio per i miei amici che erano per lo più cantanti e compositori; ero sempre circondato dalla musica. Mi piaceva ascoltare nuovi generi e scoprire come nasceva un brano ma, nello stesso tempo, ero più interessato al modo in cui promuoverla, e agli aspetti tecnici e produttivi della musica dal vivo. Avevo inoltre una certa familiarità con le tecnologie dell’industria musicale. Mi trasferii nel nord della Georgia nel 1995 e dopo poco iniziai a suonare le percussioni per i ballerini che si esibivano ai festival. Nei mesi successivi cominciai per hobby a comporre e a suonare musica celtica con un gruppo di persone che poi divennero i componenti del gruppo (Brian Sullivan, voce, mandola, prima chitarra acustica ed elettrica; Larry Morris, cantante, fischio, cornamusa e percussioni, Arthur Hinds, voce, chitarra ritmica, bohdran, tipico strumento della musica irlandese e percussioni). La gente che ci ascoltava ci incoraggiava ad incidere un cd. Così producemmo una demo in un piccolo studio locale. Non ci eravamo mai nemmeno esibiti se non davanti ad un piccolo pubblico per lo più di amici, così, in seguito decidemmo di provare ad incidere un cd professionale e, soprattutto, decidemmo di esibirci davanti ad un pubblico vero. Non dimenticherò mai il nostro primo concerto, che può essere davvero considerato l’inizio degli “Emerald Rose”: fu nel 1997 durante la festa di San Patrizio e si tenne in un resort per nudisti. Fu un’esperienza unica, la folla ci acclamava e ci chiese di tornare l’anno successivo dietro lauta ricompensa. Ci rendemmo conto che se eravamo stati in grado di esibirci davanti ad una marea di gente nuda ed ubriaca, probabilmente potevamo farlo anche in un festival musicale o in qualche locale. Da allora cominciammo a comporre musica che non era solo Celtica. Ci accorgemmo che alla gente cominciavamo a piacere davvero: così registrammo il nostro primo cd. Ci costò 20.000 dollari che pagammo con i guadagni che ottenemmo esibendoci in tutti i locali ed i pub di Atlanta. Successivamente creai il nostro studio di registrazione in North Georgia e ci demmo un nome, ci esibimmo a tutti i festival Celtici e di musica pagana e cominciammo a comporre ed incidere la nostra musica. Ottenemmo critiche lusinghiere non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Non potevamo permetterci di girare il mondo ma comprammo un vecchio bus, che dipingemmo di verde, in onore del nome della nostra band, Emerald Rose, e trascorremmo gli anni successivi a suonare dovunque, dai bar a tutti i festival che c’erano in giro. Poi abbiamo iniziato a scrivere canzoni sugli antichi miti, sulle leggende di vampiri e sul gioco leggendario di Dungeon and Dragons, e questi sono stati i nostri più grandi successi. Successivamente quello che è accaduto, è stata come un’esplosione: nel 2003 e 2004 siamo stati ad Hollywood e ci siamo esibiti per il cast del Signore degli Anelli subito dopo la consegna degli Oscar. L’anno scorso siamo tornati ad Hollywood e abbiamo fatto lo stesso per il cast del film Lo Hobbit, e saremo là anche l’anno prossimo per la parte finale della famosa trilogia. Il successo che abbiamo nel cinema è costante: molti dei nostri pezzi fanno parte di film e show televisivi. 

Il primo successo del gruppo: Freya, Shakti

Chi è stato il vostro primo fan? Potrei dire che noi siamo stati i nostri primi fan: gli Emerald Rose sono innanzitutto un gruppo di quattro amici che amano stare insieme ed invitare la gente a ballare, a divertirsi e a restare uniti. Eravamo convinti di poter cambiare il mondo. I nostri fan sono incredibili, molti sono diventati nel corso degli anni come membri della famiglia e risuonano nei testi delle nostre canzoni con le loro vicende. Tanti di loro sono ancora qui per noi, conosco le storie delle loro vite, addirittura i nomi dei loro figli. Il loro sostegno ci ha permesso di realizzare ciò che ancora stiamo facendo.

Al di là del genere di musica che fate, quale altro genere ti piace? Adoro il jazz, le orchestre di swing e le band numerose, e non intendo solo il genere di musica, ma anche il modo in cui vivono: i vestiti, l’eleganza di una notte in città, sono un patito di cravatte di seta e di donne che indossano diamanti e pelliccia. Ma sono anche un fan del reggae e di tutto ciò che ha redici afro cubane. Suonando il basso, sono stato molto influenzato dai ritmi latini, specie brasiliani. Essendo cresciuto poi negli anni ’80 è ovvio che io sia un fan del vecchio punk, della New Wave, della musica gotica e dell’hip hop originale. È ciò che ascolto di solito quando scrivo o quando lavoro ad un gioiello.

