novembre 21, 2015 | by Emilia Filocamo
“La nostra missione come attori o registi è comunicare valori”. Storia di Daniele Di Stefano, giovane talento alle prese con il suo primo lungometraggio: Ti proteggerò

Ci sono molte cose che mi hanno colpito dell’ attore Daniele Di Stefano e non solo perché, ogni qualvolta mi colpivano avevo come termine di paragone la sua giovane età, ma soprattutto perché mi sono arrivate come “di pancia”, dunque non mediate dal filtro del voler far colpo facilmente sui lettori o del calamitare l’attenzione. Daniele Di Stefano le cose che dice le sente, le sa, ne è convinto: è quel suo dirmi che l’Italia è il Paese che ama e da cui non andrà via, che il cinema italiano tornerà ad essere il primo al mondo, è l’immagine splendida che mi suggerisce dell’orizzonte, di qualcosa cioè che si allontana ogni volta in cui si prova a raggiungerlo, così come deve essere il mestiere di un attore, una sfida ed una voglia di imparare continue, un sapere di non essere mai arrivati.

Daniele, hai cominciato a recitare giovanissimo, a nove anni: ti consideri un bambino prodigio e come è cambiata la tua vita da quel momento rispetto a quella dei tuoi coetanei? In realtà non ritengo di essere stato un bambino prodigio, di certo avevo una precoce consapevolezza di ciò che avrei voluto fare e diventare, ero io stesso infatti a chiedere ai miei genitori di portarmi ai casting. Ho avuto anche la bella occasione di recitare nel film “Don Milani – il prete di Barbiana” accanto al grande Sergio Castellitto e questo certo è stato un momento speciale per la mia carriera ma ho sempre cercato di rimanere con i piedi per terra, l’ho sempre considerato un lavoro da prendere  seriamente. Certo non posso nascondere che provo gioia quando qualcuno dei miei vecchi amici mi incontra per strada e mi dà una pacca sulla spalla per complimentarsi. Questo mi fa capire che sto lavorando nel modo giusto e che riesco a fare quello che appunto si deve fare con il mio mestiere: comunicare valori.

Sei un attore molto giovane e hai già fatto tante cose: che cosa consiglieresti di evitare assolutamente a chi si accinge a fare questo mestiere? Più che dire cosa non bisogna fare, direi innanzitutto cosa bisogna fare: studiare, scegliere una buona scuola di recitazione. Io ho frequentato i primi anni a Firenze, la mia città, e gli altri alla Scuola di Cinema Immagine. È  importante avere un bagaglio, poi, facendo provini su provini e considerando sempre alla base l’esistenza di un po’ di talento, si può cominciare a lavorare. Sul set, anche dopo tante esperienze, mi sento sempre come se fosse la prima volta; si può imparare da tutti, anche dall’ultima comparsa, l’obiettivo è l’orizzonte che si allontana mano a mano che ci si avvicina, in questo senso non bisogna mai sentirsi arrivati.

Si, ma ci sarà qualcosa che proprio va evitato secondo te? Non bisogna mai lavorare gratuitamente perché molti, pur di lavorare, lo fanno gratis o, peggio, ci rimettono. Questo svaluta il proprio lavoro e quello dei colleghi e poi, ovvio, mai affidarsi a degli sconosciuti ma avere un percorso formativo valido, serio. Questo è un lavoro come gli altri e non va preso sotto gamba ma con professionalità.

Hai avuto delle esperienze internazionali importanti: hai mai pensato di mollare tutto qui in Italia e di trasferirti all’estero? Ho avuto delle esperienze interessanti come “China Story”, una fiction appunto cinese pluripremiata e seguita da oltre un miliardo di telespettatori e ho preso parte ad una docufiction svizzera. Ogni tanto, come capita credo a molti miei colleghi, il pensiero, il desiderio di andare a lavorare all’estero mi hanno sfiorato. Nonostante ciò ammetto di essere molto patriottico, amo il mio Paese, anche se siamo rimasti non so in quanti. So che eravamo i primi nel cinema, che abbiamo insegnato al mondo a fare cinema e sono certo che torneremo ad essere i primi. In Italia tutto quello che si fa è arte, perché siamo dei creativi, abbiamo una fantasia ed un’idea di bellezza che sono superiori.