Quali sono stati e sono i tuoi modelli musicali? Qualcuno del passato che ami particolarmente? Non ho mai preso lezioni di musica, nel senso accademico del termine e questo forse mi ha liberato da una serie di pregiudizi che solitamente possono crearsi quando si suona il basso. Adoro Meshell Ndegeocello ed il suo modo di suonare il basso, suono in una maniera molto simile a lei, rispondo a tutti gli strumenti e alla voce cantante solo con il mio basso, talvolta solo due o tre note quando altre canzoni richiederebbero una combinazione e riff molto più complessi. Il suo modo di suonare è incredibile, sorprendente come inserisce il basso nell’insieme. Ho sempre poi ammirato John Paul Jones dei Led Zeppelin e John McVie dei Fletwood Mac che sono modelli di rock classico per me, il loro basso fornisce una colonna portante  al resto della band. Kim Deal è la mia bassista preferita, piena di talento, ha scritto brani che sono davvero le hits più belle di un’intera epoca. Prima che suonassi il basso, ero un fan dei suoi lavori. E ancora Cab Calloway, un grande maestro, ballerino e cantante e poi Tito Puente, che adoro.

Autumn in Asheville dal Cd Archives of Ages to Come. Brano utilizzato in vari spot televisivi

Di tutte le persone incontrate durante la tua carriera così prolifica, chi ti ha lasciato di più in termini sia umani che professionali? Ho incontrato così tanta gente che mi è davvero difficile, fare un nome soltanto, ma circa dieci anni fa ho conosciuto l’autore Peter S. Beagle, uno dei miei idoli letterari. E siamo diventati buoni amici. Ho scoperto che oltre ad essere uno scrittore di talento, è anche un ottimo musicista con una spiccata propensione per le canzoni folk francesi, quando so che ci vediamo, porto con me sempre una chitarra costruita da due fratelli franco canadesi, che chiamo la “sua” chitarra. Ci intratteniamo suonando per ore e per me è stato un grande mentore, oltre che un amico incredibile.

Da “addetto ai lavori” cosa pensi del panorama musicale odierno? Al momento sono concentrato sulla nascita di una stella, una giovane, brillante bassista: Tal Wilkenfeld. È giovanissima ma si è già fatta conoscere nell’Olimpo del rock, l’ho ascoltata e vista suonare per la prima volta qualche anno fa con Jeff Beck al Rock and Roll Hall of Fame Awards e ne sono rimasto affascinato. Ha tutto ciò che serve per emergere, è incredibilmente dotata e ha una capacità innata di fare musica. Tuttavia ritengo che ormai le demarcazioni fra un genere musicale e l’altro non esistano più, mentre altrove sono impermeabili al cambiamento. Adoro la musica folk tradizionale magari miscelata con quella house, la musica classica contaminata da ritmi asiatici o africani. Non sono un grande fan ad esempio della musica più popolare al momento in America o in Gran Bretagna: trovo che sia limitata nei temi e che gli arrangiamenti non siano poi così creativi. Ci sono solo riferimenti sessuali, e la ripetizione di concetti identici che non riesco a sopportare. Molto meglio la musica americana alternativa anche se credo che gli artisti di oggi abbiano maggiori difficoltà a far notare la propria musica perché internet permette a chiunque di pubblicare musica. Youtube da un lato fornisce una piattaforma musicale che 15 anni fa era impensabile per chi fa questo mestiere, ma al contempo pubblica così tanto materiale che rende quasi impossibile  far emergere subito qualcuno. Al momento ammiro Beyonce Knowles, anche se non sono un vero e proprio fan della sua musica.

Quali sono le cose che ti ispirano maggiormente? Come intrattenitore, come sono solito definirmi, la più grande ispirazione mi viene dai nostri fan, sia che essi siano migliaia durante un concerto o che siano ad una convention o che ci seguano su iTunes. Come musicista cerco di non dimenticare che facciamo musica per far divertire la gente, per rendere le loro giornate un po’ meno cupe e per portargli via i pensieri per qualche istante. La mia ispirazione viene dalla loro soddisfazione. Artisticamente poi sono ispirato da tante cose, dal sole che si riflette sull’acqua, dal luccichio delle stelle in una notte serena. Come compositore di canzoni non è sempre facile  quando devo comporre da solo, di solito ho bisogno di una sorta di “la” da parte degli altri componenti della band, poi sono in grado di aggiungere la mia parte appena la storia che è alla base del brano prende piede. Sono convinto che il mio lavoro nella band sia molto simile a quello che faccio con i gioielli, quando raffino e ripulisco la pietra, piuttosto che trovarla e raccoglierla.

Sei mai stato in Italia e cosa pensi della nostra musica? Purtroppo non ho ancora avuto la gioia di visitare il vostro Paese e vorrei passarci almeno qualche mese per vedere tutto e assaggiare la vostra cucina. Non conosco bene la musica italiana, ma sono un fan dei Goblin, di cui ho sentito qualcosa nella colonna sonora di Profondo Rosso e Suspiria, adoro la tensione che creano con la loro musica.

Quali sono i prossimi progetti degli Emerald Rose? Saremo in sala di registrazione per il nostro dodicesimo lavoro, ma non abbiamo ancora un titolo. Conterrà canzoni e brani che spazieranno dalle ballate irlandesi, contaminate con punk rock, fino a canzoni mistiche. Andando avanti con gli anni le nostre abilità musicali si sono raffinate e sono maturate, così preferiamo far convergere il nostro talento in diversi tipi di interpretazione della musica Celtica. Stiamo anche lavorando su una collezione retrospettiva sui nostri ultimi 15 anni di attività che comprenderà concerti, e anche video musicali. Il mio progetto è di coinvolgere i 60.000 partecipanti alla Dragon Convention. Vorrei inoltre pubblicare i miei primi due romanzi, il primo è un’analisi dell’industria musicale indie e l’altro è una commedia fantascientifica sui supereroi in età avanzata.

Cosa consigli a chi decide di iniziare questo mestiere? Nel corso degli anni ho imparato poche, semplici verità. La musica fa nascere emozioni nelle persone e le nostre anime sono come casse armoniche che risuonano al tocco delle canzoni. Bisogna prestare attenzione alla musica che ci circonda, che circonda il nostro mondo personale, non solo la musica che ci propinano per radio o in Tv. Consiglio di partecipare a più spettacoli possibili e di stare vicini ai cantanti per vedere come interagiscono con il pubblico. Bisogna collaborare con gente dotata e se si è in una band, capire che ognuno ha il suo ruolo ed il suo scopo. Consiglio di imparare a suonare più strumenti possibili e anche tutte le strategie che sono intorno al mondo della musica, dalla composizione, all’editing, dalla registrazione alla promozione. Bisogna capire che il mondo della musica è fatto di affari e che ci sono tante persone coinvolte che, pur non essendo musicisti, vogliono prendere le nostre energie e vendere per il loro profitto. E queste ti diranno esattamente cosa fare e cosa vogliono sentire e magari ti permetteranno anche di avere successo, ma non bisogna mai lasciargli il sopravvento. Non bisogna temere di dire “no, grazie” alle persone che vogliono solo offrire tanto denaro in cambio di un controllo totale della propria arte. E soprattutto, non bisogna mai pensare che questo lavoro duri per sempre: non c’è nessuna sicurezza finanziaria per un musicista, anche per quelli che hanno successo. Se si è così fortunati e dotati da guadagnare tanto, bisogna farne tesoro e fare ancora più musica ma anche guardare al futuro e non fare l’errore che tanti musicisti fanno quando credono che soldi e fama saranno per sempre. Se si ha una famiglia, non bisogna mai permettere alla musica di creare una barriera fra te e loro, quando la musica finisce e il palcoscenico è vuoto, bisogna andare a casa dalla propria famiglia, quella è la parte più importante della nostra vita.

Un’ultima domanda Clyde: qual è la prima persona a cui pensi quando sali sul palco? Penso ad uno dei miei migliori amici, Jim Olson. Eravamo simili in tutto, addirittura ci somigliavamo fisicamente. Era un grande musicista e disegnavamo gioielli insieme. Era solito aspettare fino all’istante in cui salivo sul palco e poi mi chiamava al cellulare, era uno scherzo ed un rito che faceva sempre e lo ha fatto per anni. Non importava se fosse anche a migliaia di chilometri lontano, conosceva il mio calendario e chiamava sempre a cinque minuti dall’inizio di un mio concerto. Ed era ancora più divertente quando era nella folla, perché io potevo vederlo con il suo telefono accanto all’orecchio e con quella sua divertente smorfia sulla faccia. Gli volevo davvero bene, era come un fratello maggiore. Quattro anni fa è morto, a soli 45 anni, ed il mio omaggio per lui è ricordare il suo sorriso e la sua espressione quando salivo sul palco. Qualche volta sogno ancora di essere sul palco e che il mio telefono vibri nella tasca: così mi rendo conto che lui è ancora là a guardarmi, dall’aldilà.

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