Parliamo del tuo lungometraggio, Ti progetterò: come nasce questo tuo amore per la regia, pensi possa essere il tuo futuro, è stata sempre una tua passione? Nasco come attore, ma poi facendo questo mestiere mi sono incuriosito e ho voluto capire cosa succede dall’altra parte della macchina da presa, così ho cominciato ad apprezzare la regia. Avendo poi insegnato recitazione nelle scuole superiori, davo come compiti ai ragazzi la realizzazione di corti. In quel caso facevo il regista. Inoltre amo scrivere così ho deciso di cimentarmi con Ti proteggerò, che considero mio figlio, è una creatura mia e sento forte questo senso di possesso. Non so se la regia sarà il mio futuro, è troppo presto per dirlo, sono due facce della stessa medaglia che mi intrigano e poi credo che mi piaccia dirigere perché mi piace il cinema e per lavorare bene bisogna conoscere ogni aspetto e sfaccettatura del proprio mestiere. Pensa che ho anche seguito un corso di montaggio, per il mio film mi sto servendo di un montatore, ma adesso, quando giro una scena, grazie a quel corso, riesco già ad immaginarmi come sarà e come verrà montata.

Sei presente nel cast di una fiction di Rai 1 assolutamente innovativa dal punto di vista formale e di ritmo, “È arrivata la felicità” di Ivan Cotroneo: ci racconti questa esperienza e il tuo ruolo? Interpreto l’istruttore di nuoto di Umberto, uno dei due figli di Claudio Santamaria che ha paura dell’acqua. Non ho avuto modo ancora di seguire la messa in onda della fiction ma posso dirti che è un prodotto molto professionale e con un cast di attori davvero in gamba. Questa fiction dimostra che la tv italiana ha la capacità di tirare fuori prodotti interessanti e poi bisogna sfatare il vecchio mito secondo il quale il cinema è una cosa e la tv un’altra e che quindi chi fa cinema non può fare tv o viceversa. Io non sono schizzinoso a tal proposito, in Italia si fanno tanti bei prodotti per la televisione e bisogna cogliere l’occasione, come ho fatto io, per imparare di più. Ho sempre fatto l’uno e l’altro.

Daniele Di Stefano fuori dal set: passioni, hobby? Cose che detesti? Guarda, il mio film “Ti proteggerò” è adesso in fase di montaggio ma se avrai l’occasione di vederlo, capirai tante cose di me perché io sono là dentro, c’è una mia grande passione, la subacquea, sono infatti una guida subacquea e mi sono laureato in Biologia molecolare con la specializzazione in biologia marina, adoro l’equitazione e nel film ci sono scene girate a cavallo. Quello che non sopporto sono le ingiustizie e le prese in giro, sono una persona precisa e corretta, alle persone do tutto me stesso, spesso sbagliando, perché col senno di poi ti rendi conto che non ne vale la pena. Sono preciso con me stesso e con gli altri e quando gli altri, ovviamente, non mi ricambiano con la stessa precisione, ci resto malissimo. Pensa che quando andavo alle superiori già giravo con l’agenda sulla quale segnavo giorno per giorno tutti i miei impegni ed ero capace di sapere, di volta in volta, come si sarebbe svolta la mia giornata.

Ti proteggerò, come hai detto tu prima, è una tua creatura nella quale affronti temi importanti. Dove è stato girato? In Toscana. È  la storia di un ragazzo, Riccardo, un giovane avvocato cresciuto in una famiglia ossessionata dal successo. Assisteremo ad una sua crisi di coscienza e ad un ripensamento dei suoi valori, il tutto toccherà poi temi importanti ed attualissimi che vanno dalla pedofilia al cancro, dalla corruzione al rapporto genitori – figli, troppo spesso preso sotto gamba, ma la famiglia è e resta il fondamento della nostra società. È un thriller. Questo film realizza pienamente la mia idea di cinema: cinema non come svago, o meglio non solo come momento di svago, ma come sprone a riflettere sui temi importanti della vita.

Un’ultima domanda, ti va di provare ad indovinare il tema conduttore per l’edizione del 2016? Non sono mai stato al Ravello Festival, ma conosco perfettamente Ravello perché la mia ragazza è beneventana. Trovo che sia uno dei posti più belli d’Italia in assoluto e, ti assicuro, lo dico con il cuore.

Daniele Di Stefano non risponde subito alla mia domanda sul tema del Festival 2016, ma chiede qualche istante per pensare per poi inoltrarmi la risposta via sms. Passato un giorno dall’intervista, lo contatto in attesa della risposta e lui, mentre è davanti al montatore del suo film, a Milano, mi risponde di stare tranquilla, perché me lo farà avere a breve, non ha dimenticato. E così è. Suggerisce come tema “L’Amore” perché può avere mille sfaccettature: è amore per una donna, per l’arte, per un luogo e unisce la musica alla poesia, la pittura al cinema. No, Daniele Di Stefano non aveva dimenticato la risposta alla mia ultima domanda: è ancora il ragazzino assennato e professionale che alle scuole superiori appuntava in agenda tutti gli impegni senza dimenticarne uno. Nemmeno con me.

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